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le regole auree per i MESSAGGI VOCALI su WHATSAPP

1 – non deve durare più di trenta secondi, la sintesi e la rapidità sono doti preziose

2 – non deve contenere ripetizioni , tipo che nello stesso messaggio ribadite tre volte lo stesso concetto

3 – non devono esserci tentennamenti o lunghe pause, del tipo “mmmm”, “aspetta”, “come si chiama coso figlio di coso che fa le cose”..

4 – se contiene qualsiasi tipo di indicazione è sempre meglio scrivere, in caso di indicazione stradale condividere posizione e allegare disegnino

5 – è consigliabile cancellarlo e rifarlo se nel frattempo sopraggiungono altre persone con cui è indispensabile parlare, altrimenti durante il messaggio sentiremo frasi come “ma vi state buoni e zitti”, “ma guarda tu questo come cazzo guida”, “STO AL TELEFONO..”

6 – i messaggi si possono anche dettare, con tanto di punteggiatura

7 – e non c’è bisogno di andare a capo dopo ogni frase o ogni singola parola; un solo messaggio è meglio, sempre perché essere concisi è utile

8 – così come basta un solo messaggio e non 25 messaggio da 8 secondi

9 – se la risposta a un messaggio vocale è “OK” vuol dire che non è necessario mandarne altri è il nostro interlocutore è già saturo

10 – se non ci conosciamo é sempre meglio la forma scritta

11 – se ci conosciamo e vuoi raccontarmi la tua vita, chiamami. mi fa anche più piacere

12 – se compare la doppia spunta azzurra e nessuno vi risponde tornate al punto 1 è ricominciate.

con calma.

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nove

c’è così tanta arte nel mondo,

e così poca gente che se ne accorge..

I SOPRANNOMI DI RENATO

uiui

renatinho

amore

renè

gino latilla

renatone

ciccio

aho

renatino de pedis

ce buschi

attila

renatismo

sei bello

renato cane imbranato

il cuginetto

mimomio

re-nato

p*rc*ddi*

renatescion

ernesto

renatismy

mio picolo uiui

uiuis the uiuis

albertazzi

cane floscio

renato cane fortunato

il divoratore di mondi

‘nnamo

renatissimo

hairottoilcazzo

renato pozzetto

fierezza

ursus

lino musella

skatenik

tony musante

la sera leoni la mattina Badaloni

peter ustinov

gianni

NOI NON RIUSCIAMO PIU’ A VEDERE

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Il problema, signori, è che noi non riusciamo più a vedere
crediamo di vedere…ma in realtà vediamo delle cose
che già sono state viste, da altri…
Io vedo laggiù una ragazza, una donna con i capelli rossi
ma per me che sono anche un pittore,
una donna con i capelli rossi è Munch.
se fosse bruna, nuda, stesa su un divano è Modigliani,
su un prato di margherite è Klimt…
una puttana signori, una puttana è Otto Dix
una puttana che si riscalda con dei copertoni sull’autostrada è Fellini
un accattone, è Pasolini…
un albero, un albero è Mondrian
un prato verde con dei papaveri rossi è Manet
con dei girasoli è Van Gogh…
il sole, il sole è Turner
il mare, il mare è Pino Pascali
una mucca signori, una mucca è Segantini,
una pecora è Bunuel,
una capra è Picasso
un cavallo, non importa di che colore, un cavallo dei carabinieri è Fattori
un cavallo bianco con la criniera al vento è De Chirico,
un cavallo bianco e uno nero è Gauguin
un gabbiano…un gabbiano è Checov…è Cardarelli, è Bellocchio
un cane randagio è Bacon,
un cane che muove le zampette è Balla…
Il blu è Klein, il rosso è Burri, il bianco è Fontana
il rosa è Matisse, il giallo è Van Gogh, il nero è Goya…
la Gioconda signori, la Gioconda non è più Leonardo Da Vinci
è Marcel Duchamp…
un cardinale è Scipione, un generale è Bai
un uomo magrissimo è Giacometti
una donna grassissima è Fellini…
un direttore d’orchestra è Fellini…
un clown è Fellini…
…noi Fellini lo vediamo da per tutto…
una scarpa, una scarpa è Jim Dine
una cravatta è Jim Dine
un segnale stradale è Mambor
una pipa è Magritte
una scopa è Man Ray
una bottiglia di coca cola è Andy Wharol
Marylin Monroe è Andy Wharol
un hamburger è Oldenburg
Guernica…esiste una cittadina spagnola che si chiama Guernica
ma Guernica è Picasso,
Roma è Fellini,
Milano è Zavattini,
Londra è Hitchcock,
Manhattan è Woody Allen,
Bruxelles è Ensor,
Dublino è Joyce,
Praga è Kafka,
Vienna è Freud…
noi non riusciamo più a vedere signori…

(REMO REMOTTI)

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‘NA COSETTA – closing party

PijiProject:
Piji, Egidio Marchitelli, Francesco Saverio Capo, Giampiero lo Piccolo, Angelo Olivieri
special guest
Simone Colombari, Michela Andreozzi, Massimiliano Vado
(oltre Dante, Alberto Lupo e Mina, Tucidide e Remo Remotti)

