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Bariona o il figlio del tuono (2008)

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Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato
Ministero per i Beni e le Attività Cultura – Regione Toscana – Provincia di Pisa
Comune di San Miniato – Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato
con il patrocinio del Pontificium Consilium de Cultura
LXII Festa del Teatro a San Miniato

BARIONA
O IL FIGLIO DEL TUONO
di JEAN-PAUL SARTRE
traduzione di MARCO ANTONIO AIMO

con GIUSEPPE CALCAGNO, MARIA ROSARIA CARLI, ALESSANDRO CASULA, AMEDEO D’AMICO, SEBASTIANO LO MONACO, ROSARIO PETIX, MIRKO RIZZOTTO,  MASSIMILIANO SOZZI, MASSIMILIANO VADO, ALKIS ZANIS, LUISA GUICCIARDINI

regia di ROBERTO GUICCIARDINI
scene PIERO GUICCIARDINI
costumi CRISTINA ACETI
musiche originali DARIO ARCIDIACONO
luci LUIGI ASCIONE
realizzazione TEATRINO DEI FONDI-SICILIATEATRO
aiuto regista ALESSANDRO CASULA
direttore di scena ROCCO GIORDANO
responsabile fonica EMANUELE PONTECORVO
capo sarta SABRINA SOLIMAND
direzione artistica Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato SALVATORE CIULLA
ufficio stampa CRISTINA RASTELLI
coordinamento tecnico ANGELITA BORGHERESI
segreteria generale DAVID BALDANZI

PRIMA RAPPRESENTAZIONE ASSOLUTA


Prigioniero nel campo di concentramento di Treviri nel 1940, Jean-Paul Sartre scrisse per i suoi compagni Bariona o il figlio del tuono, «un racconto di Natale per cristiani e non credenti», come lui stesso lo definì. Lo allestì e riservò per sé il ruolo di Baldassarre, il «filosofo» dei re Magi. Ciò che colpisce dell’ opera è il senso profondo di speranza che non deve morire anche nei momenti più cupi di dolore e oppressione, perché arma potentissima contro i tiranni. Una speranza che deve obbligare al fare in qualsiasi circostanza, a riconoscere qual è la via che porta a quel bene assoluto che è la libertà, a riconoscere, metaforicamente o spiritualmente, il Messia, come succederà a Bariona, capovillaggio ebreo ai tempi della dominazione romana che per opporsi agli occupanti ordina al suo popolo di non fare più figli. Un lento suicidio di massa contro l’ invasore. La moglie Sara, Maria Rosa Carli, si scopre incinta, non accetta di abortire e fugge. Giunge la notizia della nascita a Betlemme del Messia. Bariona decide di ucciderlo, ma convinto da Baldassarre capisce che non si può uccidere la speranza di un futuro e della vita e combatterà con i suoi uomini l’ esercito romano per permettere la fuga e la salvezza del Bambinello. L’ Istituto del dramma antico di San Miniato ha affidato la regia di questo dramma ridondante e prolisso ma non privo di spunti di interesse a Roberto Guicciardini, che ha racchiuso l’ azione e gli spettatori tra i fili spinati di un lager. Con poveri, semplici travestimenti sopra le tragiche divise a strisce, gli attori fanno vivere su spoglie pedane la storia di Bariona.


Scrive Roberto Guicciardini nelle note di regia “I personaggi del racconto saranno gli stessi prigionieri, come in realtà davvero avvenne; in una trasposizione facilmente accessibile: un gruppo sparuto di attori, fortemente caratterizzati nella loro veste di prigionieri del campo, ciascuno con una propria individualità, assumeranno volta a volta i vari (numerosi!) personaggi del dramma, anche più di un personaggio ciascuno, secondo un sistema di affinità o di scoperta, lasciando esenti solo i due o tre personaggi principali che sono necessari alla dialettica del racconto…. La stessa irruzione del magico, l’apparizione dell’angelo, l’epifania del divino e la mirabile descrizione che Sartre ne fa, come il narratore d’immagini preposto a prologo della pièce, rientrano in questo giuoco scenico, assumono i tratti di una aderenza a un libero progetto d’esistere”.


Come prega un ateo? Il 17 luglio, a San Miniato, per la tradizionale rassegna del dramma sacro, il regista Roberto Guicciardini metterà in scena in prima mondiale Bariona o il figlio del tuono con l’interpretazione di Sebastiano Lo Monaco. Bariona è il primo testo teatrale di Jean-Paul Sartre sconosciuto fino agli anni Sessanta, quando è stato pubblicato in Francia in 500 copie fuori commercio. Nel 2003 è stato tradotto in italiano dall’editore Marinotti (pp. 117, e14,50). Bariona non è soltanto la scintilla drammaturgica dalla quale scaturiranno testi un tempo famosi come Le mani sporche o I sequestrati di Altona. Bariona è soprattutto un lampo di religiosità scoccato nel 1940, quando Sartre era prigioniero nello Stalag 12D di Treviri, in Germania, ed era un intellettuale non ancora comunista che aveva sostituito all’idea della divinità la «santità della letteratura».

Era finito in quel Lager dopo essere stato mandato a combattere nel Nord-Est della Francia. Il 21 giugno, giorno del suo compleanno e prima di riuscire a sparare un solo colpo, fu fatto prigioniero dai nazisti a Padoux, in Lorena. Per lui la vita nel campo non era del tutto spiacevole. I suoi compagni di prigionia erano costretti a lavorare sui campi, in sostituzione dei contadini mandati al fronte, lui invece fu collocato in infermeria, dove non faceva niente; poi, vista la sua indole studiosa, fu trasferito nella Baracca D, «la baracca dei poeti». Lì venivano radunati tutti coloro che col pensiero, l’arte, la parola, potevano alleviare le sofferenze dei reclusi. Sartre parlava di filosofia, teneva seminari su Heidegger (nientemeno), scriveva e, con la proverbiale modestia, diceva di voler dare alla Francia «un’ideologia per il dopoguerra». In una lettera a Simone De Beauvoir confessò: «Se la guerra continuasse a questo ritmo lento e cullante, credo che al momento della pace avrei scritto tre romanzi e dodici opere filosofiche».

