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HAMLET SUITE riversione-collage da Jules Laforgue

ottobre 8, 2012

– perdóno, perdóno! Tu mi perdoni,
padre mio, non è vero? In fondo, mi conosci…
Kate, aspettami qui un momento. E’ per la tomba
di mio padre che è stato assassinato, sai?,
pover’uomo! Poi ti racconto… Un attimo.
il tempo di cogliere un fiore… chissà…
servirà da segnalibro quando rileggeremo il mio dramma
e saremo costretti a interromperlo per baciarci
Stabilità!, il tuo nome è donna!…
Metodo, metodo, che vuoi da me?
Lo sai che ho morso il frutto dell’incoscienza;
che sono io colui che annuncia la nuova legge
al figlio della donna,
colui che detronizza l’imperativa categorico
per instaurare in sua vece l’imperativo climaterico…
Io che ho esordito con il dovere
di rammentarmi l’orrido
Orrido orrido orrido evento
Per esaltare in me la pietà filiale
Per far gridare l’ultimo
L’ultimo grido al sangue
di mio padre mio padre mio padre…
Io che ho voluto riscaldarmi il piatto
Riscaldare il mio piatto della vendetta
Ecco che invece ho preso
Ho preso gusto all’opera
Mi scordai di mio padre
Mio padre mio padre
assassinato il bravuomo
assassinato
Mi scordai di mia madre
Prostituita
(M’ha distrutto la donna questa visione)
Il mio trono ho scordato
il mio trono il mio trono
Me n’andavo a braccetto d’un bell’argomento
Il mio trono il mio trono
Che mostro Istrione, sì…
Felicità Felicità maniaca,
che ne faremo io della mia anima,
Lei della gioventù sua cagionevole?
Lei ch’è tutto il mio cuore e la mia vita
Che ne sarà a quest’ora – forse piange…
Oh, se è fuori con questo tempaccio
– troppo umana – da che storie rincasa?
E se è dentro
e non dorme per questo ventaccio,
Si figura felice a tutti i costi?
Si dice:
Tutto, fuor che il mio cuore
resti così incompreso?
Oh riguardati, te ne scongiuro,
poveraccio d’un cuore alle strette
oh languori fra i pianti Tu miseria
Questa miseria di volere essere
la nostra donna
Strapaese Famiglia
Case a notte ch’è nero
Vento freddo
In convento in convento…
Un convento del borgo natale
di tra il liceo e la prefettura
E dirimpetto la cattedrale
con quelle anonime vesti bigie
in preghiera e cucito
E bastare…
E sprezza senza invidia tutto quanto
non sia che questa vita di vestale
… Provinciale
Va via, ghiaccia per sempre gli occhi a terra
ch’io non veda dal vivo la tua scenetta fatale.
No non può e non può stare,
Non sei come le altre
avvinghiate alle tende alla finestra
sul tramonto che sguazza nel sangue.
Oh non ne hai l’età…
Dimmi che tu non avrai mai l’età!
Me lo prometti, è vero,
che te ne starai buona come un angelo!
(Sì perché tu non avrai mai l’età)
Passa ghiaccia per sempre gli occhi a terra,
sempre irriconciliati i tuoi begli occhi…
Oh, come Lei è laggiù
Come la notte è nera
Ahi che la vita è una stordente fiera
E’ creatura E’ routine
Che noi morremo.
Non sono che una disgraziata, ma ho l’animo elevato, io!
Sa Dio quante sublimi eroine ho logorato
in palcoscenico!
Ma quando ho letto la mia parte
scritta da te, in quella specie di commedia
E’ proprio così il nostro misero destino:
pietoso e impietoso!
Come devi essere unico e incompreso tu,
e non matto come dice la gente
– E questo non è niente! Ti leggerò tutto! Andremo
a vivere a Parigi
– e che bizzarri nomi di battaglia –
Io ti amo, ti amo, ti amo! Vestiti!
Tu sei un angelo in scena, un mostro sacro.
Faremo colpo! Vestiti! Me ne fotto del mio trono!
I morti son morti! Vedremo il mondo, Parigi!
