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vaga ammissione di snobbismo radical pop

spesso,
non sopporto gli attori e i registi,
con cognizione di causa:
non sopporto gli attori snob, con la puzza sotto il naso qualsiasi cosa li sfiori,
e quelli che non hanno la televisione, e per di più, se ne vantano.
non sopporto i registi che non studiano e che non conoscono i testi fondamentali,
e quelli che non vanno mai a teatro da spettatori;
peggio ancora gli insegnanti di recitazione e regia che si vantano apertamente di non andare a teatro da almeno 30 anni.
non sopporto gli egoriferiti ed egocentrici, che parlano sempre di se stessi, anche in terza persona, e quando ti chiedono di te è solo per sapere cosa pensi di loro.
non sopporto chi copia e chi mistifica, chi si appropria delle idee altrui e le spaccia per proprie,
trascendendo anche la giustificazione minima della citazione.
non sopporto gli esterofili, che in america fanno tutto meglio e i loro metodi sono migliori dei nostri e quindi dobbiamo scappare altrove.
tutti, poi, tornano. sempre.
non sopporto chi si lamenta in continuazione
(me compreso nei periodi più bui della mia esistenza),
e chi condisce ogni suo giudizio con i tratti inconfondibili dell’invidia.
non sopporto gli indolenti di natura, i pigri e gli abulici,
i ministeriali di professione che non si spendono più del dovuto e i ritardatari cronici;
non li sopporto perché si approfittano della passione altrui per sdoganare l’ombra della loro.
non sopporto gli attori che scroccano i passaggi, i libri e le colazioni.
non sopporto chi fa della beneficenza per potersi mettere in mostra e chi ha avuto la possibilità di mantenersi con un alto profilo e ora ha bisogno della beneficenza per vivere.
anche se una legge per gli artisti indigenti, secondo me, è più che necessaria..
non sopporto i nullafacenti e i benestanti che dicono di essere depressi solo per attirare nuovamente l’attenzione su di se.
quelli che stanno sempre male e quelli che si specchiano continuamente.
non sopporto l’approssimazione, il qualunquismo, le divisioni settarie e l’ignoranza;
il pettegolezzo professionale, chi non si lava, le prese in giro e chi fa solo teatro sociale;
la lentezza, il cinismo, gli insulti e chi specula per arricchirsi, riducendo chi di questo lavoro ha fatto una scelta di vita, alla fame.
non sopporto la maggior parte delle persone che fa parte del mio mondo,
ma amo chi sopporta me.
molto.

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the dorothy circus gallery exibition

titoli

attends Fox Tv schedule presentation on November 30, 2016 in Milan, Italy.

spesso sto zitto per paura di dire la cosa giusta..

ci sono giorni in cui parlo più con gli oggetti che con le persone..

buona parte del mio curriculum si può riassumere con:
– Ciao, ci sarebbe uno spettacolo dove per fare ridere ci mettiamo i petardi nel culo..
– No guarda, non sono interessato.
– Ti paghiamo.
– Luogo e ora, grazie.

ora che bin laden è morto da un pezzo, posso portare lo shampoo sull’aereo?

io sono un uomo che soffre di vertigini scritte..

macchè concerti..
dieci attori o registi visti dal vivo a teatro..
Giorgio Strehler
Carmelo Bene
Glauco Mauri
Arnoldo Foà
Gianrico Tedeschi
Marcello Mastroianni
Vittorio Gassman
Giorgio Albertazzi
Peter Brook
Giorgio Gaber

letto, esci da questo corpo..

cercasi ozio
no perditempo

attends Fox Tv schedule presentation on November 30, 2016 in Milan, Italy.

COME SI DEVE GUARDARE UNA PARTITA DELLA JUVENTUS

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i decaloghi sono la mia specialità.
di solito sono la cosa che scrivo che le persone sui social condividono di più, ma anche quelli per cui mi becco, senza sosta, la maggior parte degli insulti.
è successo quando ho parlato dei critici teatrali e del loro mestiere ormai vetusto, così come quando ho denunciato i reati dell’occupazione del teatro Valle di Roma, poi ripresi dai maggiori giornali e a cui ha seguito il fortunato sgombero.

non ho mai scritto decaloghi sul calcio, anche quando ho unito teatro e sport, ma più per pigrizia congenita che per scarse convinzioni individuali;
per cui, ora e in esclusiva, il mio primo invadente decalogo su
COME SI DEVE GUARDARE UNA PARTITA DELLA JUVENTUS.

1- a meno che sia una giornata soleggiata e primaverile, non andare allo stadio perché, anche se lo Juventus Stadium è uno dei pochi con la visibilità non limitata, per poterla vedere con cognizione di causa e senza approssimazioni, la tv è molto meglio.
a Torino, comunque, se schiatta dal freddo!