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LA GABBIA

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INTHEFILM presenta
LA GABBIA
di Massimiliano Frateschi
con Federico Tolardo e Massimiliano Frateschi
scene Andrea Urso
costumi Tiziana Massaro
visual Nicola Pavone
foto Bianca Hirata e Beniamino Finocchiaro
ufficio stampa Francesca Pigianelli
performance Iole Mazzone e Maria Helene Nouvel
aiuto regia Claudia Ferri
assistente alla regia Livia Allegri
regia, luci, suoni Massimiliano Vado

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La Gabbia è un testo a due di teatro contemporaneo. Parla di alcune condizioni mentali che si presentano nel nostro inconscio quando proviamo a nascondere quello che siamo. Una metafora, due uomini la cui gabbia è la loro malattia mentale, i loro difetti. Un sonnambulo, lucido di giorno ma non di notte, ha ucciso la moglie nel sonno (motivo della sua detenzione nella cella), l’altro invece soffre di allucinazioni psicotiche e cambia versione dei fatti ogni volta che parla della sua vita privata, confonde una realtà per un altra (il motivo della sua detenzione resta ignoto). Un viaggio all’interno di una gabbia non solo fisica ma mentale, dalla quale sembra impossibile scappare, con dialoghi apparentemente insensati e quieti ma che vibrano di paure e trovano sempre un giro di volta nel senso di questi due personaggi. Loro sognano un futuro migliore. Noi con loro. Ambientato in una cella d’isolamento, per raccontare che spesso nei nostri difetti e nelle nostre paure restiamo fermi, questo testo parla di un futuro o un presente dove il mondo è distrutto da una catastrofe e dove, forse, la gente è quasi contenta di questo perché può ricominciare da zero.
Max e Pier si ritrovano in due in una sola cella d’isolamento.

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Nella cella di un carcere di massima sicurezza, in un istituto mentale. Due uomini sulla trentina, Max e Pier, si trovano in una pacifica e serena convivenza. Uno stato ciclico di stallo, descritto e scandito dalle ore che cambiano e da una voce al megafono che annuncia la frazione della giornata nella quale si trovano. I due si confessano i peccati e i sogni per il futuro ma resi ansiosi dalla reclusione e dalla scadenza d’imputazione imminente decidono di evadere con un utopico piano che comprende la corruzione di una guardia. Durante l’ora del pasto, compiono gesti euforici come picchiarsi e urlare per attirare l’attenzione ma il piano che inizialmente sembra funzionare fallisce miseramente. Così la pressione nella cella aumenta. Tutto avviene nell’arco di tre giorni nei quali i due si raccontano grandi verità e scoprono di essere in una gabbia mentale molto peggiore di quella in cui sono fisicamente, dalla quale molto probabilmente non usciranno mai. Così, compresa l’impossibilità della fuga, nella notte mentre Max sogna, Pier si toglie la vita per liberarsi della gabbia e per permettere la fuga al compagno. Le ultime parole scritte da Pier su un pezzetto di carta a carboncino sono delle istruzioni, che spingono Max a concludere il piano approfittando dello spostamento del cadavere e corrompendo la guardia con lo stesso pezzetto di carta lasciato da Pier. L’indomani, alla parvenza di una nuova luce di libertà, il fuggitivo Max viene riportato all’interno della cella, dove questa volta si troverà ad affrontare la sua gabbia da solo. Nel tempo che scorre, sempre più velocemente, è chiaro che ogni parola, pensiero e sogno svaniscono nei vuoti di silenzio. Il testo finisce con un annuncio da parte della voce al megafono che come una lancetta ricomincia il suo girotondo. Max parla da solo. Gli manca Pier o il suo amico non è mai stato in quella gabbia con lui?

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Misurarsi con l’impercettibile, sfidando la comprensione di diversi piani di lettura che si intrecciano con una realtà in cui si sfogano eventi apocalittici;
colpe personali che si pagano con vie crucis verbali, conversazioni semplici che nascondono strati di abulia e insoddisfazione, eccessi di rabbia che nascondono verità molteplici.
In una gabbia, anzi nella gabbia di un carcere, si sommano questi ed altri elementi, spingendo chiunque ci capiti dentro a fare i conti, oltre che con il tempo che passa, anche con le colpe della propria coscienza.
È una linea di destino che ci spinge al limite, ci mette alla prova, come attori e come regista, oltre che come persone, perché la sfida lanciata a se stessi ha bisogno del conforto di essere raccolta.
Si osa passando per l’umano, ci si rinchiude, ostentando fragilità, ci si misura come uomini sapendo che il risultato non sarà mai scontato. In fondo non siamo qui solo per passare il tempo; in teatro alcuni minuti sembrano anni.