Nello Stalag divenne amico di due preti: l’abate Marius Perrin e padre Boisselot. Con loro parlava di religione e di filosofia. E furono i religiosi che in quel 1940, avvicinandosi il Natale, chiesero all’ateo di scrivere qualcosa per tutti quanti loro. Che cosa? domandò Sartre. Qualcosa che faccia dimenticare le sofferenze e dia una speranza, risposero. Nacque da questa premessa Bariona, «un racconto di Natale per cristiani e non credenti» di cui i nazisti non afferrarono il senso politico, scambiandolo per una innocua favola natalizia, e concedendo perciò il permesso alla rappresentazione nell’hangar che padre Boisselot riuscì a conquistare con le sue straordinarie doti diplomatiche. Scritto l’atto unico, Sartre si occupò della regia, scelse gli «attori» e lui stesso, in quella notte di Natale, salì in palcoscenico nella parte di Baldassarre, il più «filosofo» dei Magi.

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PROMETEO INCATENATO (2006)

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PROMETEO INCATENATO
di Eschilo
traduzione Monica Centanni

con Gianluigi Fogacci, Melania Giglio, Massimiliano Vado, Claudio Mazzenga, Mirko Rizzotto
e Sebastiano lo Monaco;
e con Silvia Giuliano, Angela Rafanelli, Giada Prandi, Diana Manea, Alessandra Guazzini e Maria Teresa Pintus

scene Piero Guicciardini
costumi Giuseppe Avallone
musiche Dario Arcidiacono
luci Lucilla Baroni
regia Roberto Guicciardini


Prometeo incatenato è la seconda parte di una trilogia costituita da altri due drammi, Prometeo portatore di fuoco e Prometeo liberato, oggi entrambi perduti. Si sa però che al termine della trilogia Prometeo si riconcilierà con Zeus, del quale dovrà accettare il diritto a regnare sull’Olimpo.
Il titano Prometeo, colpevole di avere amato gli uomini al punto di donare loro il fuoco dopo averlo rubato agli dei, è infatti incatenato a una rupe da Efesto per ordine di Zeus. Lì resterà per moltissimi anni, mentre un rapace gli roderà il fegato che ogni volta si ricostituirà per prolungargli il supplizio.
Pur avendo come personaggi dei e semidei, Prometeo Incatenato è una tragedia fortemente umana: la disperazione di Io, anch’ella vittima degli dei, è posta accanto alla pietà di Oceano e a quella, ben più forte, di Efesto nei confronti di Prometeo; a questi sentimenti più o meno positivi si contrappongono la crudeltà implacabile di Kratos e il cinismo ironico di Ermes. Su tutti, però, campeggia Prometeo: il titano è consapevole di essere vittima di un’ingiustizia, ciò nonostante offre il fianco alla furia degli dei.
“L’identificazione con la nostra storia” commenta Guicciardini, “si spinge fino a farci intravedere nell’eroe martoriato una figura che in sé assomma i diseredati, gli oppressi, i perseguitati, i reietti di ogni tempo e ogni luogo, coloro che si sono posti ai margini della società, o che da questa sono stati respinti per aver osato un riscatto o tentato un qualche perfezionamento nell’ambito della natura morale o intellettuale dell’umanità. Una figura che, in sintesi, ricalca quasi in controluce i lineamenti di un uomo crocifisso, come riconobbe Tertulliano o, ai giorni nostri, Simone Weil”.


«E pur, della mia sorte né favellare né tacere io posso. Ché per un dono che ai mortali io porsi, sotto il giogo sono io di tal destino: la furtiva predai fonte del fuoco nascosta entro la fèrula, che agli uomini maestra fu d’ogni arte, ed util sommo. Di tal misfatto pago il fio, nei lacci, a cielo aperto, turpemente avvinto».
Questo ottobre al Teatro Olimpico di Vicenza, nell’ambito del 59° Ciclo di spettacoli classici, è stato rappresentato Prometeo Incatenato di Eschilo. La scena palladiana ha accolto uno dei maggiori attori della generazione di mezzo, Sebastiano Lo Monaco. La firma dell’allestimento è invece di un grande maestro italiano del teatro, Roberto Guicciardini. La presenza di Lo Monaco è stata una novità assoluta, mentre Guicciardini è tornato sul palcoscenico vicentino dopo anni di assenza. Si tratta di un titolo poco frequentato dai cartelloni dell’Olimpico (l’ultimo allestimento risale al 1999, con la regia di Lamberto Puggelli), anche se la tragedia è tra le più suggestive e intriganti del teatro greco.
Protagonista è il titano Prometeo colpevole di aver portato il fuoco agli uomini e per questo punito da Zeus/Giove il quale ordina a Efesto di portarlo su un dirupo, scortato da Cratos e Bia, dove il suo fegato verrà divorato giorno dopo giorno da un rapace. Mentre viene incatenato, Prometeo non parla. Solo quando i tre si allontanano, inizia il suo appello alle Oceanine in una grande e famosissima monodia: «O luminoso etere, o venti dalle rapidi ali, o sorgenti dei fiumi, sorriso innumerevole delle acque del mare». Il mare ode il suo lamento e le figlie di Oceano accorrono al suo lamento. Prometeo narra loro le proprie colpe e soprattutto di come diede agli uomini il benefico fuoco.
Entra in scena Oceano che interviene per r consigliare Prometeo a ridurre la propria tracotanza e a dimostrare una maggiore remissione; solo così egli potrà aiutarlo. Ma il titano è sprezzante e risponde ironico, respingendo Oceano e i suoi consigli. Riprende a narrare le opere di benevolenza compiute in favore degli uomini e le Oceanine gli chiedono: «Ma tu, Prometeo, perché non provvedi a te stesso?». Il titano, che possiede il dono della preveggenza, accenna a un segreto sul destino di Zeus che egli considera essere l’arma per la sua liberazione: «E col segreto io sfuggirò le pene e i lacci turpi».
Una giovanetta con due brevi corna sulla fronte arriva per caso sulla roccia dove è incatenato Prometeo: è Io, lontana ava di Eracle, che vaga per la terra cercando di scampare alla vendetta che Era ha lanciato contro di lei e al marito infedele, Zeus. Io racconta alle Oceanine le proprie sventure e Prometeo le predice quanto ancora dovrà patire. Ma le annuncia anche la fine di Zeus, se egli non sarà presto liberato. La giovane gli domanda chi mai potrà liberarlo e Prometeo risponde che sarà proprio uno dei suoi figli: «Di terza stirpe, dopo dieci stirpi». E mentre si intravede un finale di giustizia e felicità, entra in scena Zeus a mescolare di nuovo le carte: il dio supremo invia Ermes da Prometeo per sapere quale segreto egli nasconda. Prometeo rifiuta di rivelarlo e una grande rovina lo travolge: la roccia alla quale è incatenato si squarcia ed egli cade nel vuoto, scomparendo per sempre.
Il testo, tradotto da Monica Centanni, presenta complessità linguistiche che rendono difficile la resa della profondità e della bellezza del testo originale. «Nel lessico» commenta la Centanni «si è tentato di alludere all’elaborata complessità dei composti e delle figure, senza comporre parole e immagini, formalmente o retoricamente incompatibili con le strutture della lingua italiana. Nella resa dello stile linguistico dei diversi personaggi e dei cori si è cercato di rispettare, come Eschilo fa, l’ethos delle diverse voci»

