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A Spasso con ABC, un altro sguardo – #Formia

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Il 27 novembre 2017 è stata Formia, luogo unico del Lazio in cui mare, natura, storia, leggenda, arte e archeologia si fondono, la terza tappa scelta per “A Spasso con ABC” che, promosso da Regione Lazio e Roma Capitale, sta portando gli studenti di Roma e del Lazio a scoprire e valorizzare il nostro territorio.
Un percorso tra le “bellezze” che, in occasione di “A Spasso con ABC”, vengono narrate attraverso uno sguardo nuovo e ospiti d’eccezione, per regalare ai giovani un approccio inedito all’arte e alla storia, per accendere un cono di luce su quei luoghi che sono stati fonte di ispirazione di artisti e poeti.
Un approdo di pace e un riparo, come indica l’etimologia stessa del nome Formia, da far riscoprire ai giovani studenti di Roma e del Lazio attraverso una nuova lettura e una visita inedita e originale – come nel Grand Tour nato alla fine del Settecento – in  un programma di incontri e ospiti autorevoli, a partire dall’attore e regista Massimiliano Vado.

 

Ad intervenire e accompagnare i ragazzi nei luoghi storici di Formia: Sandro Bartolomeo, Sindaco di Formia, Antonella Prenner, Assessore alla Cultura e Politiche scolastiche del comune di Formia, Giovanna Grimaldi, Delegata all’Archivio Storico e alle Biblioteche di Formia,e Giovanna Pugliese, Coordinatore Progetti Scuola ABC.
“O temperate dulce Formiae litus”: a partire dalla mitezza del clima declamata da Marziale nell’epigramma dedicato all’amico Apollinare e alla sua villa formiana, Formia è stato centro balneare di antichissime tradizioni, luogo prediletto della borghesia antico romana – che vi ha lasciato resti di numerose ville e tombe, la più illustre delle quali è quella attribuita a Cicerone che qui venne ucciso – con anche l’arcipelago delle isole Ponziane e rappresenta un fortunato caso in cui il mare diventa ponte fra diverse terre.
“A Spasso con ABC – Un altro sguardo” è promosso dalla Regione Lazio con Roma Capitale nell’ambito del POR-FSE Lazio 2014-2020, curato dal Progetto ABC Arte Bellezza Cultura nell’ambito dei Progetti Scuola ABC.

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CICERONE

Mentre le legioni, guidate da comandanti ambiziosi, marciano contro la Persia e la Par- tia, la Germania e la Britannia, la Spagna e la Macedonia, inseguendo il sogno effimero di un Impero, qui una voce solitaria si leva con- tro questi pericolosi trionfi: la voce di chi ha potuto vedere come dalla cruenta semina delle guerre di conquista non possa che scaturire il raccolto ancora più cruento delle guerre civili. In tono solenne, questo difensore disar- mato dell’umanità, scongiura il figlio di ono- rare gli «adiumenta hominum», la cooperazione tra gli uomini, come l’ideale più impor- tante e più alto. Nell’autunno della sua vita, colui che per tanto tempo è stato retore, avvocato e politico, che in cambio di denaro e gloria ha sostenuto cause buone e cattive con uguale perizia, che si è affannato per ottenere cariche pubbliche, ricchezze, onori e consen- so popolare, approda infine a questa consapevolezza. A un passo dalla propria fine, Marco Tullio Cicerone si converte da mero umanista nel primo difensore dell’umanità.

Mentre Cicerone, nella quiete del suo ritiro, così riflette sul senso e la forma di una costi- tuzione statale fondata sulla morale, l’inquietudine scuote l’Impero romano. Il Senato e il popolo non hanno ancora deciso se gli assassini di Cesare vadano elogiati o banditi. An- tonio si arma per combattere Bruto e Cassio, ma già si profila un nuovo inatteso preten- dente: Ottaviano, che Cesare ha nominato suo erede e che ora rivendica concretamente l’eredità. Appena giunto in Italia, scrive a Cicero- ne per avere il suo appoggio, ma allo stesso tempo anche Antonio prega Cicerone di andare a Roma, mentre Bruto e Cassio gli si appellano dai loro accampamenti. Tutti cercano di guadagnare alla propria causa il sostegno del grande avvocato, tutti desiderano che il celebre maestro del diritto conferisca una par- venza di legalità alle loro azioni illegittime. Con istinto sicuro, come tutti i politici mentre ancora lottano per impadronirsi del potere, cercano l’appoggio dell’uomo di pensiero che più tardi scacceranno con disprezzo. E se Cicerone fosse ancora il politico ambizioso di un tempo cederebbe alla tentazione.

Ma in lui ormai la stanchezza è cresciuta di pari passo con la saggezza, due condizioni che spesso si somigliano pericolosamente. Sa di avere veramente bisogno di una sola cosa: completare la propria opera, dare un ordine alla propria vita e ai propri pensieri. Come Ulisse col canto delle sirene, chiude l’orecchio interiore agli allettanti richiami dei po- tenti, lascia cadere l’appello di Antonio, quel- lo di Ottaviano e quello di Bruto e Cassio, respingendo persino l’invocazione del Senato e dei suoi amici. È consapevole di essere più for- te con la parola che con l’azione e più incisivo da solo che in mezzo a qualunque gruppo, così continua a lavorare instancabile alla sua opera, sentendo che si tratta del suo congedo da questo mondo.

Appena completato questo suo testamento spirituale, solleva lo sguardo dall’opera. È un pessimo risveglio. La sua patria è minacciata dalla guerra civile. Antonio ha saccheggiato le casse di Cesare e del tempio e col denaro rubato è riuscito a radunare dei mercenari. Ma ha tre eserciti contro, tutti molto agguerriti, quello di Ottaviano, quello di Lepido e quel- lo di Bruto e Cassio. È troppo tardi per una mediazione che scongiuri il conflitto: ormai occorre decidere se a Roma si debba affermare un nuovo cesarismo incarnato da Antonio o se debba sopravvivere la Repubblica. In un momento simile ciascuno deve schierarsi. E anche un campione di cautela che ha sempre cercato la mediazione e si è tenuto al di sopra delle fazioni esitando a prendere posizione, anche Marco Tullio Cicerone deve scegliere una volta per tutte.

E adesso si verifica un fenomeno singolare. Da quando Cicerone ha inviato a suo figlio il De officiis, il proprio testamento spirituale, ha acquisito un coraggio inedito che nasce dal disprezzo della vita. Sa che la sua carriera politica e letteraria è giunta al termine. Quel che aveva da dire l’ha detto e la vita che gli rimane da vivere non gli riserva più molto. È vecchio, ha concluso la sua opera, perché osti- narsi a difendere quest’ultimo miserabile avanzo di vita? Come un animale sfinito per l’inseguimento, che senta ormai alle spalle i latrati dei cani, si volta improvvisamente e per affrettare la fine corre loro incontro, così Cicerone intrepidamente si lancia ancora una volta nella battaglia, proprio dove questa infuria più minacciosa. Colui che per mesi e anni aveva adoperato solo uno stilo silenzioso si riappropria degli strali dell’eloquenza per scagliarli contro i nemici della Repubblica.