 

 

 

 

 

 

In un’ora e un quarto Max e Pier regalano empatia, sorrisi, ragionamenti (non sempre lucidi) e speranze per un finale diverso da quello reale, seppure inatteso. E se la bravura dei due attori è fuori discussione, il pubblico scopre la verità nella follia solo grazie ad un gioco di squadra perfetto. Con Massimiliano Vado in cabina di regia, le luci, le musiche e le proiezioni video accompagnano perfettamente ogni movimento in scena. E, se i costumi (di Tiziana Massaro) non lasciano spazio al dubbio sulla salute mentale dei due personaggi, la gabbia sospesa di Andrea Urso restituisce perfettamente il labile confine tra una cella carceraria e i limiti mentali di ognuno.

fonte: https://www.laplatea.it/index.php/teatro/recensioni/4861-la-gabbia-dialogo-con-le-proprie-paure.html?fbclid=IwAR2KTfR_mgP8hw6mG9CnbyjhHKCsxY6O0IZVvAyGjucAco8oYPNDInJH8D4

Fa effetto la ricostruzione scenica scelta e resa da Andrea Urso che propone una cella di isolamento alta un metro da terra, il cui pavimento-rete accoglie il rifugio dei ragazzi nelle notti insonni. I visual di Nicola Pavone insieme ai costumi di Tiziana Massaro, rendono materica la follia grazie al giusto mix che vien fuori tra i video e le camicie di forza. Le musiche curate da Frateschi si innescano con la regia di Massimiliano Vado che orchestra al meglio lo spettacolo in una giusta riduzione del testo originario.

fonte: https://www.ilmessaggero.it/spettacoli/teatro/la_gabbia_brancaccino_roma-4471199.html?fbclid=IwAR0wHI0TUkq3-mnLoxCKcosqWVfd3W-g3RHMuuon76ZZYpqVEWJ5nVfvSG8

https://www.unfoldingroma.com/cultura/9133/massimiliano-frateschi/

Fondamentale in questo spettacolo la regia di Massimiliano Vado, una regia chiara e precisa, che delimita azioni, gesti, battute e che guida i personaggi evitando loro di strafare.
Ottimo l’uso delle luci e delle musiche.
Interessante la scenografia di Andrea Urso con questa “gabbia” quasi sospesa il cui pavimento è una rete che rende ogni passo incerto e traballante, come la vita dei personaggi, sempre in bilico, appunto sospesa e priva di ogni solidità.

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fonte: http://www.flaminioboni.it/recensione-de-la-gabbia-teatro-brancaccino-10-maggio-2019/?fbclid=IwAR1gtI82HflcvWWLdZr62Eb4bmfzm2-yuZs98JDHYbdqq95hx-XnZsiTHTE

La mia visione è molto più semplice. Dal mio punto di vista, dopo la morte non c’è nulla, dopo la morte non esisti e per questo ti liberi di te solo quando muori. “Ti liberi di te” viene qui usato nell’accezione negativa, nel senso dell’impossibilità di liberarti dei tuoi problemi. In senso più generale non ti liberi di te stesso finché non muori. Se la tua gabbia sei tu, resti nella gabbia tutta la vita. Il mio approccio è molto meno mistico. La provocazione contenuta nelle mie note d’autore, mira a sottolineare un messaggio contenuto nella drammaturgia: devi goderti la vita così com’è, smettere di mentire a te stesso e liberarti dalle tue paure! Uno dei due personaggi si rassegna e vede la morte come unica soluzione, pensando che solo non essendo potrà liberarsi dalle sue sofferenze. Ma la fuga non è una via d’uscita. Nessuno esce mai dalla propria gabbia: ti segue perché la tua gabbia sei tu. È difficile trovare un meccanismo per il quale tu ti liberi dai tuoi difetti, perché i tuoi difetti sono nati apposta per farti fare determinate cose. È qualcosa che ti chiude per far sì che tu ti liberi.

fonte: https://www.unfoldingroma.com/cultura/9133/massimiliano-frateschi/

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La regia del sempre bravo Max Vado, che questa volta si concentra in particolar modo sulla suggestiva scenografia di Andrea Urso e sul reparto luci, poco può fare per migliorare il risultato totale dello spettacolo che difatti viene ricordato più per la resa tecnica, figlia di un’ottima ispirazione, che per il copione.

fonte: http://www.brainstormingculturale.it/la-gabbia/?fbclid=IwAR0THezGBhe5C9hWRy1thWkaCSWS_DGtEW7oQfutt9di6q7XynIUbozdvrU

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foto Beniamino Finocchiaro

LA STRATEGIA DEL COLIBRÌ

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Sycamore Company e
Cometa off presentano

LA STRATEGIA DEL COLIBRÌ

di Roberta Calandra
con: Livio Beshir, Valentina Ghetti e Barbara Mazzoni

ufficio stampa: Elisa Fantinel
supporto e realizzazione video: Paolo Codato
quadri: Ecto Maver
locandina: Carolina Ielardi
foto di scena Matteo Nardone
sale prove: Civico 54 e Cantiere Teatrale

Foto, luci, leone, dibattito, suoni e regia: Massimiliano Vado

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57591561_2366582463381431_6597418522295402496_nfoto Massimiliano Vado

Due donne, l’una l’opposto dell’altra. Paola assistente del sindaco della città, Cloé organizzatrice di eventi. Ideologie politiche diverse, caratteri e sensibilità incompatibili, vite private agli antipodi, eppure costrette ad affrontare una situazione che le metterà alla prova con la propria reciproca umanità.
Un politico misterioso detto “Il Presidente” le convoca nello stesso ufficio in piena notte per organizzare i dettagli di un convegno che dovrebbe cambiare le sorti dell’umanità. I più importanti capi di stato parteciperanno ad un summit internazionale che coinvolgerà inoltre le figure religiose e scientifiche più note al mondo. Un incontro per dialogare sulla pace.