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http://www.scenapparente.it/sce_scen02.htm
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SCARAFAGGI

Processed with MOLDIV

PAT, passi teatrali, Premio inDivenire, Spazio Diamante
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SCARAFAGGI

di Nick Russo
con Eleonora Belcamino, Giacomo Bottoni
Federica Gumina, Alberto Paradossi, Nick Russo
aiuto regia Mily Cutrera di Montesano
costumi Noemi Intino
impianto scenico, luci e regia Massimiliano Vado

Processed with MOLDIV

la conferenza stampa di presentazione del Festival, con Giampiero Cicciò

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SCARAFAGGI di Nick Russo
note di regia di Massimiliano Vado

Segnare di claustrofobia e caldo l’attesa del nulla.
Aspettare di partire senza sapere se veramente si ha un luogo dove andare.
Ogni singolo rumore è amplificato dalla paura e dall’inconsapevolezza di quello che sta succedendo.
Uno scenario post apocalittico concentrato in una stanza, e cinque personaggi che si completano nella propria distruzione.
Non c’è via d’uscita e lo si capisce dopo pochi minuti, ma non è la cosa più importante.
Quel che preme è far succedere di tutto senza che accada niente, senza che nessuno si sposti.
Fuori ci sono gli zombie? Dei mostri? Chissà.
Qualcosa si muove, dentro. ed è quello che fa più baccano.

Anche io, come regista, sono stato sedotto dal lato oscuro del teatro, quello che si specchia nelle provocazioni giovanilistiche delle serie televisive e nella diagonali rappresentativa contemporanea del Grand Guignol;
inevitabilmente, dovremmo dire, perché l’itinerario registico che avevo predisposto teneva conto dell’impegnativo confronto con il paradigma cinematografico horror e della concentrazione attenzionale richiesta da un pubblico di non abbonati e con l’età decisamente sotto la media classica.
Una seduzione a cui è difficile sottrarsi.

È comunemente invalso che per cercare l’uomo cui i suoi trasalimenti le sue speranze, i suoi dubbi e le sue paure, e per scandagliarne il fondo nebuloso indistinto dove si annida l’incontaminata ricchezza del pensiero, occorre sottoporre il testo di scarafaggi, ad una analisi impietosa  quanto cinica:
la regia di un corpo testuale così complesso, in cui di fatto si attende che accada qualcosa, senza sprofondare come in una sabbia mobile nell’immaginario beckettiano, pone i suoi pilastri di partenza nell’eliminazione ridondante di qualsiasi scappatoia interpretativa, annulla la teatralità del gesto e si impossessa dell’anima.
Rappresentazione come vissuto, senza passare colpevolmente per la performance.

I segni della paura si disegnano addosso agli attori, lo sforzo si moltiplica e drammatizza se stesso solo nell’amplificarsi di una realtà, per arrivare al midollo delle parole solo dopo un pensiero concordato ma -ogni sera- originale.
Segna il disegno registro lo scatenamento fantasioso delle biografie dei cinque personaggi, sempre in scena, spesso sotto tensione, perennemente alla ricerca di se stessi così come di una via d’uscita.
Le rette inter relazionali sono lo scheletro di quello che mi interessa: come ognuno di loro guarda e si relaziona con gli altri, seguendo percorsi definiti allo spasimo e nuotando emozionalmente in un luogo che di reale ha solo la percezione estrema.
La sospensione della credulità richiesta dalla sacralità del luogo, proietta, di fatto, lo spettatore, nella stessa angoscia, della stessa situazione, nella stessa ambientazione. È questo l’intento principale.

La sollecitazione della creazione avviene mediante il processo di analisi che si comincia durante le prove, non senza tralasciare gli obblighi dettati dalla compatibilità della struttura narrativa, e si approfondisce obbligatoriamente differenziando le repliche per protagonismi poetici.
A guidare la recitazione è il testo, non certo l’egoriferimento.
Innescare il meccanismo principale con il solo smottamento emozionale, rilasciare adrenalina con sapienza programmatica ma destrutturando giornalmente, nuovi obiettivi attoriali, sia per assecondare la mia visione che prospetta la mancanza di ripetizione, nel perdurare delle repliche, che per centrare una lettura dello spettacolo Scarafaggi che sia proclamata quanto intima.
Credo sia l’unico modo di lavorare.

 

Gli scarafaggi hanno fame. Gli scarafaggi cercano di sopravvivere. In situazioni critiche, come un attacco nucleare, sono alcune delle pochissime forme di vita che possano sopravvivere. La natura gli ha donato risorse genetiche che ricompensano benissimo il loro forte attaccamento alla vita, resistenze fisiche che spingono il loro corpo quasi a qualsiasi flessione. Non hanno problemi ad adattarsi, ad alimentarsi se necessario, se la situazione lo richiede, al limite del commestibile. Si raggruppano in maniera gregaria anche se ogni individuo ha in realtà una sua personalità che gli permette anche emergere dal gruppo, distinguendosi in qualcosa.