Spettacolo sconvolgente: a dicembre l’uomo dai capelli grigi ritorna al Foro per esortare ancora una volta il popolo a dimostrarsi degno della virtù dei suoi progenitori, «ille mos virtusque maiorum». Scaglia quattordici infuocate Filippiche contro l’usurpatore An- tonio che ha rifiutato di obbedire al Senato e al popolo, perfettamente cosciente del pericolo che comporta presentarsi inerme contro un dittatore che dispone di legioni disposte a tutto. Ma chi vuole fare appello al coraggio altrui risulta convincente solo se dà lui stesso esempio di coraggio. Cicerone è consapevole che la sua non è una vuota schermaglia di parole come quelle di un tempo in quello stesso Foro, questa volta invece sta mettendo a rischio la vita per le sue convinzioni. Dai rostra, il pulpito degli oratori, afferma con determinazione: «Fin da giovane ho difeso la Repubblica. Non la abbandonerò adesso che sono divenuto vecchio. Sarei disposto volentieri a sacrificare la vita se con la mia morte questa città potesse ritrovare la libertà e il popolo romano riacquistare la sovranità. Gli dèi immortali non potrebbero concedermi una grazia più grande». Adesso non è più tempo di trattare con Antonio, afferma con veemenza. Bisogna schierarsi dalla parte di Ottaviano che, quantunque parente ed erede di Cesare, appoggia la causa della Repubblica. Non so- no in gioco degli uomini, ma un principio, il più sacro di tutti: «res in extremum est ad- ducta discrimen: de libertate decemitur», la Repubblica è di fronte alla scelta estrema: è in gioco la libertà. Ma quando è in pericolo un bene così importante, ogni esitazione può essere fatale. Così il pacifico Cicerone esorta a schierare le armate della Repubblica contro quelle della dittatura e odiando, come il suo futuro discepolo Erasmo, il tumultus, la guerra civile, sopra ogni altra cosa, invoca lo stato d’emergenza per il Paese e il bando per l’usurpatore.

Queste quattordici orazioni, in cui Cicero- ne non difende più cause sospette, ma un idea- le supremo, sono piene di espressioni grandiose e infuocate di passione. «Altri popoli possono vivere in schiavitù», grida ai suoi con- cittadini, «ma noi romani non possiamo tollerarlo. Se non riusciremo a riconquistare la libertà, che ci sia lasciata la morte». Se lo Stato è giunto al punto estremo di umiliazione, con- viene che un popolo che domina il mondo intero – «nos principes orbium terrarum gen- tiumque omnium» – si comporti come fanno i gladiatori, quantunque schiavi, nell’arena: meglio morire affrontando il nemico a viso aperto, che lasciarsi massacrare. «Ut cum di- gnitate potius cadamus quam cum ignominia serviamus», cadere con dignità piuttosto che servire con ignominia.

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Con stupore, il Senato e il popolo ascolta- no queste filippiche. Qualcuno di loro sente che questa sarà per i secoli a venire l’ultima volta in cui nel Foro romano echeggeranno parole simili. Presto ci si dovrà inchinare da schiavi davanti alle statue marmoree degli imperatori e sotto i Cesari sarà consentita solo l’adulazione suadente e insincera invece dei discorsi liberi di un tempo. Un brivido percorre l’uditorio, al tempo stesso d’angoscia e di ammirazione per quel vecchio che da solo, col coraggio che gli deriva da una profonda disperazione, difende l’indipendenza dell’uomo di pensiero e il diritto della Repubblica. Anche se timoroso, gli esprime il suo consenso. Ma il fuoco della parola non ce la fa più a infiammare il tronco ormai fradicio dell’orgoglio romano. E mentre questo idealista solitario predica nel pieno del mercato il sacrificio estremo, alle sue spalle i potenti senza scrupoli, ma con le legioni al seguito, già stringo- no il patto più scellerato della storia romana.

Lo stesso Ottaviano, che Cicerone esaltava come difensore della Repubblica, e lo stesso Lepido, per il quale aveva proposto che si eri- gesse una statua per i suoi meriti verso il po- polo romano – quando entrambi si erano mos- si per annientare l’usurpatore Antonio –, finiscono per concludere un patto privato. Poiché nessuno dei tre caporioni, né Ottaviano, né Antonio, né Lepido, è abbastanza forte per impadronirsi da solo dell’Impero romano come di un suo bottino personale, i tre nemici mortali decidono di comune accordo che è preferibile spartirsi l’eredità di Cesare, e così da un momento all’altro invece del grande Cesare, Roma se ne ritrova tre in scala ridotta.

È un momento fatale quello in cui i tre generali, invece di ascoltare il Senato e rispetta- re la legge del popolo romano, costituiscono da soli il triumvirato, dividendosi come un qualsiasi bottino un Impero gigantesco che si estende sopra tre continenti. Su un’isoletta vicino a Bologna, alla confluenza dei fiumi Reno e Lavino, viene eretta una tenda in cui i tre banditi devono incontrarsi. Naturalmente nessuno di questi grandi eroi si fida degli altri. Troppe volte nei loro proclami si sono reciprocamente dati del bugiardo, della canaglia, dell’usurpatore, del nemico dello Stato, del brigante e del ladro, per non conoscere perfettamente l’uno il cinismo degli altri. Ma a chi è assetato di potere importa solo del pote- re, non dei princìpi, solo del bottino, non dell’onore. Con tutta la cautela possibile i tre complici, raggiungono uno alla volta il luogo convenuto, poi, dopo essersi reciprocamente accertati che nessuno porti con sé armi per uccidere i nuovi alleati, i tre futuri signori del mondo si sorridono da buoni amici ed entrano insieme nella tenda in cui si darà vita al triumvirato. Antonio, Ottaviano e Lepido rimangono tre giorni in quella tenda, senza testimoni. Hanno tre cose di cui discutere. Sul primo punto, ovvero su come dividersi il mondo, trovano rapidamente un accordo. Ottaviano otterrà l’Africa e la Numidia, Antonio la Gallia e Lepido la Spagna. Anche la seconda questione, il modo in cui raccogliere il denaro per le paghe arretrate delle loro legioni e dei loro accoliti, li preoccupa poco. Il problema si risolve facilmente mediante un sistema che da allora sarà spesso adottato. Bisogna solo derubare gli uomini più ricchi del Paese dei loro averi ed eliminarli immediata- mente per impedire che protestino troppo. Placidamente seduti intorno al tavolo, i tre uomini stilano una lista di proscrizione con i due- mila cittadini più ricchi, tra cui cento senatori. Ciascuno nomina quelli di sua conoscenza, includendo nemici e avversari. Con un paio di rapidi tratti di stilo, il nuovo triumvirato, dopo la questione territoriale, ha già sistemato anche quella economica.