Ha inizio un rapporto conflittuale e intenso: si odieranno, si metteranno in discussione, si compatiranno, avranno devastanti crisi isteriche, si rinnegheranno, si riconosceranno, si consoleranno a vicenda in un alternarsi continuo tra il pubblico e il privato.
Come sono finite in quel luogo? E perché proprio loro due? E chi è questo misterioso “Presidente?” E se durante l’organizzazione di uno dei più decisivi incontri mondiali dovessero venire casualmente alla luce documenti privati in cui sono spiegati inconfessabili segreti di stato? Liste proibite e ricerche scientifiche nascoste? E se in gioco ci fosse addirittura la presentazione di una coppia di misteriose creature, provenienti addirittura dall’antico continente scomparso di Lemuria? Chi è questa entità definita per brevità semplicemente “L’essere”?
In divertito parallelo con le due donne scorre la frustratissima presenza di Barack Obama, abbattuto dalla distruzione sistematica che Trump sta compiendo verso il suo operato, coinvolto in un infaticabile incoraggiamento a sua moglie Michelle, affinché si candidi con i democratici, forse unico vero ma ambiguo artefice della situazione che vede le due sventurate Paola e Cloé chiuse come criceti in una gabbia a misurarsi con qualcosa di infinitamente più grande di loro.

Una favola moderna che risponde alla distanza della politica dei poteri occulti, dei meccanismi tradizionali con la forte e calda umanità di due persone comuni, nelle quali tutti possiamo riconoscerci e attraverso le quali fronteggiare il corrosivo senso d’impotenza che ci pervade di fronte alla durezza e alla apparente mancanza di risposte dell’epoca attuale.
Scritto dalla sapiente penna drammaturga di Roberta Calandra, La Strategia Del Colibrì è un testo delicato e dalle radici umane profonde che ha convinto Massimiliano Vado a firmare la regia per la sua messa in scena. La fiducia nell’essere umano nonostante le sue diversità è la bussola che conduce lo spettatore per una strada sotterranea che giunge fino alla consapevolezza di una nuova determinazione. E questa pace per cui si lotta, si ride, si fantastica, si impazzisce, ci si arrovella, risulta infine l’unico vero scopo di unione e di incontro tra tutti. Barbara Mazzoni e Valentina Ghetti sulla scena mettono in gioco una dirompente energia trascinatrice che cattura lo spettatore, che si identificherà a più riprese e in tutte le loro scalate e discese emotive. A fare da collante tra le due un inedito Livio Beshir nei panni di un sorprendente Barack Obama.

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ISORaDIO:

La storia nasce perchè cercavo un’idea per la mia cara amica, Barbara Mazzoni e avevo il desiderio di raccontare una storia al femminile che non fosse il “solito innamoramento dell’ amico gay” o “il tradimento del marito”. Cercavo un ambito di esplorazione differente e mi è venuta in mente questa tematica della pace nel mondo trattata in maniera comica e anche grottesca. Inizialmente lo spettacolo ha avuto un lungo excursus di titoli. Prima si chiamava “Atlantide”, perchè volevo richiamarmi all’idea dell’ antico continente pacifico scomparso. In realtà qualsiasi cosa aveva questo nome, quindi abbiamo trovato “Lemuria”, simile ad Atlantide, ma poi il regista Massimiliano Vado ha pensato che fosse meglio trovare un altro nome. Quindi in maniera molto divertita ci è venuto in mente che esiste una favola africana che ha protagonista questo piccolo uccellino, il colibrì, che portando una goccia di acqua sull’incendio, convince tutti gli animali a salvare la foresta. Quindi abbiamo deciso di dargli questo titolo.

fonte: https://www.trendemoda.it/cultura/teatro/roberta-calandra-stratedia-del-colibri-intervista/
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Note di regia

Sono sempre più convinto che il circolo vizioso iniziato dal teatro pirandelliano e proseguito, poi, con la psicanalisi, stia tornando al suo punto di origine e restituisca agli autori di testi la limpidezza di una analisi, senza bisogno di terapie e medicinali.

