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il Re

dicembre 23, 2012

IL RE

di Giorgio Prosperi, regia di Giorgio Serafini Prosperi
con Laura Riccioli, Emanuele Maria Basso, Massimiliano Vado, Gianluca D’Ercole, Carlo Di Maio, Sasa Vulicevic, Alessandro Marmorini, e la partecipazione amichevole di Mario Prosperi
musiche dal vivo eseguite e composte da Luigi Salerno e Andrea di Pierro,
scene e costumi Helga Williams, disegno luci Valerio Di Filippo,
foto di Aroti Meloni, produzione Politecnico Teatro.
Teatro India di Roma dal 4 al 12 ottobre 2011

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link: http://www.teatrodiroma.net/adon.pl?act=doc&doc=1438

il testo

PRIMO QUADRO
Scena vuota, in penombra. Colpi di cannone piuttosto vicini. Il cappellano e Lazzaro stanno
pregando. Durante tutta la scena, che verrà allestita a vista,  i colpi di cannone si susseguono, come in una
partitura musicale in crescendo. 
CAPPELLANO- Et ne nos inducas in tentationem…
LAZZARO- Sed libera nos a malo…
Le cannonate sono sempre più vicine.
CAPPELLANO- Amen. Venne da Amasia, re di Giuda un uomo di Dio e gli disse, se tu pensi di
vincere le guerre con un esercito valoroso, Dio farà sì che tu sia vinto dal nemico; poiché sta a Dio
porgere aiuto o mettere in fuga. E il re David disse: tu vieni a me con la spada, con la lancia e con lo
scudo, io invece vengo a te nel nome del Signore, Dio degli eserciti. E quanti sono riuniti
conoscono che il signore non salva con la spada né con la lancia, mentre sua è la guerra. E disse il
saggio re Salomone: per il giorno della battaglia si prepara il cavallo, ma è il signore che dà la
salvezza…
I due vengono interrotti da alcuni soldati  che trasportano dei feriti in dei panni candidi. 
LAZZARO-Venite dal fronte? Com’è la situazione?
Nessuna risposta del soldato. Il cappellano si avvicina ad uno dei feriti. Lo benedice.
Un altro dei soldati  si ferma vicino a Lazzaro.
SOLDATO- E’ il Generale Perrone, ci hanno detto di portarlo qui.
LAZZARO- Di là.
I soldati escono a sinistra.
CAPPELLANO- Marzo è un mese crudele.
Il cappellano esce a destra. Da sinistra rientrano alcuni servitori.
GIOVANE SERVITORE- (Impaurito) Credete che bombarderanno anche qui? (Il servitore ha uno
spazzolone in mano)
LAZZARO- Hanno abbastanza da fare dove stanno. (Prendendo lo spazzolone) Dai a me, faccio io.
Sono più abituato.
Il giovane servitore esce a destra. Da sinistra entra un altro cameriere.
CAMERIERE- Ecco cosa fa la guerra. Non ho trovato un pollo in tutta Novara. I negozi tutti
chiusi…
Colpo di cannone vicinissimo.
LAZZARO- Colpi lunghi, colpi sprecati. A Milano per cinque giorni e per cinque notti spararono
sulla città. Ma noi tenevamo duro. Fu giusto un anno fa, come oggi, ventitre marzo.
Il cameriere esce a destra. Da sinistra entra un militare.
SOLDATO- Sono qui. Stanno tirando al massimo da Porta Mortara. La superiorità del nemico è
schiacciante. Radetzski ha già ordinato l’attacco generale. Tra poco si combatterà per le strade.
LAZZARO- Per le strade si combatte meglio. Ci apposteremo sui tetti dei palazzi, come noialtri a
Milano…
SOLDATO-E’ la seconda guerra che ci fate fare per la vostra Milano. I nostri morti sono sepolti in
Lombardia.
LAZZARO- Quando si ha la fortuna di vivere in un paese libero non si ha idea di cosa sia dall’altra
parte…
Il dialogo è interrotto dall’ingresso della contessa di Ravenal, seguita da un servitore. Il soldato
saluta ed esce da destra.
LAZZARO- Spero che la signora contessa abbia fatto un buon viaggio.
RAVENAL- Fate mettere a posto i miei bagagli. La mia camera è pronta?
LAZZARO- Mi dispiace, signora. La camera è occupata dal generale Perrone. E’ ferito.
RAVENAL-Come sta?
LAZZARO- E’ molto grave.
RAVENAL- Sua Maestà ne è informato?
LAZZARO- Non lo so, signora, qui è tutto un caos…
RAVENAL- Che sta succedendo, Lazzaro? Che succede in città?  Per poco non hanno rovesciato la
mia carrozza…
LAZZARO- La folla?
RAVENAL- No, gruppi di soldati. Gridano, picchiano sui portoni delle botteghe. Sembrano
scatenati, gli ufficiali sono incapaci di rimettere ordine. Urlano che la guerra è finita…
LAZZARO- Non è possibile!
RAVENAL- Radunate la servitù per le mie comunicazioni.
LAZZARO- La signora contessa non ha bisogno di riposarsi?
RAVENAL- Non ne ho il tempo. Sua maestà deve trovare qui un ordine perfetto.
I colpi di cannone sono cessati.
LAZZARO- Ascoltate… Non sparano più…
RAVENAL-Cosa significa?