Anche noi siamo come gli scarafaggi, se dobbiamo. Non è necessaria di questi tempi un’esplosione nucleare per arrivare ad osservare un paesaggio post apocalittico come quello che ho visto ricreato dalla messa in scena di questo spettacolo. Basterebbe un’epidemia, un qualche scherzo creato della genetica dell’uomo che gioca a fare dio o magari anche una semplice invasione. Non è importante. Quello che c’è di importante è che noi esseri umani avremmo delle ben precise reazioni ad un mondo del genere. QUELLE ci interessano. E le ho viste, in pieno.

Buio. Suono di pioggia, la scena spoglia, quattro luci angolate in un quadrato e collegate idealmente da una traccia a terra fatta con nastro carta dogvilliano. Poi un ruvido messaggio echeggia per la sala, un’offerta di aiuto e speranza che chiama a raccolta i superstiti. Ma di cosa? All’improvviso veniamo catapultati in una stanza dove vediamo 5 figure rifugiate e recluse in quattro mura, alcune nella disperazione, altre in preda al dolore. Paura, ansia, insicurezza, foga. Non si riesce a capire i caratteri di ognuno dapprima, ma poi si definiscono sempre di più: un prigioniero sotto tiro armato, due uomini e una donna stremati invasori, un’altra donna ferita a terra. Tutti diversissimi tra loro, tutti in preda di un’insana ricerca di sicurezza, si parlano addosso, si accusano, si minacciano, si preoccupano, in un continuo spostamento di umori e anime. Ma da dove vengono? Cosa è successo?

All’improvviso si bloccano tutti di colpo: silenzio… poi un rantolo, dapprima come di un piccolo animale quasi inoffensivo, poi spaventosi gorgoglii bassi e vibranti e schiocchi forti come colpi di frusta fanno vibrare l’aria, a loro e a noi il petto, le nostre bocche aperte in un’apnea alta… di nuovo silenzio poi, in tutto il teatro, coinvolto.
Ed è emozione.

L’enfasi è bilanciata e ben misurata, la regia di MASSIMILIANO VADO è graffiante, cattiva e crudele, istintiva e vera, la ricostruzione è come potrebbe solo davvero essere in una realtà come quella. Il testo di NICK RUSSO, pieno di foga e attriti, è ben collegato dall’ottimo collante delle sfumature e emotività dei personaggi, che permettono allo spettatore di segurine benissimo la trama. Regista e autore lavorano con successo alla reazione di un’umanità in uno stato di privazione, di assenza totale di tutto ciò che conosciamo ed abbiamo.

Gli attori ELEONORA BELCAMINO, GIACOMO BOTTONI, FEDERICA GUMINA, ALBERTO PARADOSSI e lo stesso autore NICK RUSSO ben comunicano il loro mestiere: ci fanno vivere perfettamente le loro emozioni, in tutte le circostanze e situazioni descritte. Un ottimo lavoro attoriale che distingue ogni personaggio con caratteri puliti e definiti.  FILIPPO nella sua visione umanitaria e altruista della vita, al soccorso di una donna ferita a terra per salvarla, chiunque ella sia. MARY è la sua forte compagna di ogni battaglia, in guerra e in amore. Gli ideali di CLAUDIA sono una nota dissonante che crea disarmonia. Il protettivo NICK non manca mai con i denti di fuori e con la pistola in mano di minacciare lo strano e ambiguo MATTEO.

Anche le scelte di scene, luci e costumi sono ben azzeccate.
Quattro colonne di luce che delimitano gli angoli di quella stanza, con colori estremi che vanno dal freddo glaciale fino al caldo rovente, ci illuminano uno scenario cosparso da un tappeto di foglie. Foglie secche, morte. La cura e l’agio della vita a cui siamo abituati sono scomparsi, ci sono cose più importanti a cui pensare: restare vivi innanzitutto.

I costumi di NOEMI INTINO sono veri, in quella giusta asincronia di stile ed elementi, come se fossero stati raccolti nel tempo dai personaggi stessi attraverso tantissime peripezie e difficoltà, pezzo dopo pezzo: “Questo va bene, sì, lo prendo”. Fino a costruirsi delle vere e proprie uniformi personali, delle vere e proprie corazze morali.

Uno spettacolo che ci mostra le nostre paure ed angosce, in un realistico scenario dove se si va in scelte indecise si diventa vulnerabili, deboli. Dove bisogna prendere scelte forti ed estreme se si vuole sopravvivere. Dove ogni tanto la mente vacilla e non può fare a meno di rincorre con la memoria ciò che non c’è più, rimpiangendolo. E non si è più sicuri di niente. Emerge il dolore dei cari scomparsi, perduti. Si avverte un fortissimo senso di colpa per non aver potuto far di più per loro. In un susseguirsi incalzante di cupe atmosfere, dubbi, rinfacci, scuse, litigi, amori incrinati, scoperte dolorose e drammi esistenziali.
Uno spettacolo dal fortissimo impatto empatico, che consiglio a tutti di vedere e “vivere”.

(Paolo Ricci per http://www.artsevent.eu/scarafaggi-spazio-diamante/)

 

 

OTELLO (2007) – rassegna stampa e foto

 

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SiciliaTeatro, Comune di Lamezia Terme, MV produzioni
OTELLO
di William Shakespeare
traduzione di Masolino d’Amico

con Sebastiano Lo Monaco, Massimiliano Vado,
Maria Rosaria Carli,  Alkis Zanis
e con Marta Richeldi nel ruolo di Desdemona
Scene Piero Guicciardini
Costumi Maurizio Millenotti
Luci Luigi Ascione
regia Roberto Guicciardini
aiuto regia Massimiliano Vado

Personaggi e interpreti
OTELLO Sebastiano Lo Monaco
BRABANZIO Massimo Leggio
CASSIO Mirko Rizzotto
IAGO Massimiliano Vado
RODERIGO Alkis Zanis
DOGE Amedeo D’Amico
MONTANO Mimmo Padrone
LODOVICO Marius Bizau
GRAZIANO Massimiliano Sozzi
CLOWN Matteo Micheli
DESDEMONA Marta Richeldi
EMILIA Maria Rosaria Carli
BIANCA Alessia Innocenti / Benedetta Borciani
Assistente alla regia – Diana Manea
Musiche a cura di Giovanni Zappalorto
Assistente ai costumi – Tiziano Musetti

