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Voci nel deserto, Partitura 45 – Goethe.01

luglio 17, 2012

CANTO NOTTURNO DEL VIANDANTE

Tu che appartieni ai celesti,
che plachi ogni gioia e dolore,
che colmi chi è tanto più misero
di tanto maggiore sollievo:
sono stanco di trascinarmi!
Che valgono piacere e tormento?
O dolce pace,
vieni, vieni dentro il mio petto!

LA CONVERTITA

Nel vermiglio fulgore del tramonto
me ne andavo in silenzio per il bosco;
c’era Damone che suonava il flauto.
Il suono proveniva dalle rupi,
era un la lala…

A sé mi trasse, m’attirò al suo fianco
e mi baciò con così dolce ardore!
Io gli dissi: continua a suonare!
E il bravo giovane riprese il flauto
col suo la lala…

La mia pace ormai se n’è andata,
la mia gioia se n’è fuggita.
Nei miei orecchi risuona ancora
e soltanto quel motivo antico:
è un la lala…

ALL’ELETTA

Mano nella mano e bocca a bocca:
amica mia, restami fedele!
Addio! E tanti scogli ancora
il tuo amato dovrà superare.
Ma se mai dopo le tempeste
tornerà a rivedere il porto,
gli dèi possano punirlo
se senza te vorrà darsi buon tempo

Che ben comincia è già alla metà dell’opera,
e il mio lavoro è già mezzo compiuto;
per me splendono stelle come soli,
solo per chi non ha fegato è notte!
Fossi rimasto accanto a te nell’ozio,
adesso sarei oppresso dal fastidio;
in questa vasta immensità invece
agisco spedito e per te solo.

Ho già trovato per noi la valle
dove andremo a vivere un giorno,
e dove a sera guarderemo il fiume
che scende per la sua dolce china.
Ci saranno due pioppi sul prato,
e due faggi in un boschetto;
ah, e dietro a tutto questo
ci sarà pure una capannina.

DALL’ALTO IL CREPUSCOLO SCENDEVA

Dall’alto in crepuscolo scendeva,
lontano è ogni cosa vicina,
ma per prima la stella della sera,
è ascesa con luce amica!
Tutto ondeggia nell’incerto,
nebbie scivolano nell’alto,
specchiando tenebre nere e profonde,
giace, immobile, il lago.

Soltanto nelle plaghe orientali,
presagisco luce e splendore di luna,
rami frondosi di snelli salici
scherzano sull’onda vicina.
Il raggio lunare trema
attraverso giochi di mobili ombre,
e tacita la frescura entra
per gli occhi e consola il cuore.

L’ACCHIAPPARATTI

Io sono il cantore rinomato,
l’acchiapparatti che molto ha viaggiato,
e in questa città d’antica fama
è una presenza più che necessaria.
E fossero i ratti in numero enorme,
e fossero in gioco anche le donnole,
faccio una pulizia generale,
tutti quanti se ne devono andare.

È anche il cantore d’animo sereno
un acchiappabambini di tempo in tempo;
anche ai più selvaggi impone il giogo
se canta le sue favole d’oro.
E fossero i ragazzi così riottosi,
e fossero le ragazze così ritrose,
io tocco le mie corde ed ecco
tutti devono venirmi dietro.

È anche il molto abile cantore
un acchiapparagazze all’occasione;
in tutte le città dove è stato
più d’una ha subìto il suo incanto.
E fossero le ragazze così sciocche
e fossero le donne così ritrose,
tutte soffrono pene d’amore
al canto e al tocco di queste corde

