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le 10 cose per cui vale la pena vivere

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1 – amare; poi baciare.

2 – aver visto Vittorio Gassman, Aldo Fabrizi, Al Pacino, Marcello Mastroianni, Giorgio Gaber, Kevin Spacey, Paolo Panelli e Ernesto Calindri a teatro.

3 – veder segnare Platini.

4 – viaggiare, poi perdersi e sapere che sei dall’altra parte del mondo.

5 – certi film che posso vedere anche una trentina di volte senza stancarmi mai, tipo Star Wars, Magnolia, i corti di Stanlio e Ollio, Eternal Sunshine o Back to the future.

6 – i libri che poi quando li finisci ti mancano i personaggi e ti viene quella malinconia che ti piace.

7 – i concerti di Prince.

8 – l’adrenalina di poter fare il lavoro che ti piace, nonostante tutto, nonostante tutti. quando te lo fanno fare bene.

9 – certi abbracci e certi sorrisi.

10 – l’insalata russa, le polpette e la parmigiana di melanzane.

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i tipi di attore

 

quello che sembra sempre che non gli va
quello che abbraccia gli alberi perché è sensibile
quello perennemente insicuro di se
quello che vede i raccomandati ovunque
quello che conosce tutti e chiama tutti per nome
quello impegnato politicamente a sinistra ma con la villa in sardegna
quello che ufficialmente non ha i social ma poi sa ogni cosa che hai scritto su fb
quello eternamente egoriferito
quello che racconta sempre gli aneddoti
quello che racconta sempre gli aneddoti di quello che racconta gli aneddoti
quello che fa la comparsa ma crede di fare l’attore
quello che fa le marchette per fare l’attore
quello che parla sempre male di tutti
quello che parla sempre bene di tutti
quello che viene dei reality
quello che viene dai cooking show
quello che il circo è meglio del teatro
quello che lo fa nel centro sociale
quello che fa tutti i cortometraggi
quello vegano crudista e buddista
quello compulsivo che deve fare tutto
quello che puzza
quello che si porta il jack daniels in camerino
quello che gli americani sono meglio
quello che dalla sicilia o dalla calabria viene a roma
quello che piange
quello che fa tutti i seminari a pagamento ma poi non lavorà mai e quindi fa un altro seminario a pagamento
quello che prima era in carcere perché ha ucciso 4 persone ma poi ha scoperto la passione
quello che chiede sempre dove si va a cena
quello che si concentra
quello che ti sconcentra
quello che si spoglia sempre
quello che si veste da donna
quello che la urla tutta
quello che fa il riscaldamento vocale e poi è afono
quello che non fa i provini
quello che ti racconta il suo curriculum
quello che parla solo dell’agente e delle agenzie
quello che sputa
quello che compra i followers
quello che la fa sempre in dialetto per essere naturale
quello che la soffia sempre per essere naturale
quello che la soffia in dialetto per essere naturale
quello che ti picchia veramente per essere naturale
quello che scappa all’estero per poi fare il cameriere
quello ricco di famiglia che lo fa per hobby
quello ricco di famiglia che lo fa per noia
quello che lo fa perché lo faceva suo papà
quello che occupa perché non lavora
quello che cincischia
quello che suda troppo
quello che ti tocca mentre ti dice le cose
quello che arriva sempre tardi
quello che arriva troppo presto
quello che chiama tutti amore
quello che non si ricorda mai di nessuno
quello che si sdraia per terra e fa la posizione fetale
quello che si droga
quello che non fa la memoria per non rovinare la spontaneità
quello che chiede sempre l’omaggio
quello che ti manda il curriculum pure se non ha visto niente di tuo
quello che sta sempre al telefono
quello che litiga in camerino a voce alta
quello che tromba le comparse
quello che tromba le costumiste
quello che seduce i registi
quello che si ruba i vestiti
quello che da confidenza solo ai macchinisti
quello che non ha mai letto shakespeare
quello con la fiatella di aglio
quello con la fiatella di cipolla
quello con la fiatella di super alcolico
quello che sta cinque ore al trucco e parrucco
quello che fa le residenze e le prove di 6 mesi
quello che non è attore ma performer
quello che te lo trovi ovunque
quello che si porta i vestiti da casa
quello che quando non se la ricorda chiede cose inutili
quello che bestemmia per trovare il personaggio
quello che fa sempre lo stesso personaggio
quello che parla solo di calcio e di tornei di calcetto e di nazionale attori
quello che fa il timido
quello che parla solo di impegno sociale
quello con la birretta in mano
quello che cerca lavoro agli aperitivi
quello che cerca lavoro su facebook
quello che si tinge i capelli e la barba
quello che si fa sempre male
quello a cui scappa la cacca al chi è di scena
quello che copia le battute
quello che non ascolta i consigli
quello che ti da sempre i consigli
quello che lava i piatti come lo farebbe il personaggio
quello che ride sempre
quello che dice cazzate
quello che si lamenta delle paghe
quello che parla con le battute dello spettacolo
quello che ti spinge fuori dall’inquadratura
quello che fa le faccette
quello che recrimina
quello che denuncia al sindacato
quello che si riempie di medicinali e si schiarisce la voce in continuazione
quello con il senso di colpa
quello che fa gli elenchi dei tipi di attori
quello che Gian Maria Volontè
quello che parla solo con le battute dei film famosi
quello che quando gli chiedono: che mestiere fai? risponde l’artista, anzi meglio l’artigiano
quello che si fa possedere dal duende
quello che si fa possedere dal produttore
quello che non guarda mai i film italiani
quello che ormai non va più a teatro
quello che ormai fa un’altra cosa ma ancora ci spera
quello che piuttosto che smettere si spara