E adesso occorre affrontare il terzo punto. Chi intende instaurare una dittatura, per man- tenere saldamente il dominio deve innanzitutto ridurre al silenzio gli eterni avversari di ogni tirannia, gli uomini liberi che difendono un’inestirpabile utopia: la libertà di pensiero. Il primo nome di quest’ultima lista per Antonio dev’essere quello di Marco Tullio Cicerone. L’uomo che ha riconosciuto la sua vera natura e lo ha qualificato col nome che gli spetta. È il più pericoloso di tutti perché possiede forza di pensiero e volontà di indipendenza. Bisogna sbarazzarsene. Ottaviano si rifiuta, sgomento. Essendo giovane, il veleno della politica non lo ha ancora completamente contaminato e non vorrebbe inaugurare il proprio potere con l’eliminazione del più celebre scrittore del suo tempo. Cicerone è stato suo devoto sostenitore e lo ha sempre elogiato davanti al popolo e al Senato. Ancora qualche mese prima, Ottaviano ha chiesto umilmente aiuto e consiglio a quel venerabile anziano, de- finendolo con rispetto il suo «vero padre». Ottaviano avverte la vergogna e persiste nell’op- posizione. Per un giusto istinto, che gli fa onore, prova ripugnanza all’idea di consegnare quell’illustre maestro della lingua latina all’in- fame pugnale di un sicario. Ma Antonio insiste, sa che lo spirito e la violenza sono eterni nemici e che nessuno è più pericoloso per la dittatura del maestro di eloquenza. La conte- sa per la vita di Cicerone dura tre giorni. Infine Ottaviano si arrende e così il nome di Cicerone sigilla quello che forse è il documento più infame dell’intera storia romana. Questa proscrizione segna la definitiva condanna a morte della Repubblica.

Nel momento in cui Cicerone apprende che i tre acerrimi nemici di un tempo si sono accordati, capisce di essere perduto. Sa di aver sferzato troppo dolorosamente con le sue parole brucianti la mancanza di scrupoli e i bassi istinti di avidità, vanagloria, e crudeltà di una canaglia senza legge cui Shakespeare conferirà ingiustamente una nobile aura di spiritualità, che ora non può certo aspettarsi la magnanimità di Cesare da un individuo di questa risma. L’unica scelta logica, se volesse salvare la vita, sarebbe dileguarsi in fretta. Cicerone dovrebbe raggiungere Bruto, Cassio e Catone in Grecia, nell’ultimo avamposto della libertà repubblicana dove sarebbe al sicuro, quanto meno dai sicari che già sono stati inviati. E in effetti, per due o tre volte, il proscritto appare pronto alla fuga. Prepara ogni cosa, avverte gli amici, si imbarca, si avvia. Ma all’ultimo momento si arresta sempre; chi ha conosciuto una volta la tristezza dell’esilio, sente intensamente, anche nel pericolo, il piacere di stare sul suolo patrio e l’indegnità di una vita eternamente in fuga. Una volontà misteriosa, oltre la ragione e persino contro la ragione, lo spinge a consegnarsi al destino che lo attende. È stanco e alla sua esistenza già segnata chiede solo qualche giorno ancora di riposo. Un po’ di tempo ancora per meditare tranquillamente, per scrivere qualche lettera, leggere qualche libro, e poi accada pure ciò che gli è riservato. In questi ultimi mesi Cicerone si nasconde ora nell’uno ora nell’altro dei suoi poderi, fuggendo sempre non appena si profili un pericolo, ma senza mai mettersi davvero in salvo. Cambia riparo come un febbricitante cambia cuscino, né veramente deciso ad andare incontro al proprio destino, né d’altra parte a sfuggirgli, come se volesse, lasciando così aperta una possibilità alla morte, mettere inconsciamente in atto la massima da lui stesso formulata nel De senectute, secondo cui un vecchio non deve né cercare la morte né ritardarla, ma accoglierla serenamente quando si presenti: «neque turpis mors forti viro potest accidere», per l’uomo dall’animo forte non può esserci morte disonorevole.

Perciò Cicerone, già imbarcato per la Sicilia, ordina improvvisamente ai suoi uomini di invertire la rotta verso il suolo italico a lui ostile e approdare a Caieta, l’odierna Gaeta, dove possiede un piccolo podere. Lo ha assalito una stanchezza che non è solo del corpo e dei nervi, ma piuttosto della vita, una misteriosa nostalgia della fine, del ritorno alla terra. Desidera solo riposare ancora una volta. Respirare ancora una volta la dolce aria della patria e congedarsi, congedarsi dal mondo e poi ancora riposare, fosse solo per un giorno o un’ora!

Appena sbarcato saluta rispettosamente i sacri Lari domestici. Quest’uomo di sessanta- quattro anni è stanco, la navigazione lo ha stremato, così va nel cubiculum a distendersi e chiude gli occhi per anticipare nella pace del sonno il piacere del riposo eterno. Ma si è appena sdraiato che già irrompe nella stanza uno schiavo fedele. Nei dintorni sono stati visti aggirarsi degli uomini armati dai modi sospetti e un servo, che Cicerone ha sempre trattato con grande gentilezza, ha rivelato ai sicari, in cambio di una ricompensa, il luogo in cui si trova. Cicerone deve fuggire, fuggire in fretta; è stata già preparata una lettiga e loro, gli schiavi della casa, sono pronti a difenderlo con le armi in pugno lungo il breve tragitto fino alla nave, dove sarà infine al sicuro. Ma il vecchio, ormai esausto, rifiuta. «Che senso ha?», dice, «sono stanco di fuggire e stanco di vive- re. Lasciatemi morire qui, in questa terra che ho salvato». Tuttavia alla fine il vecchio servo fedele lo convince; degli schiavi armati con- ducono la lettiga per una via tortuosa, attraverso un boschetto, verso la nave che rappresenta la salvezza. Ma l’uomo che ha tradito Cicerone nella sua stessa casa non vuole perdere il suo vergognoso denaro e, radunati alla svelta un centurione e un paio di uomini armati, si lancia con loro all’inseguimento della lettiga, attraverso il bosco, e raggiunge la pre- da appena in tempo. Immediatamente i servi armati si schierano a difesa della lettiga, già pronti al combattimento. Ma Cicerone ordina di non fare resistenza. La sua vita è ormai compiuta, perché immolarne altre più giovani ed estranee a quella vicenda? In quest’ultima ora, ogni paura abbandona quest’uomo eternamente esitante, incerto e raramente coraggioso. Sente che in quest’ultima prova potrà dimostrarsi ancora un vero romano solo affrontando la morte a viso aperto: «sapientis- simus quisque aequissimo animo moritur». Dopo aver ordinato ai servi di allontanarsi, disarmato e senza opporre resistenza, offre il capo ai sicari con queste mirabili parole: «non ignoravi me mortalem genuisse». I sicari però non sanno che farsene della filosofia, vogliono la loro paga. Si sbrigano in fretta. Con un potente colpo il centurione abbatte l’uomo inerme.