LAZZARO- Non lo so, signora.
Lazzaro esce. La Ravenal resta da sola in scena. Una musica triste. Forse un valzer.
Dopo qualche battuta musicale entra il Re, annunciato dall’aiutante di campo.
AIUTANTE DI CAMPO- Sua Maestà il re!
CARLO ALBERTO- Dolente, signora, di non potervi offrire che le briciole del banchetto. Tutto o
quasi è stato consumato.
RAVENAL- Per tre giorni ho cercato di raggiungere il quartiere di Vostra Maestà. Posti di blocco
dappertutto. La guerra mi sbarrava la strada ovunque cercassi un passaggio. Ho dovuto girare a
nord, dalla strada di Galliate.
CARLO ALBERTO- Da quella parte il paesaggio è straordinario: non trovate?
RAVENAL- Maestà, la volpe che ha i cani alle calcagna non si ferma ad ammirare il paesaggio.
Entra il cappellano.
CARLO ALBERTO- (Alla Ravenal) Vogliate scusarmi, signora. (Si dirige verso il cappellano)
CAPPELLANO- Che notizie, Maestà?
CARLO ALBERTO- (Eludendo la domanda) Come sta il generale Perrone?
CAPPELLANO- I medici nutrono poche speranze.
CARLO ALBERTO- Andiamo, voglio vederlo.
CAPPELLANO- Risparmiatevi questa pena, non vi riconoscerebbe.
CARLO ALBERTO- Credete che siano in molti a riconoscermi?
Il re esce seguito dal cappellano. La Ravenal e l’aiutante di campo restano soli.
RAVENAL- Il generale Perrone, come è stato?
AIUTANTE DI CAMPO- Una palla alla testa, signora. Non ha accettato l’ordine di ripiegamento.
E’ restato a tenere la posizione con un manipolo di fucilieri. Non  ha cessato di incitare i suoi a fare
fuoco nemmeno mentre lo portavano via. Appena il re l’ha saputo è voluto accorrere qui.
RAVENAL- Il generale Perrone, nonostante ventisette anni di esilio, una condanna a morte che in
Piemonte ancora gravava sulla sua testa, non ha esitato ad offrire la sua spada al re, quando questi
dichiarò la guerra all’Austria.
AIUTANTE DI CAMPO- L’esercito paga col suo sangue, signora, checché ne dicano certi avvocati
di Torino. Non siamo democratici, dicono. Certo, siamo qualcosa di più. Siamo piemontesi e siamo
soldati. Sappiamo pagare, noi, anche gli impegni che non hanno la nostra firma.
RAVENAL- Dunque è tutto finito?
AIUTANTE DI CAMPO- Credo che sua Maestà non si faccia illusioni.
RAVENAL- E’ il suo sforzo di sostenersi che mi spaventa. E’ malato.
AIUTANTE DI CAMPO- Malato un uomo che da tre giorni non scende da cavallo? Ma no, signora,
questo lasciatelo dire ai medici. Vuole andarsene, non è un mistero per nessuno. Stasera, s’è
fermato davanti al bastione della città che l’artiglieria nemica batteva di più. Io l’ho pregato di
scostarsi. “Generale, – m’ha detto, –   lasciatemi morire…” Vuole andarsene. Anche questo
dovremo spiegare ai nostri figli, quando ci chiederanno perché.
RAVENAL- Mio figlio è nell’esercito. Ha diciassette anni. Brigata Savoia.
AIUTANTE DI CAMPO- C’è anche il mio Signora, il più piccolo.  Sarà difficile convincerli che
sono andati al fuoco per niente…
Entra il duca di Savoia, Vittorio Emanuele, direttamente dal campo di battaglia. Vede la Ravenal.
Le fa un gelido baciamano. Entra il re. Un imbarazzato silenzio. La Ravenal si ritira senza
proferire parola.
CARLO ALBERTO- (All’aiutante di campo) Dispacci da Torino?
AIUTANTE DI CAMPO- Nessuno, Maestà.
CARLO ALBERTO- Ci hanno dimenticato… avvertite i signori generali che tra poco ci riuniremo
in consiglio.
L’aiutante di campo esce.
DUCA DI SAVOIA- Chi mai ci toglierà di dosso questa vergogna? I soldati piangono di rabbia.
Abbassare i fucili, frenare gli squadroni lanciati alla carica! Perché? Qualcuno è abbastanza
temerario da dirmi perché?
CARLO ALBERTO- (Gelido) Avete dimenticato di mettervi in ordine, prima di presentarvi al
vostro re, che nel caso presente è anche vostro padre.
DUCA DI SAVOIA- (Rettificando la posizione) Maestà, un principe è anche un uomo, e il sangue
di un uomo si ribella…
CARLO ALBERTO- A che cosa? Al suo re? A Dio? Vi sono forse altre gerarchie al di sopra di un
principe?
DUCA DI SAVOIA- Ho la responsabilità di un comando…
CARLO ALBERTO- Se le spalline di generale sono troppo gravi per le vostre giovani spalle…
DUCA DI SAVOIA- Credevo di essermi acquistato qualche merito… Vostra Maestà m’ha visto
combattere. Non mi sono risparmiato…
CARLO ALBERTO- (Gridando) Avete fatto il vostro dovere! Niente più del vostro dovere! Siete il
principe reale! Volete mettervi all’altezza di un mercante che presenta i suoi conti?