Assodato che per fare il regista è necessario più saper interpretare il testo, soprattutto se l’autore è ancora vivente, e le dinamiche umane in esso contenute, che saper programmare una console luci con controller dmx, spesso ci si pone davanti ad un nuovo allestimento con la smania di volerlo per forza scavare a fondo, carpendone i segreti più nascosti. Per far si che ciò accada, non trascurando la purezza dell’opera d’arte, ci si immerge placidi in un labirinto psicoanalitico riguardante le pieghe di ogni personaggio, anzi del respiro di ogni personaggio, capace di tormentarti per mesi. È una tortura emotiva che solo i registi conoscono a fondo. Piacevolmente si scopre che i disegni del mondo appartenenti al testo, e in questo caso a La Strategia del Colibrì, oltre che ai suoi personaggi, sono la proiezione di un mondo migliore, sono le parallele sintetiche di un pensiero maturato per anni, la slavina sentimentale partorita dalla montagna di studi, una complicazione infinita creata per sentirsi meno leggeri ma per riempire un pezzo di sé. Quindi il compito del regista è portare sulla scena un pezzo dell’autrice: un rene, un occhio, un ventricolo o anche solo un piede, non importa quale, purché sia il pezzo che di cui il testo ha riempito le mancanze universali. Trascendere le proprie strategie e immolarsi per entrare nella testa della Calandra, così come successe a John Malkovich in un film difficile da dimenticare. Per mettere in scena questa strategia politica e sociale bisogna che il deus ex machina sia l’autore anche se non c’è, che se ne percepisca l’odore anche a chilometri di distanza. Se poi le luci siano rosse o blu, secondo me, non importerà a nessuno.

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Convince e coinvolge la pièce La strategia del colibrì di Roberta Calandra. Due donne, l’una l’opposto dell’altra. Paola, interpretata da Valentina Ghetti, è l’assistente del sindaco della città; Barbara Mazzoni, che veste i panni di Cloé, è un’organizzatrice di eventi. Entrambe interpretano con potenza e vibrante emozione due donne così diverse eppure così uguali nella forza e nella fragilità, nella gioia e nel dolore. La Ghetti è perfetta nel ruolo della donna con un’apparente vita stabile, in cui tutto appare per quello che è… o forse no? L’ideologia fa a cazzotti con la passione e con la fragilità che il dubbio cominciare a corrodere. La Mazzoni è una credibile donna di mondo che ha visto tutto e che sembra più sciolta e disinibita di Paola ma che sotto sotto nasconde dolore, ma anche voglia di riscatto. Hanno ideologie politiche diverse, caratteri e sensibilità incompatibili, vite private agli antipodi, eppure costrette ad affrontare una situazione che le metterà alla prova con la propria reciproca umanità. Due personaggi che sono tutte le donne, con le loro contraddizioni e le loro idiosincrasie. Due donne sensibili, che affrontano la vita di petto mettendosi sempre in gioco, senza riserve e sempre per amore. Un amore che si manifesta nella pienezza della loro femminilità: sono incatenate dal filo rosso con cui la società le stigmatizza in un ruolo che è stato loro assegnato. Catene in questo caso visibili che non permettono loro di muoversi e di librare in volo.

E poi c’è lui, il politico misterioso, detto “Il Presidente”: un ironico e dissacrante Livio Beshir, perfetto nel ruolo del Deus ex Machina che convoca le due donne nello stesso ufficio, in piena notte, per organizzare un convegno che dovrebbe cambiare le sorti dell’umanità. I più importanti capi di stato parteciperanno ad un summit internazionale che coinvolgerà inoltre le figure religiose e scientifiche più note al mondo. Un incontro per dialogare sulla pace.
Ha inizio un rapporto conflittuale e intenso tra le due donne, le differenze di classe e di pensione le porteranno a odiarsi, ma saranno al contempo costrette a mettersi in discussione.
Una favola moderna che risponde alla distanza della politica dei poteri occulti, dei meccanismi tradizionali con la forte e calda umanità di due persone comuni, nelle quali tutti possiamo riconoscerci e attraverso le quali fronteggiare il corrosivo senso d’impotenza che ci pervade di fronte alla durezza e alla apparente mancanza di risposte dell’epoca attuale.
Questa pièce di Roberta Calandra fa riflettere sulla forza delle donne, sulla società che le mette spesso in antitesi ma che non vince sul potere dei sentimenti. La strategia del colibrì è un testo delicato e dalle radici umane profonde, sapientemente diretto dal regista Massimiliano Vado.

fonte: https://pinkmagitalia.com/2019/05/07/la-strategia-del-colibri-al-cometa-off/?fbclid=IwAR1R32R95p8dNWnsqd6Ff5I4RjWj_7Gv5uAxdaOnQOqgJwNDc9PEr6LL3hQ

Il palcoscenico talvolta è più coinvolgente del cinema, e questo spettacolo ne è la prova..

fonte: http://www.welltribune.it/2019/05/07/la-strategia-del-colibri/?fbclid=IwAR2u8qn–cB9_TF2NkaXHqqQKR5EkbtJ6zuaBzKOl7thayfGGxaM0SOc3Dc