Così muore Marco Tullio Cicerone, l’ultimo difensore della libertà romana, più eroico, vi- rile e determinato in questa sua ultima ora che nelle migliaia e migliaia che costituiscono la sua intera vita.

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Alla tragedia segue una farsa sanguinosa. In base all’urgenza con cui il delitto è stato commissionato da Antonio, gli assassini concludono che la testa dell’ucciso deve avere un valore speciale, ovviamente non quello che ri- vestirà nel mondo dello spirito presente e futuro, ma quello che il mandante del delitto le attribuisce. Per evitare che insorgano proble- mi sulla ricompensa, decidono di consegnare personalmente la testa ad Antonio, in modo da provargli la scrupolosa esecuzione dell’ordine. Così, il capo della banda taglia testa e mani al cadavere, le infila in un sacco che si mette in spalla ancora grondante del sangue dell’ucciso e accorre a Roma per portare al dittatore la bella notizia che il più strenuo difen- sore della Repubblica romana è stato elimi- nato con la procedura abituale. Il piccolo delinquente, il capo dei banditi, ha fatto bene i conti: il grande delinquente, il committente dell’omicidio, esprime la gioia per il misfatto compiuto con una ricompensa principesca. Ora che ha fatto depredare e uccidere i duemila cittadini più ricchi, Antonio può permettersi di essere generoso. Versa al centurione un milione di sesterzi sonanti per il sacco insanguinato con le mani mozzate e la testa martoriata di Cicerone. Ma la vendetta non si arresta qui e l’odio cieco per l’ucciso che anima quest’uomo spietato lo porta a ideare un oltraggio particolarmente efferato, senza rendersi conto che in questo modo la vergogna ricadrà eternamente sopra di lui. Antonio ordina che la testa e le mani di Cicerone siano inchiodate ai rostra, lo stesso pulpito da cui il grande oratore aveva incitato il popolo contro di lui, a difesa della libertà romana.

Uno spettacolo vergognoso attende il giorno seguente il popolo romano. Sullo stesso pulpito da cui Cicerone aveva tenuto i suoi immortali discorsi pende la testa mozzata dell’ultimo difensore della libertà. Un grosso chiodo arrugginito trapassa la fronte che ha albergato innumerevoli pensieri, le labbra che hanno saputo conferire la forma più elegante alle parole metalliche della lingua latina sono piegate in un’espressione amara, le palpebre livide ricoprono gli occhi che per sessant’anni hanno vigilato sulla Repubblica, le mani che hanno scritto le più belle lettere di quell’epoca si protendono impotenti.

E tuttavia nessun discorso pronunciato da questo stesso pulpito dal grande oratore con- tro la brutalità, la sete di potere, l’illegalità, ha mai accusato con tanta eloquenza l’eterna ingiustizia della violenza come adesso il suo capo muto: il popolo si avvicina ai rostra così profanati per poi allontanarsene oppresso dal- la vergogna. Nessuno protesta – c’è una dittatura! – ma tutti, sbigottiti, col cuore stretto dall’angoscia, abbassano gli occhi davanti a questa tragica rappresentazione del martirio della loro Repubblica.

Stefan Zweig – CICERONE – Traduzione di Massimo De Pascale

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http://www.progettoabc.it/a-spasso-con-abc-un-altro-sguardo-prossima-tappa-formia/

 

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Michelangelo Entangled

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Quartieri dell’Arte festival
MICHELANGELO ENTANGLED
di Gian Maria Cervo
con found materials di AA.VV. classici e contemporanei.
Regia di Massimiliano Vado
Regia video di Francesco Di Mauro.
con Vittorio Belmonte, Carla Chiarelli, Luigi Cosimelli, Angelo Tanzi, Massimiliano Vado.
Produzione La Dramaturgie, in collaborazione con Ianus.

PRIMA MONDIALE

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“Michelangelo Entangled” è uno spettacolo teatrale che interseca i mezzi del participatory museum, del social museum, del film e della performance-installazione; l’associazione di uno scheletro di plot-points con l’improvvisazione genera una curiosa latitudine espressiva che permette ai performer di raccontare storie su o anche di fare vaghi cenni a dettagli o scelte di vestiario o accessori dei visitatori/spettatori, ricorrendo a una strategia che allo stesso tempo allarga e mette in crisi il concetto di museo.

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In un universo parallelo, attraverso la comicità e il divertimento, riemergono i tratti rimossi dell’identità del territorio viterbese, dal Circolo degli Spirituali di Michelangelo Buonarroti, Reginald Pole e Vittoria Colonna – esponenti dell’Ecclesia Viterbiensis – ai caravaggeschi Cecco del Caravaggio e Bartolomeo Cavarozzi.

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Quella che chiamiamo arte è nata nel Rinascimento e può dirsi che sia morta come tale tra il 1950 e il 1990, a seconda di dove alcuni teorici localizzino la nascita del contemporaneo. E’ come dire che forse l’arte è morta insieme alla modernità. Le pratiche estetiche che si sviluppano talvolta oggi non dovrebbero chiamarsi arte. A esse non si applicano esattamente le stesse categorie dell’arte. A me questa cosa non sembra nè cattiva nè buona nè pericolosa. Prima del Rinascimento alcune cose non si chiamavano arte eppure erano espressioni belle. L’arte ha caratteristiche molto proprie, molto emblematiche. Per esempio nasce con la firma dell’autore. Prima di artisti come Leonardo da Vinci, come Michelangelo-

poteva pagarsele o allo Stato che commissionava le statue agli artigiani. Nel Medioevo non era tanto arte quanto pubblicità. Tutti questi gesucristi, vergini eccetera. Erano graffiti, erano banner del potere di turno. L’umanizzazione dell’arte, l’apparizione dell’autore,della personalità dell’artista corrisponde a un periodo della storia dell’uomo, una storia che non è eterna. Con questo non voglio dire che non continueremo a incontrare forme di espressione, indagini sul bello e sull’orrendo- che in definitiva sono la stessa cosa-. A me alla fine, me piacciono molto gli artisti e l’ideale dell’arte. Lo ricerco in tutti i modi, benché la pratica sia mutata radicalmente andando a finire in aree meno definibili rispetto al passato.