DUCA DI SAVOIA- (Mordendosi le labbra per frenarsi) Chiedevo soltanto di continuare a
combattere…
CARLO ALBERTO- Imparate piuttosto ad obbedire, se un giorno vorrete pretendere altrettanto.
Riceverete ordini come gli altri. Se avete un punto di vista lo farete valere in consiglio.
DUCA DI SAVOIA- Prego vostra Maestà di dispensarmi. I miei soldati mi aspettano.
CARLO ALBERTO- Restate qui! E’ un ordine!
Entra Lazzaro. Con lui entrano il generale di Stato Maggiore, il rappresentante del  governo e
l’aiutante di campo. Lazzaro allestisce il tavolo per la riunione. Quindi i generali si siedono. In
silenzio.
CARLO ALBERTO- Avrei preferito ricevervi in circostanze più propizie. Purtroppo, dopo un
inizio promettente, la sorte ci è stata contraria. Non intendo fare recriminazioni. Comandanti e
gregari si sono battuti con valore, contrastando il passo a un nemico agguerrito e piegandosi solo al
persistere della sfortuna. Siamo ora costretti a ridosso della città e dentro le mura. L’esercito è
stremato. D’accordo con il signor generale maggiore, abbiamo pertanto spedito nostri rappresentanti
in campo nemico, per chiedere le condizioni di un armistizio. (Un lungo silenzio) Nel frattempo,
con l’ausilio del vostro discernimento, intendo esaminare le prospettive che ci si offrono in caso di
una forzata ripresa delle ostilità.
Silenzio.
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- Maestà, quattro giorni di campagna per spossare un
esercito sembrano davvero troppo pochi. Sarà difficile convincere il governo e l’opinione pubblica
della irreparabilità della situazione.
CAPO DI STATO MAGGIORE- Come se il governo e l’opinione pubblica non fossero
corresponsabili del disastro. Chi ha voluto la guerra? Non io! Non l’esercito! Il governo sconterà gli
effetti di una decisione dissennata.
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- Ma la guerra l’abbiamo condotta noi! Abbiamo avuto il
vantaggio dell’iniziativa e quello di batterci sul nostro territorio. E’ vano cercare i responsabili al di
fuori di noi. A meno di non voler mettere sotto accusa l’intero esercito…
CARLO ALBERTO- Il signor rappresentante del governo ritiene che sia indispensabile
un’inchiesta?
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- Sì, Maestà. Se la guerra continuasse, dobbiamo stabilire
delle precise responsabilità.
CAPO DI STATO MAGGIORE- Specificate le vostre accuse!
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- Ci siamo mossi al buio, a tentoni. Mentre noi marciavamo
oltre confine, gli austriaci entravano indisturbati in casa nostra.
CAPO DI STATO MAGGIORE- Il generale Ramorino doveva contendergli il passo.
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- Non ha fatto niente.
CAPO DI STATO MAGGIORE- Ce lo avete imposto sotto la minaccia di una ribellione dei
volontari, il democratico Ramorino, il carbonaro Ramorino…
AIUTANTE IN CAMPO- Signori!
Gelo tra il capo di Stato Maggiore e il rappresentante del governo.
CARLO ALBERTO- Il generale Ramorino è agli arresti. Risponderà del suo operato a una corte
marziale.
La tensione si stempera per un attimo, poi la diatriba riprende.
CAPO DI STATO MAGGIORE- Chi più di questo governo, e del degno Parlamento che lo
sostiene, ha fatto di tutto per disgregare l’unità dell’esercito, spargendo il discredito sui
comandanti?
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- E cosa ha fatto l’esercito, per mantenere la disciplina? Vi
lamentate che le truppe affamate, qui a Novara,  abbiano saccheggiato i negozi. Chi le ha ridotte alla
fame?
CAPO DI STATO MAGGIORE- Ci avete privato di ogni autorità…
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- Avreste aperto il fuoco sui vostri stessi soldati?
DUCA DI SAVOIA- I miei uomini sparavano in ginocchio per non vacillare. Mancavano di viveri
da due giorni.
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- La terza divisione è stata al fuoco per ore e ore di seguito.
Decimata, privata del comandante, scompaginata. E’ doloroso ma comprensibile, che i suoi resti,
una volta dentro Novara, abbiano tentato di sfamarsi con ogni mezzo. Radetzski ha fatto fucilare a
decine i patrioti lombardi che tentavano di aiutarci.
CAPO DI STATO MAGGIORE- Guardate che ho raccolto io stesso nelle strade di Novara.
(Leggendo) “Soldati, per chi credete di combattere? Il re è stato tradito: la repubblica è stata
proclamata in Torino”.
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- Cosa volete insinuare?
Il re prende il foglio e lo legge.
CARLO ALBERTO- (Stralunato) Entrammo in Lombardia perché ci dissero che le popolazioni
sarebbero venute in nostro soccorso.
CAPO DI STATO MAGGIORE- S’è visto, infatti. Avessero aperto bocca per dirci buongiorno…
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- I miracoli accadono una sola volta, signori. Per cinque
giorni l’anno scorso, i milanesi combatterono per le strade contro gli austriaci. Giusto come oggi, 23
marzo. Cosa facemmo noi? Aspettammo con le armi al piede, al di qua del nostro confine, incerti,
diffidenti, invece di lanciare i nostri squadroni a briglia sciolta sulle vie di Milano. Non eravamo
pronti, lo so…
CARLO ALBERTO-E’ la verità! Appena fu possibile ci prodigammo per loro. Ci hanno ripagato
con accuse infamanti.