e tu che tipo di attore sei?
(ps: vale anche per le attrici)

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Fenomenologia ecclesiastica di Alessandro del Piero

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La tocco piano.

Per noi fortunati, scevri da qualsiasi anelito religioso, e adepti delle più pagane usanze sociali per lo sviluppo immediato della laicità, non può non avere un posto di rilievo, tra i feticci dell’assoluta indipendenza, la scansione epocale di alcuni avvenimenti sportivi, portatori sani di felicità improvvisa. Quei lampi inaspettati, quanto risolutivi in grado di cambiarti non soltanto la giornata, ma proprio la predisposizione alla vita.

Non nego che ci siamo progressi personali arricchenti in grado di poter sortire lo stesso effetto, frutti tangibili di un nostro lavoro personale o addirittura di un esclusivo colpo di fortuna, ma qui siamo davanti all’imponderabile: la totale lontananza del fatto in questione dal nostro personale controllo lo trasferisce fatalmente in una dimensione mistica, facendogli assumere di getto un’aura epistemologicamente divina.
Su di esso si scaraventano, senza indugio, sia proiezioni ideali che frustrazioni recenti, cicatrizzando le perforazioni dell’autonomia di pensiero.

La sto prendendo alla larga.

Al centoventunesimo minuto della semifinale con la Germania, con un gol all’attivo a cui non credeva neanche Fabio Grosso, che l’aveva segnato, Alessandro del Piero riceve il pallone con un colpo di tacco e insacca alle spalle di un Lehman  basito ed immobile, ricevendo in cambio l’ammutolimento di uno stadio intero.
Siamo al Westfalestadium di Dortmund, città rinomata più per il concerto in diretta più famoso di sempre che per le proprie tradizioni, più per il nome della squadra di calcio che per il suo blasone europeo, e quello che appare palpabile dal primo minuto di quella partita è l’assoluta sicurezza del popolo germanico di agguantare, senza troppa fatica, una vittoria che li condurrà alla finale.
La spocchia germanica, unita alla prepotenza dei loro ciuffi gelatinati, era visibile dalla tracotanza dell’entrata in campo, dalla pleonasticità della loro fierezza allo scoccare degli inni nazionali, dalla sicumera dei primi passaggi. Sono certo che si siano stupiti non poco di non essere in vantaggio 4 gol a zero dopo i primi sette minuti.
“In fondo siamo i padroni d’Europa”, si dicevano “e i padroni di casa”, si vantavano.
Sarà certamente per questo che la demolizione della loro autostima comincia inesorabilmente nel momento in cui hanno scoperto che nonostante la propria enfasi da divinità vichinghe, in realtà la loro concezione di se stessi era più da barbari che da illuminati.
Avevano davanti a loro una squadra meno preparata, meno allenata, meno forte nelle sue estensioni individuali, meno organizzata, meno allenata, ma portatrice di arte calcistica e laicità inconsapevole. I tedeschi si sentivano degli dei ma gli italiani non se ne sono mai neanche accorti!

Succede, a volte.