Sarebbe presuntuoso voler tramettere un messaggio e non amo le didascalie di chi lo fa, ma amo molto che questo testo in particolare stia venendo letto e interpretato su più livelli: comico grottesco, esoterico, profetico, surreale etc e che ognuno deduca il suo messaggio personale. In genere mi piace descrivere personaggi fuori dal comune e portatori di autenticità che chiedono il non giudizio e la riflessione sulla diversità

fonte: https://www.lacicala.org/2019/05/08/eventi/ultimo-giorno-strategia-colibri-cometa/2262

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INTRO: …Se non hai mai riflettuto sulla pace nel mondo puoi cominciare oggi!
Di un’autrice prolifica come Roberta Calandra abbiamo già seguito qui a Roma diverse rappresentazioni teatrali, irrobustite alla bisogna dall’apporto di stimati registi quali ad esempio Paolo Orlandelli e Massimiliano Vado. Ecco, proprio dalla collaborazione con quest’ultimo è nato lo spettacolo finora più sorprendente, sotto il profilo della messa in scena (e non solo), ovvero La strategia del colibrì. In esso la Calandra pare aver riversato il meglio delle proprie invenzioni sceniche, allestendo il set di un iperbolico plot fantapolitico nel così coreografico, kafkiano reticolato di fili rossi e speranze destinate ad essere ben presto disattese, da cui viene accolto un pubblico attonito sin dal suo ingresso in sala. Il “fil rouge” del luciferino show è (letteralmente) questo: gli inganni continui offerti da un mondo della politica e da una avvilente società globalizzata che, persino al momento di indossare il vestito buono della solidarietà internazionale, mostrano tutta la loro sottile ipocrisia, filtrata nella circostanza dal punto di vista di due donne in carriera che sono un po’ vittime e un po’ complici del sistema.
Valentina Ghetti e Barbara Mazzoni, per l’appunto, due attrici in stato di grazia cui viene chiesto qui di estremizzare le tare di certi ambienti, di indossare maschere grottesche aderenti a diverse forme di perbenismo, in una escalation di tragicomici eventi a dir poco irresistibile. Il convegno sulla pace mondiale che stanno contribuendo ad organizzare è una pantomima senza ritegno. Laddove gli stessi ideali di Sinistra e di Destra, che le due bene o male incarnano, sono ormai stracci scoloriti da indossare, per convenienza, nei salotti cui rispettivamente appartengono.
Poi c’è lui. L’ago della bilancia. Impersonato con verve indescrivibile da un istrionico Livio Beshir, il personaggio maschile che tesse i fili (anche quelli del telefono, altro oggetto scenico di indubbia pregnanza) di questa sarabanda portata avanti a ritmo indiavolato, è sia lo scaltro organizzatore dell’evento in questione che un concentrato di retorica “obamiana” alquanto caricaturale, indigesta, nei confronti della quale la satira della Calandra non va mai a vuoto. Proprio a lui, inoltre, sono affidati alcuni dei momenti “pop” più riusciti dello spettacolo.

fonte: https://www.sulpalco.it/2019/05/16/la-strategia-del-colibri/

Com’è davvero la realtà?
C’è qualcuno che possa davvero dirlo, assumendosi l’onere, o forse la responsabilità, di fissare in una forma, qualsiasi forma, il fluire di esperienze, stati d’animo, momenti che ci cambiano continuamente? Senza scomodare il sempre citato (e geniale) Pirandello, vi racconto della maestria con cui Roberta Calandra, nel suo ´La strategia del colibri’ ci mostra le mille facce della nostra personale realtà, che, per sommatoria, rende la realtà collettiva multiforme, sfuggente nel suo divenire perpetuo.
Protagonisti dello spettacolo sono tre attori che accompagnano lo spettatore attraverso l’incalzante percorso di conoscenza dell’Io: Barbara Mazzoni nei panni di Cloe, Valentina Ghetti é Paola e Livio Beshir interpreta il Presidente, “burattinaio” e deus ex machina di tutto il ritmico ed incalzante intreccio. Vengono portate in scena le fragilità della femme fatale, le insoddisfazioni della carrierista iperorganizzata e le trame di un politico che si svelerà solo nel finale. Così si consuma – alla vigilia di una importantissima convention internazionale che devono finire di organizzare – il dramma esistenziale di due donne, tanto diverse ed entrambe tanto sole. Durante una nottata di duro lavoro, le inquietudini personali che fanno capolino, interferendo con i doveri professionali, si risolvono nella rivelazione di segreti inconfessabili e di desideri sconosciuti.
La carica positiva del testo si ritrova nella capacità di suscitare comunque il sorriso ragionato del pubblico, che segue il percorso catartico delle protagoniste, senza però che il plot scivoli nei cliché dei tipi che pure vuole rappresentare.
La regia di Massimiliano Vado -visionaria, surreale, imprevedibile e caratterizzante- é piaciuta molto perché ha dato mordente al testo di Roberta Calandra.

fonte: https://www.lacicala.org/la-strategia-del-colibri-tra-visioni-e-realta-conquista-il-pubblico-2299/?fbclid=IwAR37JDIdj1CnG2B-VbtVeQBYpng0G7aVXVQhdWJDHsCOIvdNC3zeetbppig#.XN6Wr2iFhIs.whatsapp