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- La sventura, Maestà, rende gli uomini ingiusti. Quelle
accuse, quando fummo costretti ad abbandonare la Lombardia, erano le grida di un amore ferito a
morte. Erano il terrore di ciò che avrebbero fatto i tedeschi al loro ritorno. Avevano paura, Maestà,
paura perfino di sognare.
CARLO ALBERTO- (Ferito dal ricordo) Signori… stiamo rubando il tempo ai posteri con questo
processo al passato.
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- E’ necessario un censimento delle nostre forze, e, più
ancora, delle nostre volontà. (Pausa) Questa non è una guerra come le altre.
CAPO DI STATO MAGGIORE- Vedo che ve ne siete accorto.
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- Dovrete abituarvi a guerre così. Qui non è in gioco
soltanto il destino del Piemonte, ma quello dell’Italia.
CARLO ALBERTO- E’ ciò che abbiamo sempre voluto dall’inizio del nostro regno.
CAPO DI STATO MAGGIORE- Ma il Piemonte è solo, Maestà. Gli altri Stati italiani hanno
disertato.
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- Non è vero! Si combatte a Venezia.
CAPO DI STATO MAGGIORE- Per la repubblica!
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- E forse domani si combatterà a Roma!
CAPO DI STATO MAGGIORE- Per la repubblica!
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- E non sono tutti italiani quelli che si battono?
Entra Lazzaro trasportando il corpo di un ferito. Silenzio. Esce verso sinistra.
CAPO DI STATO MAGGIORE- Qualcuno dovrà pur rispondere di questo sangue.
DUCA DI SAVOIA- Signori, io non sono che un soldato…
CAPO DI STATO MAGGIORE- Vostra Altezza si diminuisce ingiustamente.
DUCA DI SAVOIA- I complimenti serbateli per le signore. Oggi, non l’anno scorso, ma oggi alle
tre del pomeriggio, poche ore fa, noi stavamo vincendo. Quando il generale maggiore ha chiamato
al contrattacco la divisione di mio fratello Genova e qualche reparto della mia, gli austriaci non ce
l’hanno fatta più. Li ho visti io i famosi battaglioni dell’Arciduca Alberto sbandarsi sotto le cariche
dei nostri e ripiegare sullo stradale di Vigevano. Scappavano, diciamo pure la parola, mostravano il
culo, andavano a impantanarsi nelle risaie…
CAPO DI STATO MAGGIORE- Col vostro permesso, Altezza…
DUCA DI SAVOIA- Lasciatemi finire. Io ero davanti alla Bicocca con la mia divisione, ho veduto
tutto. Ci passarono davanti gli squadroni di Genova, al galoppo, lanciati all’inseguimento. Poi, di
corsa, i battaglioni della Piemonte alla baionetta. Sapete quando c’è aria di vittoria? I miei uomini
non si tenevano più. Battevano i piedi, si agitavano, gridavano, gridavano e la loro voce andava a
ingrossare quel turbine che travolgeva tutto. Era la vittoria, signori…
CAPO DI STATO MAGGIORE- Il panico di un momento… la disciplina dell’esercito austriaco…
DUCA DI SAVOIA- Si sfascia, quando le cose vanno male, perdono la testa come gli altri! Gli
ufficiali con le pistole in pugno erano impotenti a frenare il torrente dei fuggiaschi. I nostri li
sciabolavano alle reni. Li avete fermati! Li avete fermati, Perdio! Ditemi perché!
CAPO DI STATO MAGGIORE- Si erano spinti troppo avanti. Non potevamo esporli
all’eventualità di un disastro.
DUCA DI SAVOIA- C’era la mia divisione di rincalzo! Potevamo dargli il colpo decisivo!
CAPO DI STATO MAGGIORE- Proprio perché tenevo all’integrità della vostra divisione…
DUCA DI SAVOIA- (Furente)  Chi vi ha chiesto di risparmiarci!
Da sinistra rientra Lazzaro.
CAPPELLANO- Chiedo scusa a Vostra Maestà… Il generale Perrone si è molto aggravato.
Il re si alza e si dispone a seguire Lazzaro.
CARLO ALBERTO- Prego lor signori di continuare.
Il re e Lazzaro escono. La situazione si scioglie.  
AIUTANTE DI CAMPO- (Al duca di Savoia) Altezza, il paese è allo sfacelo. Una conduzione
irresponsabile può condurci al disastro. Occorre ad ogni costo arrivare alla pace con l’Austria.
Vostra Altezza ha sposato una principessa austriaca.
DUCA DI SAVOIA- Lo è anche mia madre. La moglie prende il cognome e la nazionalità del
marito. Dovreste saperlo.
AIUTANTE DI CAMPO- Amo il mio paese, Altezza. E’ mio dovere fare di tutto per salvarlo. So
che siete generoso. Oggi volevate sacrificare la vostra vita…
DUCA DI SAVOIA- No, generale, c’è un equivoco. Oggi io volevo una cosa sola, per strana che
possa sembrare a tutti voi: volevo vincere!
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- Questo lo volevamo tutti!