Lo schiaffo di Pinturicchio alla Germania calcistica è stato la rivalsa di una nazione intera, la vendetta di una guerra non voluta, l’assoluzione per manifesta incapacità di un colosso più attento alle proprie ambizioni da parte di una rivelazione consapevole dei propri limiti.
Quel gol, del Piero, l’aveva già sbagliato, altrove; e poteva sbagliarlo di nuovo.
Quella palla poteva finire in tribuna senza troppi patemi, anche perché i dittatori dello sport politico lo stavano minacciando con lo spettro, mai digerito, della serie B.
Ma le divinità del calcio sanno bene quando affondare la lama nel cuore dei loro tifosi più devoti, soprattutto dei più convinti. Così quel gol è diventato necessario a rimarcare chi possiede l’arte e la storia, chi ha il rinascimento dalla propria parte e chi davvero meritava di essere al centro dell’attenzione pur non avendo la boria di sistemarcisi a priori.
Chi aveva la Cappella Sistina e chi i würstel.
Quella semifinale ha spostato gli equilibri di chi credeva di controllare le cose, ha demotivato gli scommettitori e ha sbilanciato la dirigenza del calcio mondiale, tanto da indurre i responsabili a non consegnare la coppa nelle mani di capitan Cannavaro, scomparendo colpevoli sotto la pioggia di coriandoli della premiazione finale.
Una coda di paglia che faceva il giro del mondo e si fermava a Berlino, proprio per merito di una squadra intera, fatta poco di fenomeni e molto di energia comune. Di divinità umana.
I tedeschi, questa cosa la stanno ancora studiando, qualcuno la deve ancora capire, vista soprattutto la loro politica estera, e molti di loro ci fanno i conti quando si arrogano posizioni preponderanti ai danni di chi considerano un gradino sotto di loro.

Tanto vale che qualcuno glielo dica.

Quel gol al centovuntunesimo è stato la manifestazione di un dio severo ma giusto, laico quando cattivo, imprevedibile perché seriamente reale: il manitù della mutevolezza, il budda dei giocatori consapevoli, il geova della potenza del gruppo o l’allah della felicità di chi da questi eventi trae i suoi sorrisi. Non serve pregare, basta aspettare, non è necessario andare in una chiesa o in un tempio ma aiuta mangiare molto mentre si assiste all’evento, si può anche fare a meno di imbarcarsi in una catechesi formativa perché l’unica cosa che davvero conta è quel momento fugace, ripetibile all’infinito su youtube, che ti fa latrare invereconde esternazioni pseudo religiose per cui ti avvicinerai al cielo più di quanto i non credenti possano mai intuire.
Il cielo di chi ha capito che gli onnipotenti della palla di cuoio sono intoccabili.

Alessandro del Piero santo subito.

Semi-final Germany v Italy - World Cup 2006

questo racconto è inserito nel libro INDIMENTICABILI
a cura di Stefano Discreti, prefazione Alvaro Moretti, edizioni Ultra Sport

TUTTO da SOLA

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“TUTTO DA SOLA”
di e con: Giulia Nervi
con la partecipazione di: Simone Musitano
regia: Massimiliano Vado

“TUTTO DA SOLA” è una dichiarazione di indipendenza.
“TUTTO DA SOLA” è un’esclamazione fatta con orgoglio, ma, al tempo stesso, un’affermazione di fragilità.
“TUTTO DA SOLA” è come quando da piccola giochi a Barbie e ti diverti a fare tu tutti i personaggi.
“TUTTO DA SOLA” è quando decidi di uscire dalla tua zona di comfort, rimboccarti le maniche e darti da fare.
“TUTTO DA SOLA” è affrontare i tuoi mostri interiori ed invitarli a cantare e ballare con te sul tetto.
“TUTTO DA SOLA” è come quando passa alla radio la tua canzone preferita e tu ti diverti a cantare tutto a squarciagola: la voce principale, l’assolo di chitarra, la batteria…
“TUTTO DA SOLA” è mettere da parte le lacrime versate, per poi riempirci una piscina e popolarla di fenicotteri rosa.

 

 

