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la preghiera dell’attore

oh divinità pagane del teatro di prosa

aiutatemi a trovare lavoro

fate in modo che se i lavori fossero due non si accavallino

fate che almeno la diaria sia corrisposta da subito

e che la paga mi arrivi prima del finto fallimento del produttore.

altrimenti fate che un cappuccino mi basti come pranzo

e che qualcuno mi inviti a cena.

vi prego

liberateci da raccomandati, dipendenti dei teatri stabili e amanti di registi

fate in modo che chi mi dia le battute non arrivi tardi, non sia drogato,

alcolizzato, egoriferito o cane inverecondo.

fate arrivare i treni in orario

fate che il camerino sia caldo

fate arrivare i bonifici puntuali.

e fate che il mio costume sia stirato.

vi imploro

salvatemi dagli spettacoli brutti

dai registi noiosi

da quelli che parlano solo di se stessi

dagli aneddoti la sera a tavola

dagli attori che non si lavano.

oh divinità pagane del teatro di prosa

vi ringrazio per ogni agibilità

per ogni contributo

per la siae ogni sei mesi

e per la memoria ancora giovane.

siate lungimiranti con i timidi

spietati con chi non ha fatto gavetta

pazienti con chi sta cominciando

e generosi con i produttori virtuosi.

abbattete la vostra ira solo su chi copia gli spettacoli, sui pigri, su chi non crede in voi o su chi non ha mai studiato.

salvateci da botole nascoste,

cantinelle appoggiate,

fari non in sicurezza e

chiodi abbandonati

illuminateci quando gli alberghi sono brutti, quando nessun ristorante aspetta la fine della replica,

quando il pubblico arriva tardi o risponde al telefono durante il nostro monologo più importante.

oh divinità pagane del teatro di prosa

a voi affido la miseria della pensione che percepiró

così come l’anima che si eleva ogni volta che si alza il sipario.

foto Barbara Gravelli

COSE CHE NON BASTANO DA SOLE PER DEFINIRSI UN ATTORE / ATTRICE

-Essere il più simpatico della comitiva

– Saper raccontare le barzellette

-Avere followers perché stai col culo all’aria su instagram

– Avere amici attori

– Essere presenzialista

– Fare le imitazioni

– Aver avuto successo nei villaggi turistici

– Essere il compagno/a di un attore/ice

– Saper piangere a comando

– Fare monologhi di cabaret

– Chiamare gli attori famosi per nome come fossero amici intimi

– Usare termini tecnici a ripetizione per dimostrare che ne capisci.

– Fare la comparsa

– Esibirsi a tutti i costi in qualsiasi cantina martellando amici, parenti e conoscenti.

– Aver fatto un corso di Teatro

– Aver partecipato a stage costosi

– Aver partecipato alla Corrida, Italia’s got talent, amici di Maria De Filippi, qualsiasi reality e Uomini e donne.

– Fare il pubblico in tv

– Andare ai festival di cinema senza aver partecipato a nessun film.

– Essere figlio, fratello, cugino, cognato,

vicino di casa d’arte

– Essere quello che fa ridere tutti alle recite parrocchiali

– Venire bene in foto

– Dissanguarsi per fare le vacanze a Cortina, in Sardegna, alle Maldive e Dubai, perché stanno tutti lì ma a te non ti conosce nessuno

(dal genio di Enzo Casertano..)

i voti ai voti

Non sopporto i voti.

Mi piacciono le classifiche, perché sono esaltati i lati positivi , ma non i voti, i numeri;

in nessun caso.

Non mi piacevano al liceo, e se avessi dato io i voti ai miei professori a quest’ora alcuni di loro sarebbero ancora lì.

Non mi piacciono i voti dati alle trasmissioni, ai film, ai ristoranti, ai concorrenti, nei conventi, ai ballerini ai cantanti o alle singole interpretazioni. ,

Nemmeno quelli dati ai segni zodiacali, alle persone, agli abiti, ai profili facebook, agli spettacoli e alle opere liriche, quelli dati dai giudici dei reality, quelli agli ospedali, alle annate, ai vini e quelli dati dalla gazzetta.

Non mi piacciono le stelle comprate dai ristoranti o le faccette estorte dai commercianti.

Dare un voto è un riassunto frettoloso quanto svilente, un esercizio di potere che ha tutta l’aria di una frustrazione profonda, una piccolo sfogo alla propria infelicità.

Preferisco chi esprime opinioni con cognizione di causa.