CAPO DI STATO MAGGIORE- Vostra Altezza gode di un grande prestigio nell’esercito. Qualora
Vostra Altezza ne assumesse il comando…
DUCA DI SAVOIA- (Gridando) Per chi mi avete preso?
Frattanto, è rientrato il re. Imbarazzo generale.  
CAPO DI STATO MAGGIORE- Come sta il generale Perrone?
CARLO ALBERTO- Un chirurgo lo sta operando. Lotta come un soldato.
Pausa. Il re resta in piedi, in disparte.
CARLO ALBERTO- Ebbene, signori? Vedo che siete lontani da un accordo.
CAPO DI STATO MAGGIORE- Vostra Maestà si degni di dare degli ordini!
CARLO ALBERTO- Senza il consenso del governo? Dimenticate che ogni mio atto è sottoposto a
una censura malevola e prevenuta.
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- Vi rammento che è la legge a impormi questo ruolo.
AIUTANTE DI CAMPO- Maestà, con o senza governo, io sono con voi! Ognuno si pronunzi con
lealtà!
CARLO ALBERTO- (Freddamente) Sono il vostro re, signor marchese. Almeno voi, suddito
fedele, dovreste risparmiarvi di dare ordini in mia presenza. Signori, la conferenza è sospesa. Mi
comunicherete le vostre decisioni ed io vi farò conoscere le mie. Vi ringrazio.
Tutti escono. Il re resta solo in scena. Musica. Entra la contessa di Ravenal.
RAVENAL-Vostra Maestà non desidera desinare?
CARLO ALBERTO- No, non ora, grazie…
RAVENAL- C’è aria viziata in questa stanza. Volete che apra le finestre?
CARLO ALBERTO- No. Vi ringrazio.
RAVENAL- (Avvicinandosi al re) Non fa nemmeno freddo… la primavera è dolce quest’anno. (Il
re non reagisce) I feriti li ho fatti portare dall’altra parte, nella cappella… Vi ho fatto preparare del
brodo caldo… So che da stamani avete preso solo un po’ di pane e un po’ di caffè…(Una pausa)
Siete molto stanco, Maestà?
CARLO ALBERTO- No, sono solo. Succede sempre a chi perde.
Il cappellano è entrato nella stanza.  
CAPPELLANO- Mi avete fatto chiamare, Maestà?
CARLO ALBERTO- Si, Padre.
RAVENAL- Vogliate scusarmi…
CAPPELLANO- Madame…
La Ravenal esce. Il re e il cappellano restano in silenzio per un tempo.
CAPPELLANO- Mi auguro che Vostra Maestà abbia misurato la gravità del passo che sta per
compiere.
CARLO ALBERTO- Un gentiluomo, quando si accorge di non essere gradito, deve forse insistere?
CAPPELLANO- Posso parlarvi a cuore aperto, Maestà? Ho raccolto le vostre confessioni. Voi siete
il re. E un re ha dei doveri verso Dio.
CARLO ALBERTO- Dio… Dio, Dio… Non ho fatto che servirlo tutto il mio regno… per Lui ho
sopportato calunnie, ingiurie, insinuazioni… mi sono fatto strumento della Sua legge fino a
chiudere l’animo ad ogni appello della pietà… Gli ho sacrificato gli affetti più intimi e voi lo sapete
bene… Gli ho offerto me stesso, la vita dei miei figli… Gli ho chiesto ripetutamente la grazia di
accogliermi nel suo seno, perché il mio sangue valesse a placare la discordia… Non m’ha ascoltato!
Ha voluto lasciarmi qui, esposto al giudizio degli uomini che non mi risparmiano umiliazioni…
Persino mio figlio, non l’intendo più. Arrogante come un caporale, spavaldo, insubordinato… Una
volta i re erano rappresentati con la mano destra che reggeva il mondo, e su quel mondo era una
croce. Ora questa mano è vuota come la mano di un mendicante. Perché Dio ha consentito questo?
Perché mi ha abbandonato?
CAPPELLANO- Maestà, se non vi conoscessi, direi che la sferza dell’angoscia vi conduce a
sfiorare la bestemmia.
CARLO ALBERTO- Perdonatemi, Padre. Mi giudicano arido. Non c’è uomo che più di me abbia
bisogno d’amore… Credete che coloro che m’offendono si sarebbero offerti, come Nostro Signore
Gesù Cristo, in olocausto per tutti?
CAPPELLANO- Non vi è mai venuto il dubbio, Maestà, che lo spirito di sacrificio, così concepito,
non sia che un modo, uno dei tanti, con cui si manifesta la tentazione dell’orgoglio? Siete ben sicuro
che il vostro desiderio di soccombere non nascondesse l’oscuro proposito di fuggire le vostre
responsabilità… In modo tale da garantirvi il compianto persino dei vostri avversari?
CARLO ALBERTO- Anche voi!
CAPPELLANO- Voi siete un uomo, anche se Dio, per mettervi alla prova, vi ha posto sulla testa la
corona regale. Un uomo solo, amareggiato; amici e nemici vi ripudiano per opposte ragioni. E non è
la prima volta. Ricordate il marzo del ’21? E’ da lì che data il vostro male.
CARLO ALBERTO- Il mondo va avanti.
CAPPELLANO- Questa è l’illusione del secolo. Vedete come la vostra memoria è viva?