“TUTTO DA SOLA” è uno spettacolo comico di teatro-canzone, nato dall’esigenza di voler affrontare ancora una volta il gigantesco tema dell’amore, raccontando nello specifico ciò che accade nella mente di una donna nel momento dell’abbandono.
Spesso, dopo la fine di una storia importante,ci si interroga su se stessi, sull’altro, sull’autenticità della storia che si è appena conclusa e sul senso dell’amore stesso. Nel tentativo di andare avanti e di sanare poco a poco le proprie ferite, ci si rintana nella propria testa, immaginando di dialogare con varie parti di sé e di dare libero sfogo alle proprie fantasie, ma al tempo stesso si cerca di interrogare anche gli altri, per capire e per capirsi. In poche parole: si cerca di capire che cosa sia l’amore.
La stesura del testo infatti, parte da una piccola “indagine” svoltasi tramite social network (e non solo) in cui è stato chiesto a varie persone di età e sesso differenti, di rispondere alla domanda: “Che cos’è, per te, l’amore?”.
Alcune di queste risposte sono state inserite così com’erano all’interno dello spettacolo,altre invece, sono state assorbite da alcuni dei monologhi presenti all’interno della pièce.
“TUTTO DA SOLA” quindi, prende spunto da vari personaggi e testimonianze, reali e non, e li combina con ironia e cinismo all’interno di un vero e proprio one woman show.
“TUTTO DA SOLA” è un carosello di personaggi e canzoni un po’ folli,che invita gli spettatori ad auscultare, come se fossero dotati di uno stetoscopio, i pensieri, i deliri e le fragilità della protagonista: Grazia Cotogna.
Grazia è una donna di successo, conduce un programma televisivo chiamato “Appuntamento con l’amore” in cui riceve diversi ospiti ed in cui, di volta in volta, grazie anche alle lettere che riceve dai suoi spettatori, si affronta il tema dell’amore. Tutto sembra filare liscio fino al momento in cui Walter, suo compagno e suo grande amore, decide di lasciarla.
A guidare il pubblico attraverso i pensieri di Grazia Cotogna c’è un altro personaggio fondamentale di “TUTTO DA SOLA”: la musica.
Non è tanto la scelta dei brani in sé a guidare lo spettatore all’interno della mente della protagonista, quanto il fatto che ogni singola traccia musicale è stata registrata sostituendo vocalmente ciò che nel brano originale viene suonato dagli strumenti, quindi come se fosse eseguito a cappella.
Le voci registrate che compongono le “basi” musicali delle varie canzoni (molte delle quali vengono cantate dal vivo) di tanto in tanto si interrompono, commentano, dialogano fra loro e reagiscono rispetto a quello che vedono accadere in scena, come se quelle fossero delle canzoni che Grazia canticchia fra sé e sé nella sua testa, come se gli spettatori potessero ascoltare i pensieri di Grazia dialogare fra loro, come se davvero, le sentissero fare “TUTTO DA SOLA”.


trailer

 

 

“TUTTO DA SOLA” è uno spettacolo scritto ed interpretato da Giulia Nervi, con alcune canzoni di Tom Lehrer e Peggy Lee (tradotte e adattate in italiano da Giulia Nervi), la regia di Max Vado, la presenza inquietante di Simone Musitano, l’incipit di Federica Seddaiu, il contributo grafico di Luca Avagliano e Renato Astolfi, l’assistenza coreografica di Daniele Dag Di Giorgio e le voci di Lorenzo, Minù, Giovanni, Aurora Guidi, Otti Totti, Filippo Uranus Nanni e Susy Sergiacomo.

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Ritroviamo contaminazioni di Burlesque anche nella vincente autoironia e nei trasformismi tra un personaggio e l’altro, attentamente sottolineati da cambi di luce e di atmosfere efficaci in cui si sente la mano registica del bravo Max Vado. In tutto Giulia Nervi porta in scena con talento una decina di personaggi molto diversi tra loro, tutti caratterizzati magnificamente anche grazie all’uso di accenti e toni vocali differenti e all’utilizzo di maschere ed escamotage molto creativi: indimenticabile l’artista-piede egocentrico.

fonte: http://www.metropolitanmagazine.it/2018/04/20/91068/

QUESTO AMORE

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Arte e Spettacolo Domovoj presenta
QUESTO AMORE
con Laura Lattuada, Massimiliano Vado, Eleonora De Luca
Tratto dal Romanzo di Roberto Cotroneo
Drammaturgia e Regia di Matteo Tarasco
Spazio Scenico e Luci Matteo Tarasco – Elaborazioni Musicali Fefo Forconi –
Assistente alla Regia Marta Selvaggio – Produzione Esecutiva Marilia Chimenti
foto di scena Matteo Nardone

Da Martedì 20 a Domenica 25 Marzo all’OFF/OFF Theatre, sarà di scena QUESTO AMORE, con Laura Lattuada, Massimiliano Vado ed Eleonora De Luca, tratto dal romanzo omonimo di Roberto Cotroneo, tra gli autori contemporanei più apprezzati, con la drammaturgia e la regia di Matteo Tarasco.
Lo spettacolo racconta la storia d’amore tra Anna, un’insegnante di lettere ed Edo, un ex calciatore di Serie A, due figure tanto distanti tra loro, quanto vicine. Subito vengono alla mente le iconiche storie d’amore della letteratura di tutti i tempi, da Romeo e Giulietta, a Tristano e Isotta passando per Orfeo e Euridice. “Con “Questo amore” – raccontano il regista Matteo Tarasco e l’autore Cotroneo – abbiamo scelto di affrontare il tema di un amore assoluto e impossibile dove assenza e ricordo, attesa e memoria, si incrociano a formare la complessa trama di una storia semplice.”