Non mi piacciono le critiche di chi non ha studiato e non mi piacciono i numeri di chi non ha mai contato.

foto Azzurra Primavera

AD ALTA VOCE

Stop Rape Italia e Museo delle Arti e Tradizioni popolari di Roma
presentano

AD ALTA VOCE

un progetto di Valeria Andreozzi Massimiliano Vado
con Massimiliano Vado attore
+ Giorgio Bormolini Michele Castelli Gattinara Matteo d’Incoronato Massimiliano Nicoderno Stefano Pucci attori e performer
+ Paola De Crescenzo attrice
+ Valeria Andreozzi Angela di Domenico danzatrici performer
+ Debora Longini cantante e
Paolo Oppedisano assistente

foto Beniamino Finocchiaro

La Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è stata istituita dall’Assemblea delle Nazioni Unite con Risoluzione n° 54/143 del 17 dicembre 1999.
La data è stata scelta per ricordare il 25 novembre 1960 giorno in cui 3 attiviste politiche della Repubblica Domenicana, le sorelle Mirabal, vennero violentate e uccise da uomini dell’esercito domenicano durante la dittatura di Rafael Trujillo.

Le Nazioni Unite definiscono la violenza contro le donne “qualsiasi atto di violenza fondata sul genere che comporti, o abbia probabilità di comportare, sofferenze o danni fisici, sessuali o mentali per le donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia che si verifichi nella sfera pubblica che in quella privata”.

La violenza contro le donne, sia essa fisica, psicologica, sessuale, che comporti mutilazioni genitali e matrimoni precoci, è una delle più diffuse violazioni dei Diritti Umani.
Attraverso questa iniziativa La Campagna Italiana contro lo stupro e la violenza sessuale durante i conflitti – Stop Rape Italia vuole contribuire alle iniziative del Museo delle Civiltà, promuovendo la sensibilizzazione della società civile sul problema dell’uso dello stupro e della violenza sessuale come arma durante i conflitti dando particolare rilievo al ruolo delle sopravvissute, che in qualità di agenti del cambiamento e attraverso le loro richieste, sono in grado di contribuire alla trasformazione dell’attuale cultura di discriminazione e violenza in una cultura di rispetto dei diritti umani.

Stop Rape Italia nasce del 2014, nel corso di una missione di Jody Williams, Premio Nobel per la Pace 1997, che presentò la International Campaign to Stop Rape and Gender Violence in Conflict, realtà fortemente voluta dalle donne Nobel per la Pace, riunite nella Nobel Women’s Initiative, durante un incontro con l’allora presidente del Senato Pietro Grasso.
Per la giornata contro la violenza sulle donne, il Museo delle Civiltà, punto di riferimento per coloro che promuovono l’incontro e il dialogo, si offre come spazio attivo dove ha luogo una “riparazione collettiva” in grado di ripensare i fatti accaduti, riconoscere le violenze che hanno avuto luogo e attribuire la responsabilità ai colpevoli e non alle vittime.

PAURA d’AMARE

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Maria Rosaria Russo e Massimiliano Vado in
PAURA D’AMARE
di TerrenceMcNally
versione italiana di Eleonora di Fortunato
Massimo Cagnina, Monica Dugu
Livia Cascarano, Federico Campaiola, Matteo Palmiero
Chiara Cappelli, Margherita Maggio, Giulia Rea, Francesco Renna
la voce di Marlon è di Antonio Gerardi

scene Stefano Pica e Elisa Bentivegna
costumi Gianni Casalnuovo e Rosa Eleonora Pischedda
assistente alla regia Salvo di Falco
aiuto regia Goffredo Maria Bruno
foto di Beniamino Finocchiaro
prodotto da Giampietro Preziosa per Inthefilm
la scena si svolge al Ristorante Terra

regia Giulio Manfredonia

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Frankie and Johnny in the Clair de Lune fu sceneggiata da McNally per il film Frankie and Johnny, diretto da Garry Marshall nel 1991 e interpretato da Al Pacino e Michelle Pfeiffer. La commedia fu giudicata dal New York Post “straordinariamente divertente, romantica, provocatoria” e il New Yorker definì McNally “uno dei più originali e audaci drammaturghi, e anche uno dei più divertenti”. Il film di Marshall ebbe un enorme successo e Michelle Pfeiffer ottenne una nomination ai Golden Globe come migliore attrice.

Un cuoco, uscito da diciotto mesi di carcere per truffa, s’innamora di una reduce da una relazione infelice e la corteggia appassionatamente cercando di vincerne resistenze, paure, diffidenze.