2- la partita o si vede in diretta o non si vede affatto.
registrazioni, sintesi, riassunti dei siti tematici non saranno mai la partita per intero e ne daranno, colpevolmente, una descrizione parziale.
già alcune telecronache sono da processare per direttissima, fidiamoci almeno dei nostri occhi, ma in modo competente.
ho visto gente che se le guarda sui cellulari e non riesce a capire neanche dove sta la palla.

3- niente pub con la birretta, circondati da bifolchi dall’igiene precaria, magari tifosi della squadra avversaria. di solito le bevande sono annacquate e gli stuzzichini eccessivamente salati, proprio per completare il trinomio partita scomoda / cibo orrendo / battute poco sagaci degli non juventini.
la Vecchia Signora non si mischia con il volgo. al massimo una sala da the.

4- niente maglietta ufficiale o sciarpe o, per scendere nell’abisso, pantofole bianconere.
l’eleganza è un must che deve precedere la comodità, e lo stile non si deve regalare a nessuno.
siamo tifosi, non zappatori prestati allo sport, sia pure da spettatori.
allo stadio non vestiamoci come dei bambini in vacanza a gardaland, le magliette del proprio idolo lasciamole ai fans di Britney Spears.

5- va benissimo lo streaming, perché pagare per vedere ogni partita è quanto di più volgare possa esistere, soprattutto in fase champions.
paghiamo già abbastanza, subendo tonnellate di sponsor per non dover versare più nulla solo per vedere una partita di cartello, e non siamo succubi della guerra, totalmente idiota quanto scontata, delle pay tv.

6- è lecito parlare col televisore, così come faceva nostra nonna parlando con le soap opera.
sull’insulto colorito ad arbitro e avversari non ci sono limitazioni, pur sapendo che sono del tutto inutili. si rispettino solo i guardialinee.

7- trovo totalmente inconcepibile twittare o whatsappare in continuazione durante la partita, ameno che sappiate di aver concepito una valutazione che sfiori il talento di Fabio Capello. ma anche in quel caso terrei le dita a riposo..
vedo gruppi che cominciano a commentare dal giorno prima, sprecando tonnellate di giga con osservazioni, banali, superflue, stupide e che rasentano la compensazione della propria impotenza. (spesso della propria impotenza sessuale)
guardate la partita, non il vostro ego.

8- il divano è il luogo ideale. gigante, comodo e pieno di persone.
grande schermo su cui non perdersi neanche un pixel, audio al massimo, telecomando lontanissimo.
il tutto annaffiato da coccola zero, salumi piemontesi e alette di pollo fritte. vietata l’insalata di riso.

9- anche se diranno che “non c’è problema” e che “non date fastidio” e che “a loro fa piacere” oppure che ”possiamo star tranquilli che loro se ne vanno nell’altra stanza”, allontanate qualsiasi individuo di sesso femminile.
nessuna di loro resiste alla tentazione di parlare o di passare davanti al televisore durante l’azione più bella della partita.
non lo fanno apposta è che proprio non capiscono..

10- i tifosi della juventus sanno che essere superiori è un obbligo.
non praticano calcio minore, non degenerano, non ingrassano frange violente.
dopo la partita, qualche chiacchiera ma poi, anche se si è appena vinta la coppa campioni, si torna -con un sorriso in più- alla vita regolare.
caroselli, fumogeni, prese in giro, ironia web, clacson e insulti vari all’educazione lasciamoli a quelli delle altre squadre, soprattutto perché spesso hanno solo quello.

questo è quanto.
se sei juventino mi hai capito, altrimenti mi spiace per te.

dedicato a quel tifoso del napoli, carcerato che crede di far l’attore e si spara le pose e che, soprattutto, mi ha minacciato per una battuta sulla juventus: tu sei la dimostrazione che il teatro è arte e non riabilitazione per menti semplici.

come sembrare un attore professionista, a teatro

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uno – batti le finali.
il teatro è anche di parola e far sentire quello che dici potrebbe, a sorpresa, aiutare nella comprensione di trama, svolgimento e personaggi; se biascichi o sfiati o cincischi o te la dici addosso, magari ti senti vero (e vero non sei) ma nessuno ti seguirà mai per più di due battute. che forse proprio perché sfiati sono le uniche che dirai.

due – prendi le luci.
se reciti guardando per terra non ti riconoscerà neanche la zia venuta dal paese; se ti si vede, di solito, è bene, ma se entri in luce come Marlon Brando in Apocalipse now è molto meglio.
studiati i riflettori, diffida dei light designer, diventa amico degli elettricisti, non vergognarti della tua faccia.