Cosa sono trent’anni? Ieri. Un istante fa. Il mondo va avanti? No, se noi non andiamo avanti. Anche
trent’anni fa, come oggi, voi eravate convinto che il mondo andasse avanti. Suscitaste illusioni,
coltivaste amicizie compromettenti… I cospiratori liberali ritennero d’avere con sé il principe
reale… Proclamarono apertamente la loro rivolta in nome vostro!
CARLO ALBERTO- Mi sono ampiamente discolpato.
CAPPELLANO- E che importa? Continuano ad accusarvi di spergiuro, di tradimento. Esattamente
come oggi. Li avete perdonati, avete accettato le loro richieste, avete concesso una costituzione, e a
che cosa è servito? Ad essere solo come ieri… La loro gratitudine, da trent’anni a questa parte, non
ha progredito di un passo. Il mondo va avanti, voi dite…
CARLO ALBERTO- Iddio sa che non potevo agire altrimenti.
CAPPELLANO- (Con calma autorità) E’ proprio questo il punto.
Una pausa.
CAPPELLANO- Ascoltatemi, Maestà. Voglio aprire il mio cuore più di quanto, forse, consentano
gli abiti che indosso. Sono italiano anch’io. Non posso assistere inerte alla rovina del mio paese. La
natura del mio incarico mi consente di avere qualche influenza alla corte di Sua Santità. La sua alta
mediazione può essere preziosa per ottenere dall’imperatore Francesco Giuseppe condizioni
accettabili… Può essere la vera pace, Maestà. Una pace lunga e felice per medicare le ferite dei
vostri popoli… Disponete pure di me, se lo ritenete opportuno.
CARLO ALBERTO- Ammesso che tutto questo sia possibile… Voi vi rendete conto a che
prezzo…
CAPPELLANO- Essere di nuovo il re.
CARLO ALBERTO- Abolire lo Statuto…
CAPPELLANO- Un arto canceroso si amputa, se non si vuole morire.
CARLO ALBERTO- Violare il giuramento…
CAPPELLANO- Avevate giurato di conservare intatte le leggi del regno…
CARLO ALBERTO- Anche voi, dunque, mi accusate di spergiuro?
CAPPELLANO- Non è così che va il mondo? Proprio voi avete parlato di decisioni obbligate… Io
vi parlo di scegliere, per il bene del vostro paese. Vi sto offrendo una via d’uscita.
CARLO ALBERTO- Ho firmato un patto col mio popolo…
CAPPELLANO- “Nessuno può servire due padroni: perché, o amerà l’uno e disprezzerà l’altro;
oppure preferirà il primo e disprezzerà il secondo”. E’ il Vangelo di Matteo. Vi domandate perché
Iddio vi ha abbandonato. Vi siete mai chiesto se non siate stato voi, sia pure sotto la pressione degli
eventi, ad abbandonarlo?
Il re si inginocchia.  Il suo potrebbe essere un cedimento. Entra in scena Lazzaro, trafelato.
LAZZARO- Maestà… Maestà, è urgente. (Il re si volge verso di lui) Il generale Perrone è morto.
Il re si alza, guarda intensamente il cappellano, poi si avvia verso Lazzaro ed escono insieme. Il
cappellano resta in scena da solo. Non gli serve altro per capire che la sua mediazione è
irrimediabilmente fallita.
CAPPELLANO- Requiem aeternam dona ei, Domine…Et lux perpetua luceat ei. Requiscat in pace,
amen.
BUIO. In un lato della scena restano in luce i musicisti. Suonano una canzone popolare
risorgimentale.

adon

SECONDO QUADRO
La scena è la stessa. E’ passato poco tempo. Il re e il Capo di Stato Maggiore.
CARLO ALBERTO- Vorrei che mi parlaste schiettamente. Abbiamo ancora delle possibilità? Una
via d’uscita?
AIUTANTE DI CAMPO- Mi permetto di dubitarne. Non possiamo permetterci che le ostilità
continuino. Vostra Maestà si sente bene?
CARLO ALBERTO- L’attesa uccide. Sapere di non poter far niente…
AIUTANTE DI CAMPO- In questo, alle volte può esserci saggezza.
CARLO ALBERTO- O forse rassegnazione…
AIUTANTE DI CAMPO- Forse. Se volete dargli questo nome. O forse si tratta di umiltà.
CARLO ALBERTO- Anche voi mi giudicate superbo?
AIUTANTE DI CAMPO- Non ho detto questo, Maestà.
CARLO ALBERTO- Perché la delegazione non è ancora di ritorno?
AIUTANTE DI CAMPO- E’ un buon segno. Vuol dire che c’è materia di discussione. Anche il
maresciallo Radetski ha le sue difficoltà. Si contenterà del ragionevole.
CARLO ALBERTO- Non questa volta, generale. Non c’è niente di più ostinato della collera dei
vecchi. Per lui io sono un traditore della pace austriaca. E il maresciallo non s’inganna sulla mia
identità. Io sono il suo principale nemico. Quello che mi angoscia è di dover riconoscere che c’è più
senso nell’odio del nemico che nell’ostilità dei miei ministri… I miei ministri… Parlano di guerra
d’indipendenza, di guerra d’Italia, come se fossero stati loro ad inventarla. Questa guerra l’ho
voluta io! Pensata per trent’anni, dissimulata in tempi immaturi…  Ho accettato la statuto perché
significava: guerra! La mia guerra!