Un dialogo brillante, serrato, ironico, cui fa da controcanto il coro dei personaggi minori. Tutte persone comuni, tutti accomunati dalla paura di scoprirsi e fare spazio all’altro, accettando i suoi e i propri limiti. Quella paura che conosciamo tutti, e che ci fa preferire la solitudine alla delusione.

NOTE DI REGIA

“Il testo di McNally (1987) si svolge interamente nella stanza da letto e racconta una notte d’amore tra Frankie e Johnny, affidando ai dialoghi la descrizione delle loro vite.

“Perché fai tutto questo?” / “Perché tutto quello che voglio è in questa stanza”

Questo dialogo riassume bene il senso della storia d’amore dei due protagonisti, ma contiene anche, a ben vedere, l’idea che anima lo spettacolo.

McNally stesso scrisse l’adattamento cinematografico per il film diretto da Garry Marshall nel 1991. Nel film la vita di Frankie e Johnny si arricchisce di mille particolari e tutta la storia si può dire faccia un vero e proprio salto di qualità: non solo la vicenda dei due affronta anche il loro innamoramento, totalmente assente nella pièce teatrale, ma i temi del racconto trovano la loro centralità e la struttura narrativa prende rotondità, con l’introduzione del loro universo lavorativo, nel ristorante newyorkese “Apollo”, vero e proprio contrappunto diurno, frenetico e concretissimo, alle atmosfere rarefatte e sentimentali delle notti del testo teatrale.

Ho scelto quindi di non attenermi fedelmente al testo teatrale, ma di partire dalla sua reinterpretazione cinematografica, prendendo i protagonisti e portandoli fuori dalla stanza e raccontando allo spettatore sia le vicende che li porteranno a quella notte d’amore, ma anche la paura che la precede e poi il punto di rottura e la riconciliazione finale.

Il tentativo è dunque quello di scardinare le mura e riportare la storia nel reale, mantenendo la scansione temporale del film e la ricchezza delle situazioni e dei personaggi. Li scopriremo insieme al pubblico in un altrove nuovo e allo stesso tempo consueto, contrapponendo la rappresentazione delle azioni e dei gesti quotidiani dei personaggi con i loro sentimenti più intimi, e modulando e mutando il quotidiano in cui sono immersi.

Questo viaggio di andata e ritorno tra teatro e cinema ha l’obiettivo alto di “tradire” la pièce teatrale, cercando di disegnare una struttura narrativa nuova, a mio giudizio più compiuta, conservandone però il senso più profondo.

Johnny corteggia Frankie con le sue parole dirette, trasparenti, e fa breccia nel suo muro, costruito nel tentativo di annullarsi pur di tenere lontano quella paura che l’ha segnata.

L’irrompere dell’amore nelle loro vite, quelle di due persone semplici e assai comuni, trasfigura il loro ordinario e lo rende straordinario, stravolge il quotidiano trasformandolo in qualcosa che ha a che fare con la paura, ma anche col desiderio profondo di tornare a vivere.

Una sintesi tra giorno e notte, tra luce e oscurità, esattamente come il Clair de lune.

(Giulio Manfredonia)

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Frankie and Johnny in the Clair de Lune è una pièce di Terrence McNally, sceneggiata dallo stesso McNally per il film Frankie and Johnny, diretto da Garry Marshall nel 1991 e interpretato da Al Pacino e Michelle Pfeiffer. La commedia fu giudicata dal New York Post “straordinariamente divertente, romantica, provocatoria” e il New Yorker definì McNally “uno dei più originali e audaci drammaturghi, e anche uno dei più divertenti”. Il film di Marshall ebbe un enorme successo e Michelle Pfeiffer ottenne una nomination ai Golden Globe come migliore attrice.
Un cuoco, uscito da diciotto mesi di carcere per truffa, s’innamora di una cameriera che si sta leccando le ferite di una relazione infelice e la corteggia appassionatamente cercando di vincerne resistenze, paure, diffidenze.
Un dialogo brillante, serrato, ironico, cui fa da controcanto il coro dei personaggi minori. Tutte persone comuni, tutti accomunati dalla paura di scoprirsi e fare spazio all’altro, accettando i suoi e i propri limiti. Quella paura che conosciamo tutti, e che ci fa preferire la solitudine alla delusione.