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L’amore non è estasi e incanto ma passione distruttiva, ossessione, follia. L’ intreccio degli inganni ordito da Jago con un crescendo implacabile, pur nel ritmo della improvvisazione, è condotto con la perfidia di un giuoco intellettuale, ma emana nel suo esplicarsi la forza dirompente dell’odio che condurrà alla definitiva afasia. I turbamenti sentimentali, la tortura dell’amore tradito, non sono disgiunti da una marcata morbosità, cosi come latenti pulsioni aberranti creano un clima erotico che si espande su tutti come una rete profumata, ma esiziale. Il mondo elisabettiano, come il mondo di oggi, è un mondo disgregato, dall’equilibrio precario. La storia come la natura è crudele: muoiono gli eroi come i folli, gli innocenti come i colpevoli. L’immaginazione con la sua forza corrosiva quando segue sentieri tortuosi, si ritorce su sé stessa. La realtà immaginata si riflette come in uno specchio deformante e si deforma definitivamente. Rimane il silenzio che assorbe e spegne ogni grido sotto cieli corruschi, ma indifferenti
– Roberto Guicciardini –

 


Straordinaria è la scena in cui Iago in piedi stimola la gelosia di un Otello seduto per terra sotto di lui, mentre questi si muove come se fosse una marionetta sostenuta dai fili del burattinaio.
In questo ‘Otello’ brillano tutti gli interpreti principali, dal sinuoso Massimiliano Vado (Iago), al posato Mirko Rizzotto (Cassio), e soprattutto all’appassionata Maria Rosaria Carli (Emilia).

(http://www.deapress.com/articoli-mainmenu-29/recensioni-mainmenu-31/2520-teatro-otello.html)

Questo nuovo allestimento, prodotto da  Sicilia Teatro e Teatro Grandinetti Lamezia Terme, si avvale della traduzione di Masolino D’Amico e della regia di Roberto Guicciardini. Sebastiano Lo Monaco impersona un convincente, ma a tratti forse un po troppo pacato, “Moro”, il quale   rimane vittima di un terribile malinteso che lo porterà ad uccidere la persona amata.
Bravi gli altri interpreti (Maria Rosaria Carli, Alkis Zanis, Marta Richeldi nel ruolo di Desdemona,Marius Bizau, Amedeo D’Amico, Alessia Innocenti, Massimo Leggio, Matteo Micheli, Mimmo Padrone, Mirko Rizzotto, Massimiliano Sozzi), tra i quali si distingue con onore Massimiliano Vado nel ruolo di Jago, personaggio tormentato anch’egli da gelosia ed invidia.

(http://www.recensito.net/index.php?option=com_content&view=article&id=10969:otello-al-verga-di-catania-gelosia-e-diversita-in-un-mondo-spietato&catid=49&Itemid=126)

 


Perfetta, cattiva e un tutt’uno l’interpretazione di Iago, Massimiliano Vado, infido alfiere di Otello, sadico e calcolatore, che ha generato nel pubblico l’odio per il suo personaggio e ha fatto rivivere in ognuno di noi la falsità e l’ipocrisia a fini strettamente personali che riscontriamo in conoscenti e amici nella quotidianità.
Non completa l’interpretazione di Lo Monaco. Ha lasciato a chiazze il trucco del viso e, anzichè trasformarlo in un uomo di colore, lo faceva sembrava uscito da un caminetto. Forse un po’ troppo gassmaniana e senza grande coinvolgimento. Era’ andata molto meglio lo scorso anno con la pieces pirandelliana “Enrico IV” perché l’egocentrismo dell’attore trovava la sua migliore espressione. Mettersi in secondo piano a volte rende primi attori, ed essere umili nelle loro parti rende unici.
Molti i riferimenti erotici nel corso dello spettacolo e le movenze di bacino che hanno distratto dall’essenza di valori e sentimenti di cui è stato portavoce lo scrittore inglese, antesignano dell’attualità del teatro. Deliziosa e perfettamente delicata Marta Richeldi in Desdemona. Anche lei ha cucito sulle capacità artistiche il suo personaggio alternando la devozione verso il marito a ambigue effusioni con Cassio. Perfetta Maria Rosaria Carli nei panni di Emilia, moglie di Iago. Padronanza e presenza scenica, in un ruolo che le ha permesso di entrare nelle maglie più sottili di quest’opera e di rimanere impressa nel pubblico. Interessante la posizione in discesa del palco che ha permesso leggeri saliscendi agli attori. Non molto convincenti invece i costumi di Maurizio Millenotti, originale la traduzione di Roberto Guicciardini.
La durata della pieces ha fatto storcere il naso per le tre ore e mezza di spettacolo ma, in conferenza stampa, Vado ha spiegato che tutte le opere di Shakespeare hanno questi tempi. Che il pubblico non sempre è abituato a condividerli.

(http://win.lameziaweb.biz/new.asp?id=6540)

Un grande cast di attori, ottima la voce morbida e adulatrice che l’attore Massimiliano Vado utilizza per dare forza all’inganno nei panni di Jago. Cassio è intenso nella figura di Mirko Rizzotto, più debole Marta Richeldi nei panni della sommessa Desdemona, convincente è Alessia Innocenti, la serva-moglie Bianca, quando, in preda all’incredulità, scopre la malvagità del marito Jago. Due ore e più: uno spettacolo che si segue stando col fiato sospeso, una grande prova registica e, soprattutto, un grande plauso al teatro siciliano.

(http://www.idgt.it/Blumedia.nsf/(ArticoliWWW)/D780B083AD57A1A4C1257419002FD718?OpenDocument)

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La tragedia di Otello, il Moro di Venezia
La trama è celebre, ma ogni nuova lettura, ogni ipotesi di  realizzazione scenica, ne mette in  rilievo la complessità.
La storia di amore e gelosia, per spostamenti progressivi, raggiunge ineluttabilmente l’acme orrendo dell’omicidio e della strage.
Ma la tessitura della tragedia non è lineare. Contempla percorsi accidentali, snodi impensati: basta un salto di stile nel linguaggio, la reazione imprevedibile di un personaggio, una osservazione innocua, un gesto immotivato, per aprirci le porte all’insondabile, in una spirale di emozioni che  provocano turbamento e smarrimento.
Il dubbio e l’ incertezza che attanagliano Otello sono sottotraccia la tensione costante del suo agire. La sua leggenda eroica si stempera e si degrada lentamente nella materialità di un linguaggio frantumato, che appare perturbante visto in una proiezione distruttiva delle illusioni individuali. Il sentimento incontrollato si proietta in un destino di distruzione.  Proprio il Moro che conosceva la magia della parola nell’ampio spettro dell’epico e dell’immaginario cede al dubbio che frantuma ogni certezza ed è indotto a assumere su di sé la condanna   della diversità, e a scandire  nel proprio subconscio il  crescendo stesso della propria angoscia.