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Lo spettacolo porta in scena il rapporto tra due donne nelle quali tutti possiamo riconoscerci e attraverso le quali fronteggiare il corrosivo senso d’impotenza che ci pervade di fronte alla durezza e alla apparente mancanza di risposte dell’epoca attuale. Paola, assistente del sindaco della città, e Cloè organizzatrice di eventi, interpretate d Barbara Mazzoni e Valentina Ghetti. A fronteggiarsi insieme alle due protagoniste sono sopratutto due ideologie, due modi di vedere il mondo, due punti ti vista diferenti sul ruolo del potere. Ad unirle, a permettere che le storie di evolvano nel loro incontro-scontro il “presidente”, interpretato da un magistrale Livio Beshir.

fonte: https://www.eventiculturalimagazine.com/arte-e-cultura/la-strategia-del-colibri-potere-della-politica-nellincontro-scontro-lumanita/

Il testo di Roberta Calandra è infatti un mélange di vari elementi calibrati con estrema precisione ma anche con molta ironia. Il ritmo è serrato, brillante e mai noioso anche grazie ad una regia che privilegia il livello simbolico a quello reale. Su un palco completamente vuoto le due protagoniste sono infatti legate da corde che impediscono loro di muoversi autonomamente, quando una si allontana l’altra si avvicina. L’effetto visivo suscita un senso di ineluttabilità, come se le due donne fossero destinate ad incontrarsi e scambiarsi un pezzo di vita.

fonte: http://www.inscenaonlineteam.net

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“Ringrazio in particolare modo gli attori e la regia per essersi prestati a questa impresa così indefinibile con passione con un particolare pensiero a Livio Beshir che incarnerà niente meno che Obama”.

fonte: https://www.lacicala.org/2019/05/08/eventi/ultimo-giorno-strategia-colibri-cometa/2262?fbclid=IwAR0reek7aGVrnmOfzpUffcFyMlUxGtqQEtu3FfVvlfPCKd8itqd37urr2vw#.XNKDKNPU46A.whatsapp

“Sono salpati con me, da porto sicuro, tanti personaggi che hanno reso speciale questo viaggio dell’ anima: il Capitano di vascello è Roberta Calandra, autrice profonda e impegnata, divertente e generosa. Non si lascia spostare dalle folate di vento improvvise e resta stabile al timone. Al suo fianco, il Capitano di Fregata Massimiliano Vado: regista davvero geniale che ha saputo trasformare il testo per renderlo ancora più efficace e possiede il dono di dirigere gli attori con autorevolezza ma grande rispetto e tante risate. Poi Barbara Mazzoni e Livio Beshir, insieme a me, ammiragli, due persone uniche, piene di spiritualità e passione. Infine non posso non menzionare il nostro Luogotenente Renato, che ci ha regalato momenti di risate e affetto come solo un cucciolo di cane può regalare.”

fonte: http://www.lfmagazine.it/valentina-ghetti-la-voglia-di-comunicare-attraverso-l-altro-e-unesigenza-che-ho-sentito-scorrere-nelle-vene-da-piccolissima/?fbclid=IwAR3EtUAyuclD-ZyUfQIzMNotzku64YOfdKgfeUWuZmoxfUgA7awaJFOWF3E

Ognuno faccia il suo lavoro. Bene. Ognuno si apra al dialogo. Bene. Ognuno una goccia. Bene. Goccia dopo goccia, tre personaggi, due donne e un uomo, forse un essere mistico, forse una maschera, forse un fantomatico direttore, forse un presidente, forse la soluzione ai problemidel nostro pianeta. Forse.
Tra il comico e il drammatico, immersi in una stanza surreale e avvolti da un’atmosfera da fantascienza, si ride di temi seri e ci si commuove di temi ridicoli, mentre si scava, si scava, come fossimo gocce sulla pietra, fino a quando non ci si rende conto che non siamo soli, che una goccia può, assieme ad altre, spegnere un fuoco, che una goccia può, assieme ad altre, creare un avvallamento nella pietra, che può così contenere altre gocce, che si accumulano a formare una pozzanghera, un lago, un fiume, un mare, goccia dopo goccia.
Una goccia è morbida e tesa allo stesso tempo, è acqua che la tensione superficiale rende unica e indipendente, fino a che non si fonde con le altre gocce e prende la forma dell’accoglienza, fino a che un colibrìpiccolo ma coraggioso e determinato, così convinto della propria missione da riuscire nell’impossibile, non la trasporta nell’intento di gettarla su una foresta in fiamme, per arrivare a spegnere un incendio.
La trasformazione dei personaggi è palpabile, avviene sotto i nostri occhi spalancati, minuto dopo minuto, battuta dopo battuta. Le attrici Valentina Ghetti e Barbara Mazzoni, sono magnifiche, hanno un’energia travolgente, esageratamente marcata, ma vera e capace di trasformare anche noi spettatori, che guardiamo e ascoltiamo. L’attore Livio Beshir è uno ma è doppio, è luce e ombra e incarna perfettamente in un unico essere la molteplicità dei mondi umani. Ero in sala, sentivo il pubblico attento, partecipe e presente, e mi sono sentita parte di un tutto, sono uscita dal teatro goccia anche io, o forse colibrì, contenuta dallo spettacolo e contenitore della mia personale goccia, la mia missione da portare avanti, con la forza che a volte arriva dal nutrimento dell’arte, dalla bellezza che trovo in spettacoli come questo, il cui testo scritto da Roberta Calandra è denso, la regia di Massimiliano Vado è complessa e gli attori sono bravissimi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