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NOTE DI REGIA:
FORTE COME LA MORTE E’ AMORE
“Questo amore” è un romanzo folgorante, di profonda bellezza poetica e di altissima fattura stilistica; un romanzo che parla al cuore del lettore con la voce intensa della poesia. Proprio per questo motivo abbiamo ritenuto necessario “dare voce”, la viva voce del teatro, alle parole brucianti di questa straordinaria storia d’amore tra una professoressa e un ex calciatore, che tanto somigliano a Romeo e Giulietta, a Tristano e Isotta, ad Orfeo ed Euridice.
E così, Roberto Cotroneo, sollecitato da me e l’attrice Laura Lattuada, ha deciso di “riscrivere” il romanzo in forma scenica e ne ha tratto una testo teatrale. Ma non si tratta di un mero adattamento del testo originale, né di trasposizione scenica, bensì di una nuova opera, parente del romanzo, nata per gemmazione, l’opera nuova di uno dei più apprezzati romanzieri contemporanei italiani che per la prima volta si misura con la scrittura per il palcoscenico. Questo spettacolo rappresenta un’ideale continuazione del lavoro che io e l’attrice Laura Lattuada, abbiamo intrapreso sulla nuova drammaturgia italiana ed inaugurato con il dittico di Susanna Tamaro, “L’inferno non esiste?”, due storie che parlano di violenza sulle donne. Riteniamo infatti che raccontare l’odierno quotidiano di un paese in forte mutazione, quale il nostro in questo momento, sia un obbligo civile e morale di ogni artista e cittadino. E pertanto abbiamo scelto di intraprendere un percorso di forte impegno e di rinnovamento, suggerendo a scrittori contemporanei di scrivere nuova drammaturgia per un nuovo teatro.

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Anna, una insegnante di lettere, e Edo, un ex calciatore di serie A, si amano sin dal primo istante in cui si conoscono; e sin dal loro primo incontro parlano di poesia, o meglio, parlano di amore attraverso le parole dei poeti più amati, attraverso le pagine dei libri allineati sugli scaffali della libreria che hanno deciso di aprire insieme e che diventa il luogo segreto, pubblico ma al contempo intimo, dove cresce il loro amore. Ma anche il luogo dove Anna attenderà Edo. Perché lui è andato via, non si sa dove, senza motivo, senza un preavviso, come svanito in un nulla incomprensibile, risucchiato in un’altra dimensione. E Anna dedicherà la sua intera vita nell’attesa di Edo, nonostante la loro figlia, oramai adulta, cerchi di dissuadere la madre sognatrice dall’aspettare qualcuno che sembra non volere o non poter tornare indietro.

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Il pensiero va subito alla profondità stilistica delle tragedie shakespeariane. La sofferenza di una madre sognatrice che non vuole rinunciare ai progetti di una vita, in un tunnel ormai fatto solo di flashback per un sentimento vissuto tra i muri pubblici di un negozio, pur mantenendo una insolita intimità domestica.
Tra ricordi, attese vane, fiumi di emozioni e inaspettati risvegli da un coma fisico ed emotivo, una storia semplice con una complessa sceneggiatura che insegna quanto “forte come la morte è l’amore”.

fonte: http://ilgiornaleoff.ilgiornale.it/2018/03/22/quellattesa-ostinata-di-un-amore-cresciuto-fra-le-pagine-dei-libri/#.WrOese4Oi4k.facebook