tre – impara la parte a memoria
neanche se sei Samuel Beckett puoi permetterti di reinventare un testo perché non te lo ricordi. sapere la parte a memoria i primi giorni di prova è la prima parte obbligatoria per la creazione di un personaggio; il resto a seguire.
se usi il suggeritore il pubblico se ne accorge, così come la tua dislessia.

quattro – parla italiano perfetto ma non fartene accorgere
sappi recitare in dizione perfetta, quando non è richiesto un dialetto, ma senza eccessi di esibizionismo con vocali talmente aperte che non ci crede neanche l’abbonata novantenne.
se dici “bene” con la prima E chiusa, cambia mestiere senza passare dal via.

cinque – non mettere le mani in tasca
ogni personaggio avrà un suo particolare modo di muoversi, ma se li fai tutti, o quasi, con le mani in tasca, o sono inspiegabilmente monchi o non hai veramente nulla da dire e da fargli dire.
questa ostentazione di nonchalance non serve mai e ti fa sembrare una specie di maniaco sessuale: un soldatino di piombo con le mani sull’inguine e nessun interesse per la ballerina.

sei – non fumare in scena
a meno che non sia particolarmente richiesto dal testo,  bere un cognac prima di cena o fumare durante una conversazione, è l’ultimo rimedio del regista disperato che non sa come farti muovere e farti fare delle pause che ricalchino la realtà.

sette – non recitare in prima
se per tutto il tempo guardi verso il pubblico, occhio dilatato, espressione unica e braccia spalancate, ma soprattutto non interagisci con gli altri personaggi forse il tuo egocentrismo sta limitando la tua professionalità.
recitare, talvolta, di spalle è una esperienza che chiunque dovrebbe fare.

otto – sentiti nudo
ormai i nudi gratuiti a teatro sono la cosa che più fa sghignazzare gli esperti, così come l’unica che interessa a chi non è certo venuto per seguire lo spettacolo.
se non è  richiesto  specificatamente dal testo o dalla regia, un bravo attore sa sembrare nudo anche se rimane vestito.

nove – scalda la voce
non sei li per deliziare solo le prime tre file; hanno pagato pure quelli in piccionaia.
spesso hanno pagato solo quelli della piccionaia.

dieci – non puzzare
lavati, deodorati, profumati, cura l’igiene, l’alito e l’odore dei tuoi abiti di scena.
se sei bravo ma spandi odori da cloaca massima nessuna prima attrice vorrà mai più stare in scena con te. giustamente.

questo è quanto.