AIUTANTE DI CAMPO- Purtroppo la vostra guerra è diventata la guerra della rivoluzione…
CARLO ALBERTO- (A un tratto) Conoscete questa divisa?
AIUTANTE DI CAMPO- Certo Maestà, colonnello del Savoia Fanteria.
CARLO ALBERTO- Vollero negarmi il comando dell’armata.  Bene non volli essere più che un
comandante di reggimento. Rispondete, non l’ho portata con onore questa divisa?
AIUTANTE DI CAMPO- Vostra Maestà è stato un esempio di valore e di abnegazione.
CARLO ALBERTO- Generale, siete accanto a me da non so quanti anni… E’ vostra ferma
convinzione che tutti abbiano fatto quanto era umanamente possibile per vincere questa guerra?
AIUTANTE DI CAMPO- Io credo che sia stato fatto il possibile per trarre onorevolmente l’esercito
da un’avventura sconsiderata. Vi hanno condotto all’inevitabile come una vittima al sacrificio.
CARLO ALBERTO- Pensate piuttosto che mi sono lasciato condurre, non è così?
AIUTANTE DI CAMPO- Non credo che Vostra Maestà intendesse diventare il capo della
rivoluzione italiana. Direi piuttosto che ne è il prigioniero più illustre. Tollerato soltanto perché c’è
un esercito, ancora in piedi per fortuna, e un gruppo di fedeli disposto a difendervi.
CARLO ALBERTO- (Come se gli cadesse un velo dagli occhi) Allora il responsabile del disastro
sono soltanto io.
AIUTANTE DI CAMPO-  Vostra Maestà è al di sopra di ogni giudizio.
CARLO ALBERTO- Ma quei feriti di là, il generale Perrone, quegli uomini combattevano per
vincere! Cosa ho dato loro? Una sciocca illusione soltanto…
L’aiutante di campo  non replica. Intanto è entrato Lazzaro. Ha un vassoio in mano con un
bicchiere d’acqua.
LAZZARO- Perdonate, la vostra medicina.
CARLO ALBERTO-  (All’aiutante di campo) La vostra esposizione è stata del più grande interesse.
Vi ringrazio. Tenetemi aggiornato appena avete notizie. Mi raccomando.
L’aiutante di campo esce.
LAZZARO- La signora contessa si è raccomandata che le prendeste. E voi non le prenderete, lo so.
CARLO ALBERTO- Sembra che tutti prendano gusto a ricordarmi che ho un corpo. Questo mio
corpo nauseante che io cerco ogni momento di dimenticare.
Lazzaro fa per uscire.
CARLO ALBERTO- (Divertito) Mio buon Lazzaro, mettetevi una mano sulla coscienza: quante
volte avete gridato “Viva la Repubblica”?
LAZZARO- Non so… molte…
CARLO ALBERTO- E “Viva Mazzini”?
LAZZARO- Oh, molte volte… quando passava per la strada si sentiva subito. Tutte le finestre delle
case erano piene di gente. Che uomo, Maestà… Scusate, oggi parlo troppo.
CARLO ALBERTO- Avanti. Mi diverte sentirvi parlare. Cos’ha quell’uomo di straordinario?
LAZZARO- Ecco, lui è… come uno vorrebbe essere, se ne avesse la forza…Quando parla… è
come se uno sentisse la propria voce che dice cose bellissime… Ha un modo di guardarti, di darti la
mano, che uno si sente subito meglio… ed è come se avesse fatto un giuramento.
CARLO ALBERTO- Dunque l’avete conosciuto…
LAZZARO- Sì, salì un paio di volte a visitare i feriti… come fa sempre Vostra Maestà.  (Un
sorriso) E’ curioso, sapete? Già l’avevo notato…
CARLO ALBERTO- Avanti… che cosa…
LAZZARO- Gli somigliate, certe volte. Lui è più mingherlino, pallido… ma c’è qualcosa in voi che
me lo ricorda… Forse il tono della voce, quando parlate adagio, e uno ha quasi voglia di
confessarsi.
CARLO ALBERTO- Bene, m’avete dato un’idea. Lo faremo presidente del Consiglio.
LAZZARO- Quello sarebbe il vostro uomo…
CARLO ALBERTO- Con la benedizione di sua Santità. Non gridavate anche “Viva Pio Nono”?
LAZZARO- Sì, più di tutto.
CARLO ALBERTO- E “Viva il Re”?
LAZZARO- Anche. Si tratta sempre di italiani.
CARLO ALBERTO- Non vi pare una strana compagnia?
LAZZARO- (Un po’ desolato) E’ l’Italia, Maestà. Dio stesso l’ha unita a combattere per la libertà.
CARLO ALBERTO- (Amaro) Ma poi deve essersi accorto dell’equivoco e ha lasciato che ciascuno
andasse per la sua strada. Tutto ciò che resta dell’equivoco è questa buffa immagine, io e voi: un re
senza scettro, che si confida con un ex rivoluzionario; il solo che abbia ancora l’ingenuità o il
coraggio di credere in lui.
LAZZARO- . Io so poco di Dio. So che quando l’ho cercato, non l’ho trovato mai. Nel mondo
sembra quasi che non ci sia, si nasconde. C’è nella pietà. Nella pietà degli uomini per altri uomini.
E nel coraggio, credo. Non so altro.