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foto: Tiziano Ionta

consigli ai giovani studenti

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uno, non vale dire che non si è riusciti a fare i compiti perché si aveva un vita da vivere o perché se li è mangiati l’iguanodonte

due, non vale fare le giustificazioni su post-it, gratta e vinci, biglietti dello stadio e pizzini

tre, quando il Prof dice “giovedì interrogo” non si può rispondere “ci stiamo cagando sotto”

quattro, il latino non è una inutile lingua bastarda e desueta

cinque, è gradito un minimo di rispetto per l’illustre filosofo Pomponazzi, lo so che il nome si presta alle rime..

sei, nonostante le fattezze suine di qualcuno dei vostri compagni è sconsigliabile assaggiarli per sapere se sanno realmente di prosciutto

sette, è sconsigliato e poco prudente intrattenere dalla finestra dell’aula gli alunni dell’istituto, imitando Benito Mussolini, muniti di fez e camicia nera, presentando una dichiarazione di guerra all’istituto che sta dall’altra parte della strada

otto, è vietato valutare gli interventi dei compagni durante le interrogazioni munendosi di palette coi numeri e chiamando i voti con la voce di Ballando con le stelle , così come per l’interrogato è vietato chiedere l’aiuto del pubblico o avvalersi della facoltà di non rispondere

nove, ma è bellissimo rientrare in classe, dopo essere stato in bagno per 20 minuti, aprendo la porta con un calcio, per poi fare una capriola e puntare una immaginaria pistola verso l’insegnante che avrebbe fatto meglio a dedicare la sua vita lavorativa alla raccolta delle pannocchie, gridando: ti dichiaro in arresto, nonnina. Infarto assicurato.

dieci, scopate.


 

LADYVETTE – Le Dive dello Swing (rassegna stampa)

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15 novembre 2017
LADYVETTE

in LE DIVE DELLO SWING
Teresa Federico, Valentina Ruggeri, Francesca Nerozzi

scritto da  TERESA FEDERICO VALENTINA RUGGERI FRANCESCA NEROZZI
GIORGIO PROSPERI MASSIMILIANO VADO LILLO PETROLO
supervisione artistica LILLO PETROLO
direzione musicale ROBERTO GORI
regia MASSIMILIANO VADO

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Tutto inizia in un freddo appartamento della Torino di metà anni’ 30.
Tre giovani sorelle sono impegnate ad imparare il napoletano per entrare nelle grazie della musica melodica italiana e raggiungere finalmente la celebrità.
Cosa bisogna fare per diventare il trio più famoso d’Italia?
Le tre ragazze si troveranno ad affrontare incontri difficili e situazioni surreali.
In un’atmosfera a tratti esaltante e a tratti malinconica lo spettacolo attraverserà continui colpi di scena fino a scardinare completamente tutti i presupposti iniziali, passando dalla drammaticità, all’ironia, alla comicità.
“La presenza di una linea registica nello sviluppo di uno spettacolo musicale non è mai un dato scontato, anzi spesso si sottovaluta il bisogno attenzionale di cui necessita una creatura scenica così complessa. Le necessità prime sono di tipo strutturale, sia perché le tre interpreti meritano un palco adatto alle loro potenzialità, che perché tradizionalmente ci si è non poco adagiati sugli stilemi esteri, che per il pubblico italiano risultano vagamente ostili e algidi.
In questo spettacolo, perciò, si fondono, consapevolmente, numerose energie potenziali e più possibilità espressive, convivono teatralmente musica e comicità, racconto storico e attualità di mestiere, più possibilità canore e profonda introspezione: nasce come un racconto scenico, sviluppato da Giorgio Serafini Prosperi, sul famoso Trio Lescano, la cui storia non è altrettanto famosa e le cui difficoltà iniziali fanno da specchio a quelle delle attrici in scena, e subisce un primo ribaltamento quando si scopre che il testo/pretesto non è che il sintomatico tentativo, sotto forma di audizione, di sdoganare se stesse e la propria idea di realizzazione.

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Si prosegue con racconti che riguardano possibili fidanzati, mai totalmente giusti o adatti, e primi tentativi di affiatamento, durante le feste di paese, i litigi, le piccole imprese, per poi scivolare nel più classico dei finali lieti. non è una storia ma il paradigma delle storie. La tentazione del poutpourri è del tutto vanificata dall’accavallarsi immediato di dialoghi e canzoni, imitando più la tradizione gaberiana che quella americana, e l’alternarsi di stili canori anche antitetici annienta persino il paragone facilissimo con le Lescano, proposto e poi distrutto, innalzato e infine dileggiato, rispondendo all’antica legge per la quale in teatro non si copia ma, alla fine, tutto è sempre diverso da tutto pur essendone l’imitazione.
Per disegnare la parabola che porta tre attrici a diventare le Dive dello Swing ci si affida all’elasticità icastica di Teresa Federico, Valentina Ruggeri e Francesca Nerozzi, puntando senza limiti, sulla loro duttilità, e facendole accompagnare dalla sempre presente tessitura musicale di Roberto Gori al pianoforte.
Il mio lavoro è stato quello di renderli sublimi, svelti, perfetti, come lo swing.”
Massimiliano Vado

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“Il senso di questo spettacolo è risate e musica, Ladyvette sono tre attrici con il talento e i tempi comici adatti ad un format di questo genere, come in Italia se ne vedono pochi”
Lillo Petrolo

“Scrivere musica per Ladyvette vuol dire sfidare 3 talenti straordinari, capaci di interpretare la comicità in ogni sul sfaccettatura senza mortificare la tecnica del canto armonizzato a tre voce.”
Roberto Gori

link: https://salaumberto.com/stagione/incursioni-2017-2018/855-le-dive-dello-swing.html

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Dive, meravigliosamente dive. Simpaticamente, ironicamente, comicamente dive! Ladyvette, nella serata unica (aimè) del 15 novembe al Teatro Sala Umberto, entusiasmano una platea stracolma con la forza dell’ironia e, ci mancherebbe, delle loro voci incantevoli. Le dive dello swing, questo il titolo del loro gradevolissimo show, accompagnate al pianoforte da un altrettanto ironico Roberto Gori, per la regia di Massimiliano Vado, portano in scena uno spettacolo dal gusto retrò ma calato intelligentemente nella realtà dei nostri giorni, tra impresari cialtroni, promesse mai mantenute, arroganza maschile e tanta, tanta autoironia. Teatro nel teatro, con la brillante idea di tramutare presto quel che sembra la solita commedia tristanzuola sulle privazioni di tre sorelle, in un freddo appartamento di Torino, che sognano gloria e principi azzurri, in un provino sulla storia del Trio Lescano. Da quel momento, lo spettacolo prende forma e colori vivaci con una serie di peripezie e disavventure delle tre donne, alle prese con un mondo dello spettacolo che non sembra offrire molto spazio, incurante delle loro idee e proposte di un repertorio originale. Il tutto, condito da tanti momenti canori, deliziosi, che Teresa Federico (Sugar), Valentina Ruggeri (Pepper) e Francesca Nerozzi (Honey) offrono reinterpretando in chiave swing diverse canzoni della musica leggera italiana e, naturalmente, anche i loro brani. Di fiasco in fiasco, le tre arriveranno al successo e alla notorietà, entrambi trattati con sarcasmo, per sentirsi dire che sarebbero adatte a quel repertorio che per anni si videro rifiutare.