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Cortinametraggio

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Il teatro dell’obbligo

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Come mai i teatri sono vuoti? Solo perché il pubblico non ci va.
La colpa è tutta dello Stato.
Perché non si istituisce il teatro dell’ obbligo?
Se ognuno sarà costretto ad’andare a teatro, le cose cambieranno immediatamente.
Perché credete che abbiano istituito la scuola dell’ obbligo?
Nessuno scolaro andrebbe a scuola se non fosse costretto ad andarci.
Per il teatro, anche se non è facile, forse si potrebbe senza troppe difficoltà fare lo stesso.
Con la buona volontà e col senso del dovere si ottiene tutto.
Non è forse vero che anche il teatro è una scuola, punto interrogativo!
Si potrebbe istituire il teatro dell’ obbligo già a cominciare dai bambini.
Logicamente il repertorio di un teatro per bambini sarebbe costituito esclusivamente di favole come Hansel e Gretel, Il lupo e le sette Biancanevi.
Cento scuole in ogni grande città, mille ragazzi al giorno in ogni scuola, fa in totale centomila ragazzi.
Centomila ragazzi tutti i giorni mattina a scuola, pomeriggio a teatro; ingresso per singolo bambino 50 pfennig, ovviamente a spese dello Stato, tanto come dire cento teatri da mille posti; quindi 500 marchi per teatro fa 50.000 marchi per cento teatri.
Pensate per quanti attori si creerebbero così delle occasioni di lavoro!
Istituito a livello regionale, il teatro dell’obbligo costituirebbe un motivo d’ incremento per l’ intera vita economica.
Non è davvero la stessa cosa dire : «Ci vado stasera a teatro? » oppure : «Oggi devo andare a teatro».
Con l’ obbligo del teatro ogni singolo cittadino rinuncia spontaneamente a tutti gli altri stupidi divertimenti serali come i birilli, i tarocchi, le discussioni di politica in birreria, gli appuntamenti, per non parlare di certi insulsi giochi di società tipo «Attenti all’uomo nero», «Sarto, prestami tua moglie” ecc., che servono solo a perdere tempo.
Il cittadino sa che andare a teatro è un suo dovere non è più necessario che scelga lo spettacolo tale o talaltro, non ha più dubbi del tipo «ci vado o non ci vado stasera a vedermi il Tristano e Isotta” no, ci deve andare per forza, perché è suo dovere.
È costretto ad andare a teatro trecentosessantacinque volte l’ anno, che il teatro gli faccia schifo o no.
Anche a uno scolaro fa schifo andare a scuola, ma ci va volentieri perché è suo dovere. – Obbligo! Solo con la costrizione oggi si può costringere il pubblico ad andare a teatro.
Decenni di buone parole sono serviti a ben poco.
Le offerte più allettanti quali «Platea riscaldata», oppure «Durante l’ intervallo è permesso fumare all’ aperto», oppure «Per studenti e militari dal generale in giù metà prezzo», tutte queste facilitazioni non sono bastate a riempire i teatri.
La pubblicità, che per un grande teatro assorbe annualmente centinaia di marchi, nel teatro dell’obbligo viene del tutto abolita.
Lo stesso vale per i prezzi dei biglietti; i posti non sono più suddivisi in base alle differenze di classe, ma a seconda delle infermità e degli acciacchi degli spettatori:
la 5a fila di platea : sordastri e miopi.
6a-10a fila di platea : ipocondriaci e nevrastenici.
10a-15a fila di platea : dermopatici e depressi.
Tutti i posti di balconata e di galleria sono messi a disposizione degli asmatici e dei gottosi.
In una città come Berlino – tolti i lattanti e i bambini sotto gli otto anni, i malati in stato di degenza e i vegliardi – ci sarebbero così ogni giorno circa due milioni di spettatori teatrali obbligatori, cifra che supera di gran lunga l’ attuale cifra di spettatori volontari.
La stessa esperienza negativa si era già avuta, del resto, coi pompieri volontari, finché dopo parecchio tempo si è capito che andare avanti senza pompieri obbligatori è impossibile.
E allora, se questo vale per i pompieri, perché non dovrebbe valere per il teatro Oggigiorno teatro e pompieri sono più che mai intimamente collegati; nella mia lunga pratica scenica dietro le quinte non ho mai visto uno spettacolo teatrale senza un pompiere.
Nel caso diventasse operante la proposta della UFTO (Universale Frequenza Teatrale Obbligatoria), costringendo, come si è accennato sopra, due milioni di persone ad andare quotidianamente a teatro, in una città come Berlino dovrebbero esserci a disposizione venti teatri di centomila posti. Oppure quaranta teatri di cinquantamila posti – oppure centosessanta teatri di dodicimilacinquecento posti oppure seicentoquaranta teatri di tremilacentoventicinque posti – oppure due milioni di teatri da un posto.
Quale fantastica atmosfera si venga poi a creare in una sala gremita, diciamo, di cinquantamila spettatori, ogni attore può dirlo. Soltanto con simili grandiosi strumenti di potere è possibile rimettere in piedi i locali vuoti, non certo coi biglietti gratuiti, no; l’unico sistema è l’obbligo, e il potere di obbligare il cittadino ce l’ha solo lo Stato.

(Karl Valentin)

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Le dive dello swing

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Marioletta Bideri per Bis Tremila srl
presenta

Lescano – LE DIVE DELLO SWING
di Ladyvette e Giorgio Serafini Prosperi

con Teresa Federico, Valentina Ruggeri, Francesca Nerozzi

Musiche e arrangiamenti di Roberto Gori
Foto di scena di cecilia Fusco

Regia di Massimiliano Vado

TEATRO BRANCACCINO
Via Mecenate, 2 – 00185 Roma
da GIOVEDÌ a SABATO ore 20.00 / DOMENICA ore 18.00

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Siamo in un freddo appartamento della Torino di metà anni’ 30. Tre giovani sorelle sono impegnate ad imparare il napoletano per entrare nelle grazie della musica melodica italiana e raggiungere finalmente la celebrità.

Cosa bisogna fare per diventare il trio più famoso d’Italia?

Le tre ragazze si troveranno ad affrontare incontri difficili e situazioni surreali.

In un’atmosfera a tratti esaltante e a tratti malinconica lo spettacolo attraverserà continui colpi di scena fino a scardinare completamente tutti i presupposti iniziali, passando dalla drammaticità, all’ironia, alla comicità.

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Si può ancora fare swing in Italia? Ha senso reinterpretare brani di qualche decennio fa o il pubblico non è più in grado di apprezzarli, dunque è necessario adattarsi alle nuove mode musicali? È giusto sradicare la propria natura performativa in nome della sopravvivenza? Un’artista donna è sempre costretta a cedere ai compromessi e a mettere la propria immagine davanti al talento? Le protagoniste propongono originali soluzioni a tali dilemmi, esibendo un’intelligente ironia e una grande sicurezza dei propri mezzi.

fonte: http://www.recensito.net/teatro/ladyvette-lescano-swing-brancaccino-roma-teatro-recensione.html