 

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La versione di Manfredonia è come una danza un po’ scoordinata di circuiti neuronali in cui la sola cosa certa è l’innamoramento a prima vista di Johnny che pratica insoddisfatto il letto di un’altra cameriera, Cora, sorta di nave-scuola del sesso per i nuovi venuti del bastimento “Ristorante” in cui i fenotipi abbondano con le loro richieste sempre un po’ bizzarre, talvolta nevrotiche e maniacali di un pasto rapido, con gli ordini che circuitano come api impazzite sul bancone che divide la cucina dalla sala da pranzo. Ed è da lì che gli sguardi si interfacciano, si toccano per poi sfuggirsi in una sorta di rissa permanente dei sentimenti, tra gelosia, invidie, ingenuità da parte di chi, bruttina e zitella nata, per necessità e non per vocazione, vive e assorbe per buona parte le emozioni degli altri, non accorgendosi mai di come in realtà la sua bontà non sia contorno ma sostanza collante, con i suoi affacci estemporanei e le sue battute che legano le solidarietà sommerse del gineceo e riempiono di allegria un lavoro altrimenti nevrotizzante.

opinione.it – http://opinione.it/cultura/2019/10/30/maurizio-bonanni_paura-damare-teatro-brancaccino-giulio-manfredonia-maria-rosaria-russo-massimiliano-vado-frankie-johnny/

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https://www.google.com/url?sa=i&url=https%3A%2F%2Fwww.youtube.com%2Fwatch%3Fv%3DE_Iwb1KALCE&psig=AOvVaw2szKFQ5x5Bogx2QNfHpgUj&ust=1574959952624000&source=images&cd=vfe&ved=0CAMQtaYDahcKEwjQy6WX7YrmAhUAAAAAHQAAAAAQGA

Paura d’amare

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Mostrare per Esorcizzare

Corriere della sera – Style di Agosto
Intervista a cura di Valentina Ravizza

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Io sono alto un metro e 90 e ho fatto pugilato.
Per strada mi sento sicuro, a Roma come nel Bronx, dove ho abitato.
Però capisco che in alcune condizioni, la percezione della sicurezza delle persone intorno a me possa essere diversa dalla mia.
Per esempio mia madre non prende più la metro dall’11 settembre.
Negli ultimi anni la percezione legata agli attentati ci ha costretti a guardarci un po’ più in giro.
Io cerco di essere, per educazione e per cultura, tollerante e accogliente, però il sospetto che l’ambiente introno a me possa essere meno sicuro ogni tanto c’è.
E ora con la Lega Nord, Matteo Salvini e la questione migranti, si alimentano ancora di più le paure.
Creando una percezione di minore sicurezza.
Anche se poi, guardando i dati e le cronache, si scopre che le persone che procurano violenza sono quelle più vicine a noi, non gli sconosciuti.
E che il posto dove si sta meno sicuri a volte è casa propria.
Ma, mentre un tempo un marito che picchiava la moglie era considerato quasi normale, ora per fortuna se ne parla molto di più.
Certo, c’è anche un genere di informazione che cavalca un po’ ignobilmente i fatti di cronaca, però questo può spingere tante persone abusate a uscire allo scoperto.
Se c’è una spettacolarizzazione è perché c’è un interesse, spesso morboso, da parte del pubblico: parlare di certi fatti di cronaca alza lo share.
Anche in alcune serie tv, come Gomorra, la violenza viene esaltata, ma non per incentivarla, piuttosto per esorcizzare la realtà.
Da Scarface a Suburra del sangue ci si nutre: se lo stato e le forze dell’ordine hanno il dovere di fare in modo che se ne sparga sempre di meno, all’arte spetta la responsabilità di rappresentare il male.
Se solo seguissimo l’Enrico V di Shakespeare con la stessa voglia di scoprire come va a finire una puntata di Chi l’ha visto!

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MICHELANGELO ENTANGLED

PRODOTTO DA: Gian Maria Cervo · Francesco Di Mauro

UNA PRODUZIONE: Ciclope film · Quartieri dell’Arte

DURATA: 3 min

PAESE: Italy

LINGUA: Italiano

REGIA · FOTOGRAFIA · MONTAGGIO:  Francesco Di Mauro

SCENEGGIATURA:  Gian Maria Cervo

CAST:  Angelo Tanzi · Massimiliano Vado


Per lo spettacolo teatrale “Michelangelo Entangled”, messo in scena nel 2017, si è rappresentato attraverso due video realizzati dalla Ciclope film, il famoso scambio di lettere sul Giudizio Universale tra Pietro Aretino e Michelangelo Buonarroti: come nella storia ufficiale, con Michelangelo che, non senza una certa ironia, rifiuta i consigli dell’amico letterato.


LA LETTERA DI PIETRO ARRETINO A MICHELANGELO