Vita mia, a noi due!
Povero pallido individuccio
che non crede che al suo io che a tempo perso
Vidi svanire la mia fidanzata
portata via dal corso delle cose
Così lo spino vede disfogliarsi
col pretesto ch’è sera
le sue più belle rose
Oh notte anniversaria questa Tutte
le valchirie del vento son tornate
a mugghiare agli spifferi dell’uscio
Vae soli! Ma che importa
E’ stordirsene prima che si deve
La mia follia piccolina
è morta.
Eh, sì, dopo aver pianto sulla storia,
io voglio vivere un tantino felice…
Domando troppo, è vero?, a quanto pare…
Febo, davanti a te hai parecchi giorni,
ma cresce questa tua vecchia clientela
dall’a che pro?!…
Elena, vago per la mia stanza
e mentre tu stai prendendo il tè
in fondo all’oro d’un bel settembre,
rabbrividisco per la tua salute!…
Ah, la luna! La luna m’ossessiona.
Ahimè, non me la sento di sposarmi:
sono troppo spregevole per questo,
voi non siete abbastanza intrattabili.
Sempre così a estasiarvi…
E vivacchio! Vivacchio! Sono troppo
numeroso per dire sì e no…
Mi sento troppo pazzo. Da sposato
Maciullerei la bocca alla mia bella
e, caduto in ginocchio, le direi
queste parole losche: e troppo! E’ troppo!,
il mio cuore è troppo centrale,
e tu non sei che carne umana,
non puoi non puoi trovarmi tanto ingiusto
se ti faccio del male… In verità,
più ci si estasia insieme
e meno s’è d’accordo.
In verità, la vita è troppo breve.
Non sono che una disgraziata, ma ho l’animo elevato, io!
Dio solo sa quante sublimi eroine ho logorato
in palcoscenico!
… Ma quante devi averne fatte soffrire anche tu!
Se tu sapessi che gran cuore ho io!
Non ne posso più di quest’esistenza cinica e vuota!
Domani pianto tutto! Me ne torno a Calais
e mi faccio monaca
per dedicarmi ai poveri feriti
della guerra dei cent’anni!
Frasi chincaglierie
ricordi in grumi ahimè
come s’è dimagrita
che ne sarà di me
Oh, perdóno, perdóno, non l’ho fatto apposta!
Ordinami qualsiasi espiazione! Ma sono così buono,
ho un cuore d’oro, io
e non ce n’è più come il mio.
Tu mi capisci, non è vero?
Non chiedo nulla a nessuno, io. Sono senza un amico.
Non ho un amico che sappia raccontare la mia storia,
un amico che mi preceda dappertutto
per evitarmi quelle spiegazioni che m’ammazzano.
Non ho una che sappia gustarmi.
Ah, sì un’infermiera!
Un’infermiera per amor dell’arte,
che conceda i suoi baci solamente ai moribondi,
a gente in estremis,
e che perciò non possa vantarsene. Macché!
Una volta a casa, uomini e donne a coppie
ammireranno i miei scrupoli sull’esistenza,
ma non li imiteranno nemmeno per sogno,
e non se ne vergogneranno affatto a quattr’occhi,
da uomo amato a donna amata, in famiglia!
Più tardi mi s’accuserà d’aver fatto scuola.
Come sono solo!
E quest’epoca non c’entra nemmeno un po’.
Voglio tornarmene fra la brava gente di campagna
Voglio sposare una povera ragazza.
Voglio sposarmi, sì!
Tra tutte le mie idee questa senz’altro
sarà stata la più amletica.
Non posso vedere le lacrime delle ragazze! Sì,
perché far piangere una ragazza
è più irreparabile che sposarla!
Perché le lacrime son tutta infanzia.
Perché le lacrime versate manifestano
semplicemente una pena così profonda,
che tutti gli anni d’incallimento sociale
e ragionevolezza scoppiano e affogano
in quella fonte riaperta dell’infanzia
della creatura primitiva, incapace di male.
Si fa tardi. A domani i baci e le teorie…

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From → spettacoli, Stralci

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