 

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Non solo voci comunque, perché le tre artiste sul palcoscenico ci sanno stare anche come attrici brillanti, con tempi comici affiatati ed efficaci, supportate da una scrittura (loro, di Giorgio Prosperi, Massimiliano Vado e Lillo Petrolo) e una regia (Vado) che ne esalta la versatilità, il ritmo forsennato in scena e la simpatia, e dal sostegno musicale costante di Gori al piano. Lo spettacolo è gradevolissimo, divertente, originale. Ha una sola pecca: quello di andare in scena solo una sera. Ma si sa, le dive non sono tali se si concedono troppo al pubblico. Da cercare, rincorrere, vedere, se avete voglia di divertirvi ascoltando bella musica e voci sorprendenti.

link: http://www.corrieredellospettacolo.net/2017/11/16/le-dive-dello-swing-ladyvette-entusiasmano-la-sala-umberto/

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Le Ladyvette hanno riportato in scena, “Le Dive dello Swing”, il loro primo spettacolo teatrale debuttato ad aprile 2017 sul palco del Brancaccino, con la regia di Massimiliano Vado. Questa volta però si sono esibite su un nuovo palco, quello del Teatro Sala Umberto. Le Ladyvette hanno messo in scena uno spettacolo brillante dall’ironia tagliente e tutto al femminile, raccontando la loro ascesa verso il successo e ciò che ne comporta, a tempo di swing. Con un repertorio che va dai classici anni ’50 come “Tulipan” del Trio Lescano e “Tu vuò fa’ l’americano” cantata con la partecipazione straordinaria di Stefano Fresi (grande musicista oltre che attore) a canzoni anni ‘80 ‘90 di artisti come Max Pezzali e Laura Pausini, tutte però reinterpretate in chiave swing, fino ai loro pezzi inediti. Accompagnate costantemente dal piano di Roberto Gori che si è occupato delle musiche e della direzione musicale. La supervisione artistica è invece di Lillo Petrolo.

link: https://www.romecentral.com/ladyvette-le-dive-dello-swing/

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link: http://www.scenacritica.it/2017/ladyvetteloswing.pdf

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Un grande musicista come Giorgio Canali (ex CCCP e ex CSI) ha detto che “se fai solo rock è roba per uomini, metallo pesante, batti le mani e stop. Ci vuole swing, ci vuole il “roll” che solo le donne hanno”. E le Ladyvette, in effetti, portano lo swing nella vita e nell’arte.
“Le dive dello swing” era già andato in scena a Roma, al Teatro Brancaccino per la rassegna “Una stanza tutta per lei”.
Stavolta il palco è quello della Sala Umberto, che lo ha ospitato il 15 novembre scorso per la rassegna “Incursioni”.
“Le dive dello swing” racconta con classe ed esilarante autoironia il percorso artistico di tre donne talentuose. Loro vorrebbero portare in scena uno spettacolo sul Trio Lescano. Incontreranno diversi ostacoli e vivranno situazioni un po’ surreali, che le costringeranno a cambiare obiettivi.
Le Ladyvette sono tre attrici e cantanti bravissime: Teresa Federico, Valentina Ruggeri e Francesca Nerozzi. Oltre a cantare e recitare, hanno anche scritto il testo di questo spettacolo musicale, insieme a Giorgio Propseri, Lillo Petrolo e Massimiliano Vado, che è il regista.

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Il risultato è un perfetto equilibrio tra teatro e musica. Si mescolano lo charme delle dive d’altri tempi e l’ironia spiazzante e attualissima dei testi.
La musica è coinvolgente e divertente. I classici dello swing italiano e anglosassone si alternano con brani pop anni ’80 e ’90 reinterpretati in chiave swing e pezzi inediti in pieno stile vintage. Un plauso particolare deve andare a Roberto Gori, direttore musicale e autore delle musiche inedite, che magistralmente accompagna anche le Ladyvette al pianoforte.
Molto carina è l’idea di invitare ogni sera un ospite speciale, con cui le tre artiste mettono in scena ogni volta un numero diverso. Questa volta con le Ladyvette c’era un perfetto Stefano Fresi, il quale ha cantato “Tu vuo’ fa l’americano” accompagnato da una sassofonista, diventata per esigenze teatrali anche la sua “stalker”.

link: https://www.culturamente.it/spettacoli/ladyvette-le-dive-dello-swing-sala-umberto-roma/

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link: Messaggero.it

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link:
 https://www.gossip.it/news/michela-andreozzi-spettacolo-teatrale-news.html

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foto: Tommaso le Pera e Cecilia Fusco

 

the Conference

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The Conference – il gioco dei potenti

di Marco Calvani
Regia di Massimiliano Vado.

Con Carla Chiarelli, Daniele Amendola


Continua l’omaggio a Shakespeare del Festival Quartieri dell’Arte attraverso riscritture e omaggi di drammaturghi italiani, arriva la prima mondiale di “The Conference- il gioco dei potenti” di Marco Calvani, uno degli autori teatrali italiani più rappresentati a livello internazionale.

Il sottotitolo dell’opera -il gioco dei potenti- fa riferimento alla leggendaria messa in scena di Giorgio Strehler dell’ “Enrico VI” di Shakespeare e Calvani ambienta la sua vicenda di gioco intimo del potere nel corridoio di un bagno. La regia di Massimiliano Vado colloca l’uscita dal bagno dei due personaggi, interpretati da Carla Chiarelli e Daniele Amendola, direttamente in uno studio televisivo, prima in un fuorionda, poi durante un confronto in diretta.

La messa in scena diventa così una riflessione sulla politica contemporanea, un territorio in cui non ci sono più un dentro e un fuori, in cui l’intimo diventa il pubblico e in cui è sempre più difficile operare una discriminazione tra verità e manipolazione.

Calvani ambienta la sua vicenda di gioco intimo del potere nel corridoio di un bagno.
La regia di MassimilianoVado colloca l’uscita dal bagno dei due personaggi, interpretati da CarlaChiarelli e DanieleAmendola, direttamente in uno studio televisivo, prima in un fuorionda, poi durante un  Confronto in diretta.