IL RE DEGLI ELFI

Chi cavalca così tardi per la notte e il vento?
È il padre con il suo figlioletto;
se l’è stretto forte in braccio,
lo regge sicuro, lo tiene al caldo.
Figlio, perché hai paura e il volto ti celi? –
Non vedi, padre, il re degli Elfi?
Il re degli Elfi con la corona e lo strascico? –
Figlio, è una lingua di nebbia, nient’altro. –
«Caro bambino, su, vieni con me!
Vedrai i bei giochi che farò con te;
tanti fiori ha la riva, di vari colori,
mia madre ha tante vesti d’oro.»
Padre, padre mio, la promessa non senti,
che mi sussurra il re degli Elfi? –
Stai buono, stai buono, è il vento, bambino mio,
tra le foglie secche, con il suo fruscio. –
«Bel fanciullo, vuoi venire con me?
Le mie figlie avranno cura di te.
Le mie figlie di notte guidano la danza,
ti cullano, ballano, ti cantano la ninna-nanna.»
Padre mio, padre mio, in quel luogo tetro non vedi
laggiù le figlie del re degli Elfi? –
Figlio mio, figlio mio, ogni cosa distinguo;
i vecchi salici hanno un chiarore grigio. –
«Ti amo, mi attrae la tua bella persona,
e se tu non vuoi, ricorro alla forza.» –
Padre mio, padre mio, ora mi afferra,
il re degli Elfi la mia vita l’ha spenta. –
Preso da orrore il padre veloce cavalca,
il bimbo che geme, stringe fra le sue braccia,
raggiunge il palazzo con stento e con sforzo;
nelle sue braccia il bambino era morto.

LAMENTO DEL PASTORE

Lassù sopra quel monte
quante volte sosto,
e curvo sul mio bastone
guardo la valle di sotto.

Poi seguo la greggia al pascolo,
me la sorveglia il mio cagnòlo;
sono sceso a valle, ma come
io stesso non saprei dirlo.

Qui a valle c’è un prato intero
gremito di fiori stupendi;
io li colgo, senza sapere
a chi mai potrò donarli.

Sotto un albero aspetto
che passi pioggia, tormenta e uragano.
La porta là resta sprangata,
perché purtroppo è tutto un sogno.

È comparso un arcobaleno,
è vero, su quella casa!
Lei però se n’è andata
lontano, nella pianura.

Lontano nella pianura
e forse persino oltremare.
Avanti, pecore, avanti!
Che tristezza per il pastore…


LA SPOSA DI CORINTO

Un giovane venne da Atene a Corinto,
qui ancora non sapevano chi era.
Sperava nel favore di un cittadino;
i padri erano stati ospiti a vicenda,
avevano deciso da tempo
che figlia e figlio dovevano
essere nel futuro moglie e marito.
Ma sarà anche il benvenuto, se a caro
prezzo il favore non acquista?
Lui, con i suoi, è ancora pagano,
gli altri battezzati e seguaci di Cristo.
Se nuova fede sorge,
spesso fedeltà e amore
come erba grama si estirpano.
E già tutta la casa era nel silenzio,
padre, figlie, solo la madre veglia;
accoglie l’ospite con fare benevolo,
subito lo si porta nella stanza più bella.
Vino e cibo spiccano prima
che il desiderio esprima:
gli augura buona notte quella donna sollecita.

Ma di fronte a così ricca mensa
non gli viene la voglia di cibo;
cibo e bevanda dimentica per la stanchezza
e si getta sul giaciglio vestito;
mentre il sonno lo coglie,
ecco uno strano ospite
che per la porta aperta si fa vivo.
 
Ecco, vede al bagliore della lampada
una ragazza, in velo e abito bianco,
entrare, silente e pudica, nella stanza,
intorno alla fronte un nastro nero e dorato.
Come lei lo scorge,
solleva con stupore,
è tutta un fremito, una bianca mano.
 
Sono io, esclama, in casa tanto straniera
che dell’ospite non ho saputo niente?
Così in clausura sono prigioniera!
Ora mi assale violenta la vergogna.
Tu séguita tranquillo
a riposare sul giaciglio,
e io me n’andrò, svelta come sono venuta.

Rimani, bella fanciulla! esclama il ragazzo,
e dal suo letto rapido balza:
Qui ci sono i doni di Cerere, di Bacco,
e tu porti Amore, fanciulla cara!
Sei smorta di terrore!
Vieni, vediamo, amore,
quanto siano felici le divinità.
Rimani lontano, férmati, giovinetto!
Gioie più non mi sono riserbate.
È compiuto per me il passo estremo,
per l’insana follia della buona madre,
che, guarendo, per il futuro
giovinezza e natura
ha, con un giuramento, al cielo consacrate.
Il vario stuolo degli dèi d’un tempo
ha svuotato la casa silente d’un tratto.
Invisibile Uno solo sta nel cielo,
e un Redentore in croce è venerato;
vittime in questo luogo
non agnello né toro,
la vittima, inaudita, è l’essere umano.