i simpatizzanti dell’arte

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io penso – seriamente – che i tifosi calcistici siano degli ominidi.
quelli che si vestono solo del colore della propria squadra, con braccialetti, calzini, magliette e mutande dei colori societari, quelli che odiano gli avversari e quelli che fanno a botte fuori dallo stadio; quelli che si offendono o che entrano in lutto se la squadra perde e si divertono più a dileggiare l’avversario che a leggere un libro;
quelli che leggono solo i titoli di giornali e riviste, o ascoltano decine di ore di radio e tv, che parlano sempre della stessa cosa e cioè delle possibili formazioni per la giornata successiva o che si commuovono mentre cantano l’inno con la sciarpa per aria; quelli per cui qualsiasi cosa dipenda dai risultati domenicali tanto da aver fatto della fede calcistica il proprio stile di vita;
ecco, quelli sono ominidi.
di qualsiasi squadra siano.
tutti, indistintamente.
se diventi volgare, aggressivo o anche vagamente offensivo per un fatto riguardante il calcio, sei un ominide; tanto vale che si sappia.

la mia opinione è supportata dai fatti, statene certi.

però, devo ammettere, che tutta questa imbecillità mi ha regalato un sogno:
cioè che succedesse lo stesso per una cosa alla quale tengo di più: il teatro.
mi piacerebbe vedere frotte di ragazzini con la maglietta di Gianrico Tedeschi, intonare cori di dileggio verso Popolizio e Ronconi, trovare, mentre guido, radio tematiche che mandano in rotazione h24 tutti gli audio degli spettacoli di Lavia, sorprendere stadi interi che, con la sciarpa di Amleto, intonano cori unanimi di “essere o non essere”, magari commuovendosi su “..così la coscienza ci rende tutti codardi”.
è un sogno superbo lo ammetto, ma non è finito.

fischi, tipo rigore non dato, agli spettacoli di Emma Dante, ovazioni da rovesciata sotto l’incrocio per qualsiasi riproposizione delle regie di Strehler, giubbotti con stampata la faccia di Laurence Olivier o speciali televisivi di Buffa su Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni o Renzo Ricci.
ogni fine settimana uno speciale 90° minuto con il meglio del teatro nazionale esibito alla moviola per sottolineare le interpretazioni migliori e giornali colorati di rosa, e venduti in migliaia di copie, con sopra racconti inediti e aneddoti dalle tournè passate di Proietti e Dario Fo; gadget di Sciaccaluga e orologi di Castri, calzini di Patroni Griffi e felpe di Anna Maria Guarnieri, Brecht contro Goldoni sui videogiochi, quelli a cui piace Carmelo Bene che si azzuffano con i sostenitori di Eduardo, salvo poi andare tutti a vedere Martufello.
pensateci, non sarebbe bello?
una risoluzione adrenalinica equivalente a quella del calcio, solo applicata a qualcosa che abbia un contenuto reale.
immaginate intere reti televisive dedicate, siti di opinionisti in cui si discute dell’ultimo spettacolo in scena, tonnellate di parole su Miller, approfondimenti su Aristofane.
il fantateatro, il teatro subbuteo e le figurine dei teatranti.
spillette di Giulia Lazzarini e adesivi di Aroldo Tieri.
applicazioni per il telefono con i voti agli attori della commedia leggera, redazioni intere che si preoccupano per un incidente all’entrata di uno spettacolo di Latella, telegiornali che chiudono con le immagini dei migliori monologhi staccati nei teatri di provincia,  o ragazzini che, nelle loro camerette, sognano di diventare Renato de Carmine o Gianni Agus..
sarebbe bello.

ma perché limitarci solo al teatro?
sogno tifosi dei Beatles in derby eterni contro gli irriducibili degli Stones, salvo poi ammettere entrambi la vittoria dei Beach Boys, seguaci di Picasso che su Radio Pittore si sfidano dialetticamente con i fedayn di Matisse, la curva di Salinger che organizza coreografie per ospitare la trasferta dei supporter di Baricco, fedelissimi di Barysnikov che sui campetti di periferia affrontano fan di Polunin, file enormi per mostre, vernissage e spettacoli di ogni tipo, con bagarinaggio e banchetto di salsicce all’uscita.

cosa aspettate a farmi ministro della cultura, io non lo so.

foto di Maria Marin