– Roberto Guicciardini –

Si apre il sipario ed immediatamente lo spettatore avverte il salto temporale indietro di circa 4 secoli. Nebbia , figure emblematiche incappucciate con lunghi sai si stagliano su un cielo notturno mosso da grandi nuvole e rischiarato da una luna inquietante . Entrano in scena Jago ( Massimiliano Vado ) con una sontuosa veste da armigero del seicento e Roderigo ( Alkis Zanis ) con abiti borghesi ed iniziano subito a ordire la tessitura della tragedia , fino a che arriva lui , Otello , il moro , una figura che a Livorno ha qualcosa di familiare : sembra proprio uno dei quattro mori.

Bravissimo Massimiliano Vado che ha interpretato Jago , l’ideatore della tragica tresca , l’uomo di tutti i giorni e di tutti i tempi , che medita scientificamente il male ma vuole apparire nel bene. Le donne del mondo elisabettiano , chiuso e puritano , catapultato nel seicento veneziano , sprizzano sensualità ,ma Desdemona, Emilia e Bianca esprimono molto bene l’innata forza femminile che genera passioni , solleva tensioni erotiche controllando con dignità e pragmatismo un mondo maschilista nel pensiero . In particolare Emilia , la moglie di Jago , riesce per mezzo della efficace Maria Rosaria Carli a ritagliarsi con forza morale ed espressiva una grande dignità di ruolo , in particolare nell’ultima scena della resa dei conti finale , quando l’odio e la gelosia degradano nella follia omicida.

(http://www.teatro.it/recensioni/otello/si-apre-il-sipario-ed-immedia)

 


Immaginate di essere un concorrente di `Chi vuol esser milionario`. La domanda per voi è: famoso personaggio di Shakespeare, grasso, goffo, che parla con la bocca impastata e fa ridere. Cosa rispondete? Falstaff, ovviamente. E invece no: la risposta giusta è Otello. Almeno secondo l’interpretazione che ne dà Sebastiano Lo Monaco.Lo Monaco, che pure è un ottimo attore, confonde l’intensità dell’amore con i fumi dell’alcool, costruendo un Otello che non si regge sulle gambe, che ride quando dovrebbe piangere e piange quando dovrebbe ridere, che urla, sbraita, si dimena, perché un innamorato folle di gelosia urla, sbraita, si dimena. Non c’è alcuna misura nella sua interpretazione, nessuna attenzione al contesto, al rapporto con gli altri personaggi. Otello scompare dietro l’ingombrante figura di Lo Monaco, che si lascia trasportare dalla corrente di un istrionismo che schiaccia sotto il suo peso eccessivo tutta la complessità del testo di Shakespeare. Otello non è solo un geloso per natura, non uccide Desdemona perché pazzo d’amore. Egli è al contrario vittima di un intrigo abilissimo costruito da Iago con perizia e astuzia, passo dopo passo. Iago conosce il cuore e la mente di Otello perché conosce gli uomini, le loro debolezze, e sa sfruttarle a suo vantaggio, anche se, accecato dall’odio, non vede che finirà egli stesso vittima dei suoi intrighi.Ma nello spettacolo questa sottigliezza dell’analisi, questo contrasto tra realtà e finzione così centrale nell’opera di Shakespeare, così evidente, ad esempio, nella recente interpretazione dell’ebreo Shylock offerta da Eros Pagni nel Mercante di Venezia diretto da Luca De Fusco, scompare.La regia di Roberto Guicciardini è comunque efficace nel costruire le scene d’insieme, nel tenere alto il ritmo, nel ricreare con pochi effetti di luce i diversi ambienti e il passaggio del tempo, anche grazie alle scene essenziali ma suggestive di Piero Guicciardini: un bellissimo cielo di nuvole minacciose che incombono su una pedana fortemente inclinata sulla quale recitano gli attori, evidente simbolo dell’idea Shakespeariana della vita come un palcoscenico sul quale ognuno recita la sua parte.Nel resto del cast, in generale di buon livello, spicca lo Jago di Massimiliano Vado, attore dallo stile inconfondibile: la sua recitazione è cadenzata da un ritmo insolito, a prima vista irritante, capace al contrario di catturare l’attenzione dello spettatore grazie ad un andamento spezzato, fato di pause e accelerazioni fuori tempo, eppure proprio per questo affascinanti.A proposito: se alla domanda iniziale avete risposto Otello, allora potete andare avanti col gioco, ma forse sarebbe meglio che torniate un po’ indietro a rileggervi Shakespeare.

(http://www.teatroteatro.it/?it/Teatroteatro.it—approfondimento/&q=IT4ikY4EwVDiiaRZmIpn8A%3D%3D)

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Era il 1604 quando quest’opera dell’illustre drammaturgo inglese fu rappresentata per la prima volta alla corte di re Giacomo Stuart. Sono passati quattro secoli, ma la sua forza dirompente non cessa, la sua tematica rimane sempre attuale. Anche nella versione voluta da Roberto Guicciardini, che punta molto sull’espressività degli attori e il vigore del linguaggio, tralasciando ogni frenesia di vezzi e modernità.

(http://catania.meridionews.it/articolo/3713/ortiche-e-piaceri-nellotello-di-guicciardini/)

L’allestimento scenico è semplice ed elegante, il pavimento si riversa sul pubblico come a mostrare ogni angolo di azione, provocando uno scivolamento verso il basso. Sul fondo il cielo nuvolo e il mare in tempesta sono perfetta metafora della battaglia e degli eventi che si abbattono sul “Moro” e sul suo amore per Desdemona. La traduzione è molto libera e lascia trasparire una modernizzazione del testo a volte un poco stonata con il teatro di stampo elisabettiano.