Anna-Laura Lattuada è la protagonista della storia: madre, moglie e donna. Lei è l’innamorata che aspetta paziente Edo, svanito nel buio di una perdita di memoria e di consapevolezza di sé, scomparso nel nulla. Per questo motivo Edo-Massimiliano Vado, recita indossando una benda nera intorno agli occhi. Anna, è da venti anni in coma per colpa di una caduta dalla bicicletta. La sua incoscienza simboleggia l’attesa del ritorno del marito. Uno stato vegetativo che alimenta però il loro rapporto extra-corporeo a cui lei desidera restare aggrappata per rimanere legata a lui, vedendo e vivendo i ricordi della loro vita insieme.
L’assenza è dolore, ma non verrà mai portata a termine l’elaborazione di quel dolore, fintanto che quell’amore continuerà a vivere attraverso quella vita sospesa. Anna sa bene che l’assenza è comunque presenza persino più intensa di quella reale. Fino a quando lui continuerà a vivere in lei, nel suo universo neurologico semicosciente.
L’assenza è diversa dalla morte, completamente. Anna è consapevole di essere sola e felice, in un modo assurdo, perché il non esserci per lei è diventato un esserci. In una perfetta intersezione obliqua, amore e morte non lottano più fra loro. Il primo, occupando uno spazio nella memoria, vivrà fino a che avranno vita gli impulsi elettrici del cervello.
Il finale è anche il momento tanto atteso della pièce. Esso contiene tutto il senso di quella attesa. Uno scherzo della sorte, o del caso, che si manifesterà in tutta la sua crudeltà beffarda. Nonostante il disperato tentativo di opporsi alla realtà oggettiva, ai tentativi realizzati mediante le cure, i farmaci, i dialoghi di Margherita che si dà da fare con i suoi racconti, le foto, il suo richiamo alla normalità con una candelina da spegnere per il compleanno, il suo cellulare che riproduce Why di Annie Lennox, nel tentativo di svegliarla dal coma, alla fine Anna dovrà accettare di allontanarsi da questo amore. “Perché siamo tutti destinati a ripartire sempre?». Gli applausi sono inevitabili. Un lungo, genuino e inarrestabile fiume in piena come le emozioni che il pubblico ha provato insieme con gli attori, in scena, visibilmente commossi.

fonte: https://www.progettoitalianews.net/news/recensione-di-roberto-stagliano-su-questo-amore-in-scena-alloff-off-theatre-di-roma-fino-al-25-marzo/

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fonte: http://www.hystrio.it/recensione/

edizione 2012 – Spoleto Festival

“Oggi vivo di insonnia e di nostalgie. Specie nei giorni che precedono la primavera, nei giorni di vento, sono preda di rimpianti a cui non so dare un nome.“

PRESTAZIONI STRAORDINARIE

Roswell film e Saturnia pictures
presentano

PRESTAZIONI STRAORDINARIE

di Michela Andreozzi
con Cristiana Vaccaro e Fabrizio Sabatucci
musiche Stefano Switala
costumi Caterina Lambiase
ufficio stampa Maresa Palmacci e Claudia Ragno
foto e video David Melani
scene, luci e regia Massimiliano Vado

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SINOSSI
Cosa succede nella vita di un attore porno se, improvvisamente, riesce ad avere rapporti solo con sua moglie? Cosa succede se la moglie è la prima a lamentarsi di un marito che ormai sta sempre a casa e che la molesta almeno tre volte al giorno? E soprattutto, cosa succede se la polizia li sorprende a far l’amore in macchina? A queste e ad altre domande prova a rispondere PRESTAZIONI STRAORDINARIE, lo spettacolo scritto da Michela Andreozzi, alternando l’analisi scientifica sociologica alla commedia pura. Un decalogo naturale per sondare la convivenza amorosa tra un attore famoso per le sue misure e una attrice per niente famosa nonostante la sua formazione completa.

NOTE di REGIA
La simbiosi tra teatro moderno e ascolto della contemporaneità deve per forza confrontarsi con la commedia, sia per la sua valenza narratrice, che per il divertimento intellettuale che ne deriva. Sapere di dover gestire, contemporaneamente, un testo scritto dalla propria moglie, due attori dotati di comicità pura e un argomento che sfiora da vicino ogni riferimento sessuale, ammanta di adrenalina la concretezza per cui un teatro comodo, mai autoreferenziale anzi semmai utile e di svago, sia utile e necessario. Un divertissement serissimo per ambire a raccontare le minuscole frustrazioni di una coppia che, dalla crisi implosa, risorge a nuova intesa, attraverso la complicità sessuale e la psicanalisi obbligatoria.