Lui interroga e pesa ogni parola;
nemmeno una sfugge al suo animo
È possibile che l’amata sposa
mi stia dinanzi in questo luogo appartato?
Sii solo mia!
Giurando i nostro padri
per noi la grazia divina hanno impetrato.

Io non sarò mai tua, anima cara!
A mia sorella minore ti riserbano.
Mentre mi affliggo in silente clausura,
oh, nelle sue braccia, pensa
a colei che pensa a te soltanto,
che si tormenta amandoti;
presto si nasconderà nella terra.
 
No! Per questa fiamma che Imene ci mostra
in benevolo presagio, te lo posso giurare;
tu non sei perduta per me e per la gioia,
vieni con me in casa di mio padre.
Amata, resta qui!
Festeggia insieme con me
il nostro, inatteso, banchetto nuziale.

E già si donano i segni di fede a vicenda,
lei gli offre la collana d’oro,
e lui vuole darle una coppa argentea,
non esiste lavoro più prezioso.
Questa non fa per me,
io ti prego che
una tua ciocca mi sia data in dono.
Solo mentre l’ora cupa degli spettri scoccava,
un senso di sollievo la pervase.
Con bocca smorta, suggeva avida
il vino, scuro, colore del sangue.
Ma del pane di frumento,
che le offriva benevolo,
lei non prese la più piccola parte.
E il giovane bevve la coppa di vino
avido, in fretta, come lei che gliela porse.
Amore lui chiede nel tacito convito;
malato di passione il suo povero cuore.
Ma lei si nega
a ogni sua preghiera,
fino a che in pianto egli cadde sul giaciglio.

E lei viene e accanto a lui distesa:
Ah, come soffro vedendo il tuo strazio!
Ma sentirai, toccando le mie membra,
con un brivido, quello che ti ho celato.
La bella
che ti sei scelta
è bianca come neve ma fredda come il ghiaccio.
 
Con impeto l’afferra tra le braccia valide,
un amore giovanile lo pervade con la sua forza:
Spera di scaldarti con me, anche
se tu mi fossi inviata dalla tomba!
Scambio di aliti e baci.
Amore che dilaghi!
Non ardi e non senti il fuoco che mi divora?
 
L’amore in lacci sempre più stretti li annoda,
al piacere si mescola il pianto;
lei sugge avida le fiamme della sua bocca,
uno è conscio di sé solo nell’altro.
La smania del suo amore
al sangue di lei, rigido, ridona calore,
ma nel suo petto il cuore è senza battito.

Intanto la madre si insinua nel corridoio,
attiva in casa a quella tarda ora,
vicino alla porta resta a lungo in ascolto,
che cosa sia mai quello strano rumore.
Lamento e grido voluttuoso
di sposa e di sposo,
e il delirante balbettio d’amore.
Accanto alla porta rimane immobile,
perché lei prima deve persuadersi,
e sente i più solenni giuramenti d’amore,
con fastidio, frasi d’amore carezzevoli:
Il gallo si sveglia, zitto! –
Ma tu domani notte
sarai qui di nuovo? – e baci innumerevoli.

La madre non trattiene più la sua ira,
apre in fretta il noto chiavistello:
Simili sgualdrine ci sono in  casa mia,
così facili con lo straniero che le desidera?
Quando entra nella stanza,
alla luce della lampada
vede – Dio! – lei vede sua figlia.

E il giovane nel terrore di quell’attimo
vuole coprire l’amata con i veli
di fanciulla, con il drappo,
ma lei si libera subito da quell’intrico.
La sua figura
si alza, lunga
e lenta sul letto, con la forza dello spirito.

Madre, madre! Cupa è la sua voce,
Così la bella notte volete negarmi!
Mi cacciate dunque da questo tepore.
Mi sono destata solo per disperarmi?
Non vi è bastato
che, avvolta nel sudario,
mi portaste nella tomba nel fiore degli anni?
 