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Bariona o il figlio del tuono (2008)

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Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato
Ministero per i Beni e le Attività Cultura – Regione Toscana – Provincia di Pisa
Comune di San Miniato – Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato
con il patrocinio del Pontificium Consilium de Cultura
LXII Festa del Teatro a San Miniato

BARIONA
O IL FIGLIO DEL TUONO
di JEAN-PAUL SARTRE
traduzione di MARCO ANTONIO AIMO

con GIUSEPPE CALCAGNO, MARIA ROSARIA CARLI, ALESSANDRO CASULA, AMEDEO D’AMICO, SEBASTIANO LO MONACO, ROSARIO PETIX, MIRKO RIZZOTTO,  MASSIMILIANO SOZZI, MASSIMILIANO VADO, ALKIS ZANIS, LUISA GUICCIARDINI

regia di ROBERTO GUICCIARDINI
scene PIERO GUICCIARDINI
costumi CRISTINA ACETI
musiche originali DARIO ARCIDIACONO
luci LUIGI ASCIONE
realizzazione TEATRINO DEI FONDI-SICILIATEATRO
aiuto regista ALESSANDRO CASULA
direttore di scena ROCCO GIORDANO
responsabile fonica EMANUELE PONTECORVO
capo sarta SABRINA SOLIMAND
direzione artistica Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato SALVATORE CIULLA
ufficio stampa CRISTINA RASTELLI
coordinamento tecnico ANGELITA BORGHERESI
segreteria generale DAVID BALDANZI

PRIMA RAPPRESENTAZIONE ASSOLUTA


Prigioniero nel campo di concentramento di Treviri nel 1940, Jean-Paul Sartre scrisse per i suoi compagni Bariona o il figlio del tuono, «un racconto di Natale per cristiani e non credenti», come lui stesso lo definì. Lo allestì e riservò per sé il ruolo di Baldassarre, il «filosofo» dei re Magi. Ciò che colpisce dell’ opera è il senso profondo di speranza che non deve morire anche nei momenti più cupi di dolore e oppressione, perché arma potentissima contro i tiranni. Una speranza che deve obbligare al fare in qualsiasi circostanza, a riconoscere qual è la via che porta a quel bene assoluto che è la libertà, a riconoscere, metaforicamente o spiritualmente, il Messia, come succederà a Bariona, capovillaggio ebreo ai tempi della dominazione romana che per opporsi agli occupanti ordina al suo popolo di non fare più figli. Un lento suicidio di massa contro l’ invasore. La moglie Sara, Maria Rosa Carli, si scopre incinta, non accetta di abortire e fugge. Giunge la notizia della nascita a Betlemme del Messia. Bariona decide di ucciderlo, ma convinto da Baldassarre capisce che non si può uccidere la speranza di un futuro e della vita e combatterà con i suoi uomini l’ esercito romano per permettere la fuga e la salvezza del Bambinello. L’ Istituto del dramma antico di San Miniato ha affidato la regia di questo dramma ridondante e prolisso ma non privo di spunti di interesse a Roberto Guicciardini, che ha racchiuso l’ azione e gli spettatori tra i fili spinati di un lager. Con poveri, semplici travestimenti sopra le tragiche divise a strisce, gli attori fanno vivere su spoglie pedane la storia di Bariona.


Scrive Roberto Guicciardini nelle note di regia “I personaggi del racconto saranno gli stessi prigionieri, come in realtà davvero avvenne; in una trasposizione facilmente accessibile: un gruppo sparuto di attori, fortemente caratterizzati nella loro veste di prigionieri del campo, ciascuno con una propria individualità, assumeranno volta a volta i vari (numerosi!) personaggi del dramma, anche più di un personaggio ciascuno, secondo un sistema di affinità o di scoperta, lasciando esenti solo i due o tre personaggi principali che sono necessari alla dialettica del racconto…. La stessa irruzione del magico, l’apparizione dell’angelo, l’epifania del divino e la mirabile descrizione che Sartre ne fa, come il narratore d’immagini preposto a prologo della pièce, rientrano in questo giuoco scenico, assumono i tratti di una aderenza a un libero progetto d’esistere”.


Come prega un ateo? Il 17 luglio, a San Miniato, per la tradizionale rassegna del dramma sacro, il regista Roberto Guicciardini metterà in scena in prima mondiale Bariona o il figlio del tuono con l’interpretazione di Sebastiano Lo Monaco. Bariona è il primo testo teatrale di Jean-Paul Sartre sconosciuto fino agli anni Sessanta, quando è stato pubblicato in Francia in 500 copie fuori commercio. Nel 2003 è stato tradotto in italiano dall’editore Marinotti (pp. 117, e14,50). Bariona non è soltanto la scintilla drammaturgica dalla quale scaturiranno testi un tempo famosi come Le mani sporche o I sequestrati di Altona. Bariona è soprattutto un lampo di religiosità scoccato nel 1940, quando Sartre era prigioniero nello Stalag 12D di Treviri, in Germania, ed era un intellettuale non ancora comunista che aveva sostituito all’idea della divinità la «santità della letteratura».

Era finito in quel Lager dopo essere stato mandato a combattere nel Nord-Est della Francia. Il 21 giugno, giorno del suo compleanno e prima di riuscire a sparare un solo colpo, fu fatto prigioniero dai nazisti a Padoux, in Lorena. Per lui la vita nel campo non era del tutto spiacevole. I suoi compagni di prigionia erano costretti a lavorare sui campi, in sostituzione dei contadini mandati al fronte, lui invece fu collocato in infermeria, dove non faceva niente; poi, vista la sua indole studiosa, fu trasferito nella Baracca D, «la baracca dei poeti». Lì venivano radunati tutti coloro che col pensiero, l’arte, la parola, potevano alleviare le sofferenze dei reclusi. Sartre parlava di filosofia, teneva seminari su Heidegger (nientemeno), scriveva e, con la proverbiale modestia, diceva di voler dare alla Francia «un’ideologia per il dopoguerra». In una lettera a Simone De Beauvoir confessò: «Se la guerra continuasse a questo ritmo lento e cullante, credo che al momento della pace avrei scritto tre romanzi e dodici opere filosofiche».

Nello Stalag divenne amico di due preti: l’abate Marius Perrin e padre Boisselot. Con loro parlava di religione e di filosofia. E furono i religiosi che in quel 1940, avvicinandosi il Natale, chiesero all’ateo di scrivere qualcosa per tutti quanti loro. Che cosa? domandò Sartre. Qualcosa che faccia dimenticare le sofferenze e dia una speranza, risposero. Nacque da questa premessa Bariona, «un racconto di Natale per cristiani e non credenti» di cui i nazisti non afferrarono il senso politico, scambiandolo per una innocua favola natalizia, e concedendo perciò il permesso alla rappresentazione nell’hangar che padre Boisselot riuscì a conquistare con le sue straordinarie doti diplomatiche. Scritto l’atto unico, Sartre si occupò della regia, scelse gli «attori» e lui stesso, in quella notte di Natale, salì in palcoscenico nella parte di Baldassarre, il più «filosofo» dei Magi.