23 – 24 – 25 febbraio 2018 – Spazio Diamante

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Se Maccio Capotonda, trasformandosi da attore e regista in giornalista, dovesse fare un titolo per ‘Prestazioni Straordinarie’, al debutto del 24 febbraio, presso lo Spazio Diamante di Roma, probabilmente userebbe un’espressione di sintesi perfetta: ‘Presabbene’. E così è stato con la soddisfazione reciproca sia di chi ha lavorato alla sua realizzazione e messa in scena, sia degli spettatori che, lasciandosi andare, dimenticandosi delle loro preoccupazioni e soprattutto di quanto possano essere scomode e spartane le panche di legno su cui erano seduti, hanno letteralmente goduto. Non una, ma tante volte. Una sorta di orgasmo di applausi multipli, insomma, che hanno interrotto e sottolineato i tanti momenti dello spettacolo. Uno spettacolo vietato (ma non troppo) ai minori che fa ridere (tanto), spiare le disavventure, i vizi, le virtù e gli episodi di una coppia ‘Sandra & Raimondo 2.0’, rispecchiarsi trovando nessi e somiglianze, mettersi in discussione (senza esagerare), ma soprattutto lasciarsi andare e idealmente stendersi su quei tre divani e due poltrone usate come scenografia. Quest’ultima si, un’autentica e sadica crudeltà, ripensando alle panche di legno.

Lei è Amaranta Duse (Cristiana Vaccaro), attrice con studi in Accademia, esperienze di lavori importanti da Ronconi a Karpov, ma senza più parti di successo. Lui è Marco Patta (Fabrizio Sabatucci), un attore porno che ha deciso di smettere ma che è ancora famoso come ‘il genio della lampo’. Vengono sorpresi e denunciati per atti osceni in luogo pubblico, nella loro panda bianca davanti ad un convento di suore. Da quel momento in poi, qualcosa succederà nella loro vita. E qualcosa succederà anche in scena. Una serie di sketches veloci e ritmati, realizzano una commedia pura e brillante. La Vaccaro e Sabatucci usciranno dai loro ruoli di marito e moglie per vestire i panni di psicoterapeuti, aspiranti attrici ai provini, agenti e registi in una wonder wheel di immagini, colori, accenti, tic e nevrosi. E si finisce così con il parlare non solo di ciò che succede e gira intorno alla dimensione di due attori così diversi tra loro, ma anche intorno alla vita e alle dinamiche di una coppia come tante, tra compromessi e disfunzioni.

La Vaccaro è un’attrice che ha una ricca carriera, avendo percorso e attraversato il mondo del teatro, del cinema e della televisione. Nel ruolo di Amaranta Duse è vivace, dinamica e trascinante. La sua energia, la sua esperienza e la sua interpretazione sono al servizio in un gioco di squadra combinato con Fabrizio Sabatucci. Il suo Marco Patta gioca in difesa tra l’essere sornione e indolente del resto, come gli ricorda Amaranta in scena, non è lui che recita ma il suo grande attributo. Il suo ruolo, però, non è mai subalterno perché è dialogante con la moglie. A volte sbaglia con le sue richieste di attenzioni, con il non detto, sa reggerle sempre il gioco da fuoriclasse.

L’autrice dei testi è Michela Andreozzi che ha scritto i dialoghi di una pièce allegra, ironica e smart. Ben venga tutto ciò perché difficile è tenere alta l’asticella del buonumore: con una successione di gag a tempo e in sincronia per gli attori, il divertimento del pubblico è stato soddisfatto. Merito della Andreozzi per aver sapientemente incastrato una serie di situazioni in un lavoro di drammaturgia in modo asciutto e perfetto. Senza la banalità del ‘facce ride’ gli spettatori in sala hanno riso e pure tanto. In qualche occasione, la narrazione ha sfiorato miracolosamente il pericolo di un surplus di citazioni con nomi, cose, luoghi e simboli.

Ce ne saremmo anche fatti una ragione, invece, se fossero state meno stereotipate le caricature (già abbondantemente inflazionate da cinema e televisione) della psicoterapeuta un po’ ‘simpa’ e un po’ svampita o il commesso gay, con i tacchi, in un negozio di scarpe. Proprio perché la commedia è generosa e piacevole viene spontaneo rivolgere una misurata riflessione critica, affinché sia possibile quel tanto atteso sdoganamento dei cliché. Massimiliano Vado ha curato con uno slancio di attenzioni la regia, ma ancora prima ha accolto il pubblico al botteghino e in sala con disponibilità, dialogando, scambiando saluti, talvolta posando per un selfie. Una volta raggiunta la cabina mixer di regia, ogni dettaglio è passato sotto il suo controllo in modo preciso e, durante lo spettacolo, si è ritagliato qualche inserto sporadico di voce fuori campo.