Ma dall’angustia delle lastre grevi
un giudizio che pronuncio io stessa, mi muove.
Inutili le nenie dei vostri preti,
Inutile la loro benedizione;
né il sale né l’acqua
raggela la giovinezza che palpita;
ah, la terra non raggela l’amore!

Questo giovane mi fu promesso quando
ancora il sereno tempio di Venere si ergeva.
Madre, il patto voi avete infranto
per il voto a una fede falsa e straniera.
Ma nessun dio, se la madre
giura di negare
la mano della figlia, ascolta la preghiera.

Sono cacciata via dal sepolcro,
in cerca del bene che rimpiango ancora,
per amare l’ormai perduto sposo
e suggere il sangue del suo cuore.
Dopo la sua fine,
mi volgo ad altre vite,
e la giovane stirpe soggiace al furore.

Bel giovane, più a lungo non vivrai;
tu ti estinguerai in questo luogo.
La mia collana io ti donai;
la tua ciocca via mi porto.
Osserva, esaminala,
sarai grigio domani
e soltanto laggiù sarai bruno di nuovo.
 
Ascolta, madre, la mia ultima preghiera:
appresta, per le esequie, il rogo,
apri l’arca angosciosa che mi serra,
porta gli amanti nelle fiamme al riposo!
Quando sfavilla e rovente
arde la cenere,
agli antichi déi corriamo incontro.

IL GIOVANOTTO E IL RUSCELLO DEL MULINO

Dove mai, limpido ruscelletto,
così gaio, intendi andare?
Tu con animo allegro, lieto,
scorri a valle.
Cosa cerchi in fretta nella vallata?
Ascolta dunque, e parla!

Giovanotto, ero un ruscelletto;
a forza

mi hanno preso, perché in fretta,
nella gora,
devo fluire verso il mulino a valle
e sono sempre rapido e ricco di acque.

Al mulino ti affretti ad andare
con animo sereno,
e non sai nel mio giovane sangue
quello che sento.
La bella mugnaia, amabile, ogni tanto,
verso te non volge lo sguardo?

Lei apre gli scuri allo spuntare
del primo raggio,
e viene qui a bagnare
il suo volto amato.
Il suo petto è così turgido e bianco;
per la fiamme della passione evaporo.

Se suscita fiamme d’amore
anche nelle acque,
chi ha carne e sangue come
potrà trovare pace?
Chi solo una volta l’ha vista,
ahimè, deve sempre seguirla.

Allora mi slancio sulle ruote
scrosciando,

e ogni pala si volge
vorticando.
Da quando sfaccenda la bella ragazza,
più grande è anche il vigore dell’acqua.

Povero te, non senti l’affanno,
come gli altri?
Si fa gioco di te e dice scherzando:
ora vattene!
Non trattiene anche te forse
con un soave sguardo d’amore?

Mi è così greve, greve, scorrere via
da questo luogo:
vado per i prati solo a fatica
lento e sinuoso;
e se fosse in mio potere,
rifarei la via del ritorno in breve.

Compagno delle mie pene amorose,
io parto, è l’ora;
tu sussurrerai un giorno forse
per la mia gioia.
Vai, dille subito e dille spesso
quello che vuole il ragazzo e spera in silenzio.

TROVATO  

Andavo per il bosco
così, per mio conto,
non cercare nulla
era il mio intento,

quando vidi nell’ombra
un piccolo fiore,
lucente come stella,
bello come gli occhi.
Volevo coglierlo,
e lui, con grazia,
disse: per appassire
devo essere colto?

Lo divelsi con tutte
le tenere radici;
lo portai nel giardino
della bella casetta.

Lo trapiantai di nuovo
in un posto tranquillo:
ora fa sempre foglie
e continua a fiorire.

L’APPRENDISTA STREGONE

Il vecchio maestro d’incantesimi
finalmente è andato via!
E ora devono i suoi spiriti
fare un poco a modo mio!
Le sue parole e l’opere
io ricordo e i riti,
e con la forza magica
anch’io so fare prodigi.

Corri! Corri!
         per un tratto bello e buono,
         ché allo scopo
         scorra l’acqua,
         e con ricchi, pieni fiotti
         si riversi nella vasca!