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PROMETEO INCATENATO (2006)

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PROMETEO INCATENATO
di Eschilo
traduzione Monica Centanni

con Gianluigi Fogacci, Melania Giglio, Massimiliano Vado, Claudio Mazzenga, Mirko Rizzotto
e Sebastiano lo Monaco;
e con Silvia Giuliano, Angela Rafanelli, Giada Prandi, Diana Manea, Alessandra Guazzini e Maria Teresa Pintus

scene Piero Guicciardini
costumi Giuseppe Avallone
musiche Dario Arcidiacono
luci Lucilla Baroni
regia Roberto Guicciardini


Prometeo incatenato è la seconda parte di una trilogia costituita da altri due drammi, Prometeo portatore di fuoco e Prometeo liberato, oggi entrambi perduti. Si sa però che al termine della trilogia Prometeo si riconcilierà con Zeus, del quale dovrà accettare il diritto a regnare sull’Olimpo.
Il titano Prometeo, colpevole di avere amato gli uomini al punto di donare loro il fuoco dopo averlo rubato agli dei, è infatti incatenato a una rupe da Efesto per ordine di Zeus. Lì resterà per moltissimi anni, mentre un rapace gli roderà il fegato che ogni volta si ricostituirà per prolungargli il supplizio.
Pur avendo come personaggi dei e semidei, Prometeo Incatenato è una tragedia fortemente umana: la disperazione di Io, anch’ella vittima degli dei, è posta accanto alla pietà di Oceano e a quella, ben più forte, di Efesto nei confronti di Prometeo; a questi sentimenti più o meno positivi si contrappongono la crudeltà implacabile di Kratos e il cinismo ironico di Ermes. Su tutti, però, campeggia Prometeo: il titano è consapevole di essere vittima di un’ingiustizia, ciò nonostante offre il fianco alla furia degli dei.
“L’identificazione con la nostra storia” commenta Guicciardini, “si spinge fino a farci intravedere nell’eroe martoriato una figura che in sé assomma i diseredati, gli oppressi, i perseguitati, i reietti di ogni tempo e ogni luogo, coloro che si sono posti ai margini della società, o che da questa sono stati respinti per aver osato un riscatto o tentato un qualche perfezionamento nell’ambito della natura morale o intellettuale dell’umanità. Una figura che, in sintesi, ricalca quasi in controluce i lineamenti di un uomo crocifisso, come riconobbe Tertulliano o, ai giorni nostri, Simone Weil”.


«E pur, della mia sorte né favellare né tacere io posso. Ché per un dono che ai mortali io porsi, sotto il giogo sono io di tal destino: la furtiva predai fonte del fuoco nascosta entro la fèrula, che agli uomini maestra fu d’ogni arte, ed util sommo. Di tal misfatto pago il fio, nei lacci, a cielo aperto, turpemente avvinto».
Questo ottobre al Teatro Olimpico di Vicenza, nell’ambito del 59° Ciclo di spettacoli classici, è stato rappresentato Prometeo Incatenato di Eschilo. La scena palladiana ha accolto uno dei maggiori attori della generazione di mezzo, Sebastiano Lo Monaco. La firma dell’allestimento è invece di un grande maestro italiano del teatro, Roberto Guicciardini. La presenza di Lo Monaco è stata una novità assoluta, mentre Guicciardini è tornato sul palcoscenico vicentino dopo anni di assenza. Si tratta di un titolo poco frequentato dai cartelloni dell’Olimpico (l’ultimo allestimento risale al 1999, con la regia di Lamberto Puggelli), anche se la tragedia è tra le più suggestive e intriganti del teatro greco.
Protagonista è il titano Prometeo colpevole di aver portato il fuoco agli uomini e per questo punito da Zeus/Giove il quale ordina a Efesto di portarlo su un dirupo, scortato da Cratos e Bia, dove il suo fegato verrà divorato giorno dopo giorno da un rapace. Mentre viene incatenato, Prometeo non parla. Solo quando i tre si allontanano, inizia il suo appello alle Oceanine in una grande e famosissima monodia: «O luminoso etere, o venti dalle rapidi ali, o sorgenti dei fiumi, sorriso innumerevole delle acque del mare». Il mare ode il suo lamento e le figlie di Oceano accorrono al suo lamento. Prometeo narra loro le proprie colpe e soprattutto di come diede agli uomini il benefico fuoco.
Entra in scena Oceano che interviene per r consigliare Prometeo a ridurre la propria tracotanza e a dimostrare una maggiore remissione; solo così egli potrà aiutarlo. Ma il titano è sprezzante e risponde ironico, respingendo Oceano e i suoi consigli. Riprende a narrare le opere di benevolenza compiute in favore degli uomini e le Oceanine gli chiedono: «Ma tu, Prometeo, perché non provvedi a te stesso?». Il titano, che possiede il dono della preveggenza, accenna a un segreto sul destino di Zeus che egli considera essere l’arma per la sua liberazione: «E col segreto io sfuggirò le pene e i lacci turpi».
Una giovanetta con due brevi corna sulla fronte arriva per caso sulla roccia dove è incatenato Prometeo: è Io, lontana ava di Eracle, che vaga per la terra cercando di scampare alla vendetta che Era ha lanciato contro di lei e al marito infedele, Zeus. Io racconta alle Oceanine le proprie sventure e Prometeo le predice quanto ancora dovrà patire. Ma le annuncia anche la fine di Zeus, se egli non sarà presto liberato. La giovane gli domanda chi mai potrà liberarlo e Prometeo risponde che sarà proprio uno dei suoi figli: «Di terza stirpe, dopo dieci stirpi». E mentre si intravede un finale di giustizia e felicità, entra in scena Zeus a mescolare di nuovo le carte: il dio supremo invia Ermes da Prometeo per sapere quale segreto egli nasconda. Prometeo rifiuta di rivelarlo e una grande rovina lo travolge: la roccia alla quale è incatenato si squarcia ed egli cade nel vuoto, scomparendo per sempre.
Il testo, tradotto da Monica Centanni, presenta complessità linguistiche che rendono difficile la resa della profondità e della bellezza del testo originale. «Nel lessico» commenta la Centanni «si è tentato di alludere all’elaborata complessità dei composti e delle figure, senza comporre parole e immagini, formalmente o retoricamente incompatibili con le strutture della lingua italiana. Nella resa dello stile linguistico dei diversi personaggi e dei cori si è cercato di rispettare, come Eschilo fa, l’ethos delle diverse voci»

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http://www.scenapparente.it/sce_scen02.htm
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