‘Prestazioni straordinarie’ è un lavoro di coppia realizzato molto bene da una coppia che sa unire la passione, il talento e l’arte con la ricerca multitasking, le contaminazioni e la messa in opera e la condivisione con il pubblico di progetti e idee ben realizzati. Gli ultimi dei quali sono stati Incendies, Maledetto Peter Pan e Ladyvette. Il loro impegno è anche una testimonianza autentica, come respirare, come combattere per un diritto, per uno spazio sociale. Molto diversamente da Amaranta e Marco i quali o fingono di essere qualcun altro, Michela Andreozzi e Massimiliano Vado sono esattamente come deve essere il teatro, concentrato sul qui ed ora, proprio perché non si può portare nulla in scena se non è stato prima vissuto ed elaborato.

fonte: https://www.progettoitalianews.net/news/allo-spazio-diamnte-di-roma-in-scena-fino-al25-febbraio-ore-18-prestazioni-strordinarie-con-regia-di-massimiliano-vado/

Parliamo di “Prestazioni Straordinarie”…

Il gioco di parole è obbligato: è uno spettacolo… straordinario, assolutamente da vedere. E bisogna anche cogliere l’attimo perché siamo in scena solo tre giorni per il momento. Verso lo Spazio Diamante, al Pigneto, si dovranno muovere anche tutti gli amici di Roma Nord, perché ne vale davvero la pena!

Perché è uno spettacolo da vedere?

Perché è scritto da Michela Andreozzi, che ha dato vita ad un testo ironico, divertente e garbato. Perché è diretto da Massimiliano Vado, marito di Michela, che ha saputo rendere la surreale crisi di coppia che va in scena quotidianamente.

Perché sul palco accanto a me ci sarà Fabrizio Sabatucci, un attore con una vena comica irresistibile.
Insomma, una squadra di quattro amici, oltre che colleghi, che daranno vita ad un progetto che divertirà e coinvolgerà. E non è certo una cosa di poco conto.

Accennaci qualcosa della trama…

“Prestazioni Straordinarie” regalerà allo spettatore un decalogo naturale per sondare la convivenza amorosa tra un attore famoso per le sue misure che ha deciso di smettere e un’attrice impegnata che non trova una parte.

Lui, lei, una situazione straordinaria, una dinamica di ‘ordinaria conflittualità’ di coppia costretta comunque a fare i conti sia con se stessa che con la vita di tutti i giorni.

E, sullo sfondo, una società dove il sesso è più virtuale che reale, dove basta un’app per incontrarsi, dove c’è più ostentazione social che voglia di conoscersi davvero. Così alla fine, se tutti trasgrediscono, qual è la vera trasgressione?

fonte: https://www.vignaclarablog.it/2018022175891/cristiana-vaccaro-prestazioni-straordinarie-teatro/

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Buongiorno Michela. Innanzitutto, ti ringrazio per questa intervista. Va in scena allo Spazio Diamante “PRESTAZIONI STRAORDINARIE”, un’opera scritta da te. Il testo è alquanto singolare: cosa ti ha spinto alla sua stesura?
Una riflessione su un tema tanto caldo come la sessualità. Fabrizio Sabatucci, che ho diretto in “Nove lune e mezza” stava sviluppando l’idea di parlare di sesso dal punto di vista di un uomo di oggi, di quella generazione a cavallo tra il Tempo delle Mele e internet. Una generazione nata prima dell’era digitale, con una poetica del sesso e dell’amore legata a un passato recente ma completamente superato.

 

Alla regia c’è Massimiliano Vado, tuo marito nella vita. È un’esperienza differente avere la possibilità di lavorare con il proprio compagno?
È molto stimolante. Massimiliano è uno dei migliori registi della sua generazione, affronta classici, sperimentazione, commedie musicali e comico con lo stesso piglio e la stessa serietà, senza giudicare ma andando a fondo sulle cose. Lavorare con lui significa avere un regista che ti fa domande, che ti dice la verità e che soprattutto, ti aiuta a “leggere” quello che hai scritto. E a volte anche oltre.

Per scrivere “PRESTAZIONI STRAORDINARIE” ti sei ispirata ad un episodio reale oppure è solo frutto di fantasia?
Ho conosciuto negli anni alcuni attori porno, alcuni hanno una vita interiore molto forte e una grande capacità introspettiva, ma il resto è fantasia. Io parto sempre dalla domanda: “e se?…” E così ho accoppiato un attore hard a una attrice super impegnata ma in crisi… di quelle sono circondata. Io stessa sono stata in crisi, anche se non esattamente “impegnata” nel più classico dei significati.

fonte: http://www.differentmagazine.it/intervista-michela-andreozzi-prestazioni-straordinarie-suo-spettacolo-scena-allo-spazio-diamante/

 

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