E ora, vecchia scopa, vieni,
mettiti questi stracci miseri!
È da tempo, ormai, che servi;
ora esegui i miei ordini!
Sta’ ritta su due gambe,
ci sia una testa, sopra,
fa’ in fretta e vattene
con questa brocca!

Walle! Walle
Manche Strecke …

Corri! Corri!
         per un tratto bello e buono,
         ché allo scopo
         scorra l’acqua,
         e con ricchi, pieni fiotti
         si riversi nella vasca!

Guardate, corre giù alla riva;
tocca il fiume ormai, non sembra
vero, e come un lampo arriva
qui di nuovo e versa in fretta.
Ecco, viene un’altra volta.
Come si colma la vasca!
Come ogni coppa
si riempie di acqua!

Férmati! Férmati!
         Poiché noi
         dei tuoi doni
         la misura abbiamo colma! –
         Ahimè, ora è chiara la faccenda.
         Ahi, ahi, ho scordato la parola!

La parola che la riduce,
alla fine, com’era una volta.
Ah, lei corre e porta veloce.
Oh, se tu fossi la vecchia scopa!
Rapida, sempre nuovi flutti
lei porta dentro con sé,
ah, e cento fiumi
si gettano su di me.

No, a lungo ancora
         non lo posso permettere;
         la voglio prendere.
         Che perfidia!
         Ah, cresce sempre più la mia angoscia!
         Che sguardi! Che grinta!

Oh tu, mostro dell’inferno,
vuoi affogare tutta la casa?
Oltre ogni soglia già vedo
l’acqua a fiumi che dilaga.
Scopa scellerata,
non mi dài ascolto!
Bastone, che sei stata,
férmati di nuovo!

Ma non verrà il momento
         che tu la voglia smettere?
         Io ti voglio prendere,
         tenerti stretta,
         e subito spaccare il vecchio legno
         con la tagliente accetta.

Ecco, sotto il peso torna di nuovo!
Non appena su di te mi scaglio,
sarai steso a terra, coboldo;
il taglio netto ti coglie di schianto!
Ecco, colpita a dovere!
Guarda, in due è spaccata!
Ora posso sperare
e tirare il fiato!

Oh, che guaio!
         I due pezzi
         in gran fretta, come servi,
         sono pronti a ogni cenno,
         all’impiedi ritti stanno!
         Oh, aiuto, forze del cielo!

E corrono! L’acqua irrompe
nella sala e su ogni gradino.
Che orrenda massa di onde!
Signore e maestro, ascolta il mio grido! –
Oh, il maestro arriva!
Signore, il pericolo è grande!
Gli spiriti chiamati per magia,
non riesco a liberarmene.

«In quell’angolo, presto
         scope, scope!
         Siate quello che foste!
         Siete spiriti, per questo
         vi evoca al suo scopo il vecchio
         maestro, e lui soltanto.»


IL PESCATORE 
 
L’acqua scrosciava, l’acqua si gonfiava,
e lì accanto c’era un pescatore,
guardava l’amo in tutta calma,
freddo sino al fondo del cuore.
E mentre siede e mentre ascolta,
si leva l’onda e si apre;
dall’acqua che si agita scroscia
una donna tutta stillante.
                                                                       
A lui un canto rivolse e le parole:
Perché attiri con l’arte
dell’umana malizia la mia prole,
su, nella vampa della morte?
Se sapessi come il piccolo pesce
sta sul fondo, beato,
scenderesti quaggiù, così come sei,
non saresti più malato.

Il caro sole, e la luna, non trova
nel mare il suo ristoro?
Sull’alito del flutto non torna
a noi più bello il loro volto?
Il cielo profondo non ti attrae,
l’umida azzurrità trasfigurata?
Il tuo volto stesso non ti attrae
qui nell’eterna rugiada?

L’acqua scrosciava, l’acqua si gonfiava,
bagnandogli il piede nudo;
e la nostalgia del suo cuore era tanta,
come quando la bella gli dava il saluto.
A lui le parole e il canto rivolse;
allora fu un uomo finito:
in parte lo trasse, in parte lui volle
cadere, e non fu mai più visto.

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