(http://lnx.whipart.it/news/45661/teatro-otello-catania.html)

 


le foto utilizzate in questo articolo sono di Ennio Stranieri,
e sono state scattate durante l’allestimento e le repliche dello spettacolo presso il teatro Grandinetti di Lamezia Terme.

al fotografo il maestro Guicciardini fece questa dedica:

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(San Gimignano)
– ..Roberto non sono troppo giovane per fare Iago?
– o’ bischero! il personaggio ha 28 anni, quelli che lo fanno vecchio non hanno letto il testo di Shakespeare, accidenti a loro!
– mi stai simpatico.
– anche tu; chiamami conte..

ciao nobile Roberto Guicciardini,
le tue note di regia non me le scorderò più.


A conclusione, successo e clamore per le doti non proprio nascoste di uno degli attori più piacenti e freschi del cast, soprattutto da parte di un audience femminile di giovanissime ed apprezzamenti anche per il piacevole fuori programma che nella seconda serata ha visto protagonista Sebastiano Lo Monaco. L’attore di Floridia, smessi i panni di Otello e rivestiti quelli del cabarettista, dopo gli applausi finali, ha interagito col pubblico in un ironico scambio di opinioni sullo spettacolo, confermando il suo talento istrionico.

(http://catania.meridionews.it/articolo/3713/ortiche-e-piaceri-nellotello-di-guicciardini/)


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Vaghe Citazioni di Genere

niente viene mai detto per caso:

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Meglio essere un pirata che arruolarsi in marina. (Steve Jobs)

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Ogni cosa ha la sua morale, se si sa trovarla. (Lewis Carroll)

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Come tutti gli altri esseri animati, il maiale ama cambiare. (Aristotele)

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Alfred è grande: non troverei i calzini senza di lui. (Batman)

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Quando la gente paga per vederti non puoi essere nervoso. Non ne hai il diritto. (Prince)

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Guerra non fa nessuno grande. (Yoda)

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Sono atea. Non so cosa si intenda per credere in Dio. (Rita Levi-Montalcini)

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Ci vuole una certa dose di bestialità per essere un grande attore. (Gesualdo Bufalino)

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Il mio dottore mi diede sei mesi di vita; ma quando non potei pagare il conto, me ne diede altri sei. (Walter Matthau)

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Ogni grande idea è al confine con la stupidità. (Michel Gondry)

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La razza che possiede il più elevato altruismo durerà. (Jack London)

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foto di Barbara Gravelli.

Dicono di Lei

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DICONO DI LEI

Con Nadia Perciabosco

Testo di Roberta Calandra

Regia Massimiliano Vado

Organizzazione Roberta Federica Serrao

INTRODUZIONE

Nella società dell’immagine il sogno di molti, contrariamente a ciò che si può pensare è scomparire.
La nostra protagonista, la famosa attrice immaginaria Anita Marzo, ha fatto perdere le sue tracce e cinque personaggi, pirandellaniamente, si interrogano sulla sua fine.
Morte, suicidio, capriccio, amore, insoddisfazione professionale, stanchezza, voglia di stupire o solo di normalità… la madre borghese, la sorella vagamente ottusa, la sedicente rivale in amore e palco, l’energia manager, la figlia smarrita e assetata di normalità compilano ipotesi senza risposta.
Parlano al telefono, alle amiche, alla stampa, a se stesse.
Ognuna una voce ma anche forse uno spicchio del complesso prisma mentale di Anita stessa che le anima come un burattinaio folle o fin troppo consapevole. Ebbra del suo spettacolo migliore e forse definitivo.
Nanni Moretti si chiedeva se si venisse notati più o meno se si presenzia debitamente in società, fenomeni di eccellenza contemporanea come Bansky  o il papa sorrentiniano;
Sembrerebbero optare per la seconda ipotesi… ma la sparizione di Anita non ha risposta, incorniciata con essenzialità scenografica dai profili delle sue testimoni.
Resta per noi importante che anche il pubblico si faccia una sua idea, tifando per le svariate risposte.
Chi l’ha visto non è per caso un successo ininterrotto: tutti segretamente desiderano sparite a tratti ma ugualmente forse essere ritrovati. Tutti sono più o meno inconfessabilmente attratti da temi universali come l’espressione artistica, la depressione, il potere mediatico, il tradimento,
La fatica di una vita originale e autentica e ai suoi prezzi possibili.
Che la si ami o la si odi dunque Anita vuole conquistare ancora una volta e potrebbe riuscirci in pieno.

NOTE di REGIA

DICONO DI LEI, non è solo un testo teatrale, ma una collezione maniacale di informazioni, un museo teorico intitolato ad una attrice, una confessione di impotenza del genere umano, una contraddizione fitta come un gomitolo di corda che nessuno può riuscire a sciogliere.
la sfida intellettuale di Roberta Calandra è di disegnare una persona senza mai farla vedere -e ovviamente senza mai sentirla parlare- affidando ogni confessione a chi le stava accanto, per vocazione, per legame familiare o anche solo per invidia professionale quanto umana.
se si scommette sul raccontare qualcosa incrociando lo stile pirandelliano della testimonianza sotto forma di monologo, ai più recenti format televisivi che parlano di persone scomparse, spezzando i ritmi dialettici e alternando le versioni discordanti, si deve per forza considerare che nella forma teatrale più assoluta tutto questo deve essere -obbligatoriamente- essere fatto dalla stessa attrice:
la stessa persona che può essere la scomparsa del titolo di cui parlano tutte persone che hanno la sua stessa faccia, una attrice che rappresenta, non essendoci, tutto quello che conosce; una versione duplicata all’infinito di se stessa che racconta se stessa, senza perdersi.
anzi, riempiendosi di tutto e del contrario di tutto, piegandosi per velare i suoi difetti e lasciando irrisolta qualsiasi teoria che la riguarda, apparendo uno specchio di quel che si dice, un’antonomasia di se stessa che interpreta se stessa.
la struttura portante di uno spettacolo di questo tipo, che non è un monologo soltanto, ne una sequela di monologhi discordanti, quanto piuttosto una serie di input irrisolti, frutto della continuità lessicale più che di quella temporale, è -potenzialmente- un museo dell’innocenza in cui vengono conservati e catalogati gli oggetti, gli umori, le locandine, i costumi, gli urli inascoltati, i vizi, le notizie, i pianti e i lasciti materiali di una sola persona.
il gioco è semplice: si crea il mito e si fa di tutto per accreditarlo, lo si impone come realmente esistito, lo si deifica mentre lo si umanizza solo per renderlo credibile già all’inizio del percorso.
il resto è un gioco che non trova fine: forse l’attrice famosa di cui si parla ha scelto di sparire, forse non tornerà mai più o forse è sul punto di comparire a sorpresa, compiendo l’ennesimo episodio di cui parlare e sparlare.
un finale che non è scritto per un dipanarsi narrativo dai contorni non obbligatori, riassesta l’idea che ognuno di noi, se mai dovesse scegliere di accomiatarsi dal mondo, lascerebbe dietro di se una esposizione di infinità irrisolte, una proclamazione di esistenza e l’idea di se stampata nei cervelli di chiunque l’abbia incontrato.
cinque donne partecipano a questa deificazione contemporanea e, ciascuna a suo modo, rigettano, non senza limiti, la propria personale interpretazione della protagonista: dicono di lei per farci sapere di lei. ma tradendo se stesse, immergendo quel che razionalmente progettano di dire nella propria infelicità e nelle proprie passioni. l’ombra di quel che si pensa si proietta su quel che si pretende di dire, ci si tradisce, si torna indietro, si ipotizza, si sbanda, è naturale. è umano.
non ci si riduce ad affermare il luogo comune, chi se ne è andato non è sempre una brava persona; il “salutava sempre” neanche appare. siamo troppo coinvolti, troppo razionalmente intimi per lasciar andare la mente in modo consolatorio: si può sperare di scatenare guerre emotive anche nel momento dell’elaborazione del lutto.
si sprofonda in se stessi per raccontare altro e l’altro, i personaggi in scena incurvano se stessi schiacciati dal peso della propria sottomissione all’idea di qualcuno più potente di loro, che neanche c’è. un dio inesistente per sdoganare una vita realmente vissuta quanto abusata.
quel che facciamo nella vita, rimane, indelebile e non si può sperare di passare inosservati.

e poi:
il debutto nazionale alla Casa Internazionale delle Donne, di un testo femminile, che parla di donne e dei rapporti familiari, lavorativi e affettivi tra donne, oltre che dei problemi delle donne, scritto da una donna, interpretato da una donna e prodotto da una donna, mi vede -unico uomo nel progetto- in minoranza; non me ne dispiaccio.
trovo che il lavoro di compensazione per arrivare ad una parità lavorativa anche nel settore dell’arte sia ancora lungo e mi pregio di esserne un tassello.
perché è necessario, anzi è vitale, che la sensibilità femminile sappia urlare la propria bellezza.

l’AUTRICE

La dialettica tra essere e apparire è sempre stata il cuore del teatro, dunque, senza presumere di avere inventato nulla, ma anzi ricalcando grazie alle straordinarie doti di un’interprete siciliana come Nadia Perciabosco, i più celebri temi pirandelliani, “Dicono di lei” vuole raccontare una storia moderna.
Potrebbe essere narrata su FB, come a “Chi l’ha visto”, il pretesto è semplice, anzi banale: una donna è scomparsa e varie persone si interrogano sulla sua possibile fine: sua madre, sua sorella, la sua agente, la sua rivale, sua figlia… Fuga d’amore, desiderio di suscitare una nuova curiosità professionale, suicidio, vacanza, romance, tutto è valido e tutto ugualmente privo di prove.
La novità del testo è dovuta al fatto che la protagonista, una famose attrice contemporanea, non si vedrà mai, ma compariranno in scena solo le voci familiari che cercando, anche attraverso paradossali contraddittori, di decodificarla.
Una donna calda e fredda, ironica e ottusa, depressa e iper attiva, una donna sicuramente di grande fascino e insicura percezione di sé, che ci ricorda l’immensa fatica di essere se stessi in una società sempre meno privata e insieme, l’irrefrenabile bisogno di piacere per esistere, una donna che, malgrado sia così speciale, assomiglia terribilmente ad ognuno di noi.

Assessorato all’Estetica

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ho già in mente il programma elettorale per diventare Assessore all’Estetica:

UOMINI
– eliminazione delle birkenstock con roghi nelle pubbliche piazze
– castrazione chimica per i portatori di borsello o marsupio
– bandito al confino chi mette i calzini bianchi o corti
– aumento del peso fiscale per chi indossa camicie coi bottoncini del colletto
– lapidazione per chi compra i pantaloni a pinocchietto
– chi veste di marrone deve rimanere all’aperto
– per ogni colletto della polo alzato, un dito amputato
– processo per direttissima a chi mette insieme cravatta e bretelle
– un anno di servizio civile gratuito in gelateria per chi si veste interamente di bianco
– fustigazione pubblica per chi indossa la canottiera sotto le
magliette
– unghie dei piedi corte, pena l’impalamento
– obbligo di studiare STORIA dell’ARTE già dalla scuola elementare..

DONNE
– impedimento fisico a non comprare più scarpe se nel guardaroba sono presenti ballerine e ciabatte di ogni tipo
– obbligo di firma al commissariato per i possessori di capi Louis Vuitton
– il leopardato sarà consentito solo a chi è protagonista di una pubblicità delle gocciole
– non sarà possibile possedere più di 10 borse, pena la spedizione degli eccessi nella foresta amazzonica
– tso a chi fuma, specialmente per chi lo fa durante i pasti
– esposizione alla gogna su pubblica piazza per chi la le dita che escono in lunghezza dalle scarpe
– chi veste interamente di rosa deve rimanere chiusa dentro casa
– lavori forzati per chiunque dica ” ma così sto comoda”
– parrucca obbligatoria a chi si fa la frangetta
– unghie delle mani decorate sobriamente, senza motivi a fantasia, pena l’isolamento in terra sarda
– obbligo di studiare ESTETICA già dalla scuola elementare..

ribalto frittate, sedili e prospettive;
ho già vinto!