CARLO ALBERTO- Nel coraggio…
LAZZARO- Basterebbe che Vostra Maestà chiamasse a raccolta e i morti uscirebbero dalle
tombe…
CARLO ALBERTO- Vi prego… Lasciate queste funebri immagini all’avvocato Mazzini. I morti,
se tornassero, ci chiederebbero soltanto perché… perché li abbiamo illusi con grandi parole, libertà,
indipendenza, costituzione, rivoluzione! Tutte figlie dello stesso seme, tutte figlie dell’odio…
credete che Dio si metta alla loro testa?
LAZZARO- Ma il nostro non era odio, Maestà. Era una felicità immensa che non avevamo provato
mai. Come se anche noi, finalmente, facessimo parte della Creazione. C’era una smania di essere
perfetti, senza peccati. Ricordo che la mattina del 18 marzo, prima di cominciare, ci confessammo e
ci comunicammo nella chiesa di San Babila, poi recitammo tutti insieme le preghiere dei moribondi.
Eppure nessuno s’era mai sentito così felice d’essere vivo. Quando uscimmo, la città sembrava più
bella, il cielo più luminoso. Cominciammo a camminare tutti uniti, come una processione. Di
lontano si udivano delle grida, che parevano grida di gioia. A un tratto suonarono le campane, tutte
le campane della città, come quando si sciolgono per Pasqua. I tedeschi risposero col cannone,
cominciò così… Allora, come per miracolo ognuno seppe quello che doveva fare: chi alzava
barricate, chi distribuiva fucili. Ma in allegria, come ad una festa… un teatro… Si, un teatro… E il
primo attore ero io, eravamo tutti noi… Dovevo portare un ordine. Mi affaccio a piazza del Duomo
dalla parte del sagrato. Vuota. Tutte le persiane serrate. I tedeschi tiravano dalle finestre. A un
tratto, dalla parte opposta della piazza, compare una pattuglia di tirolesi. Vedermi e tirarmi addosso
fu una cosa sola. Il tempo di vedere i lampi e di cadere di peso, come morto. Quelli dettero uno
sguardo per vedere se c’era altra selvaggina e fecero dietro front. Io guizzo per portarmi dietro un
pilastro. Allora, nella piazza deserta, sentii un rumore strano, come uno scroscio improvviso,
qualcosa che somigliava a… Maestà, erano applausi. La gente aveva visto la scena da dietro le
finestre e gli era piaciuta. Io uscii dal nascondiglio, feci un inchino verso le persiane, come un
tenore che ringrazi i palchi, e continuai la mia strada. Non ci crederete, Maestà, ma non sono mai
stato più vivo di allora. Sono cose, queste, per cui vale la pena morire…
CARLO ALBERTO- Vi invidio.
LAZZARO- Ho fatto il possibile.
CARLO ALBERTO- Poter dire: ho fatto il possibile. Io, non un altro, mille altri. Essere libero,
potersi abbandonare alle proprie scelte.
LAZZARO- Dio, mi hanno insegnato, ci rende liberi. I preti, a Milano, erano con noi. Cinque giorni
e cinque notti suonarono le campane finché i tedeschi non se ne andarono. Li hanno rintronati…
Uno, l’ho visto io, s’era legata la campana a un piede per suonare e sparare nel medesimo tempo…
si inginocchiava per prendere la mira, come quando si prostrava davanti all’altare.
CARLO ALBERTO- Questo per voi significa essere liberi?
LAZZARO- Significa provarci. Quel prete è stato fucilato, quando i tedeschi sono tornati. Non tutti
si sono messi in salvo qui in Piemonte… come me… C’è chi è rimasto a pagare il conto di quei
giorni di felicità…Volete sapere una cosa? Lo sogno quasi tutte le notti, quel prete. E tante volte
penso che sarebbe bastata un po’ più di fiducia e di buona volontà da parte di tutti…
CARLO ALBERTO- Tentammo di difendere Milano, eravamo soli…gli alleati ci avevano
abbandonato…
LAZZARO- Lo so, Maestà. I Lombardi non lo dimenticheranno…
CARLO ALBERTO- Mi spararono addosso, i signori milanesi…
LAZZARO- Il gesto di un pazzo.
CARLO ALBERTO- Quella gente piena di Dio, gridava sotto le mie finestre che l’avevo tradita!
Dove sono adesso? Il vostro signor Mazzini è a Roma, a trastullarsi con una Repubblica
improvvisata dopo la fuga del papa… e mi lascia Ramorino, il suo degno luogotenente, che appena
sente l’odore della battaglia abbandona il campo…Non voglio gratitudine. A un re basta il giudizio
della sua coscienza. Uscite!
LAZZARO- Vostra Maestà dovrebbe cercare di non pensare al passato. Il passato avvelena.
CARLO ALBERTO- Uscite, ho detto! Può bastare. Il nostro teatrino privato è finito. Uscite.
Lazzaro esce a capo chino. Il re resta solo in scena. Una musica dalle note drammatiche (Forse
“La bandiera dai tre colori”).
Dal fondo appare la contessa di Ravenal. Il re ne sente la presenza, si volge.
CARLO ALBERTO- Vi siete esposta al pericolo venendo fin qui.
RAVENAL- Ho ottenuto un salvacondotto dal comando austriaco.
CARLO ALBERTO- Avete attraversato le linee…
RAVENAL- E’ stato più difficile attraversare la città.
La tensione e l’affetto fra i due, benché forti, continuano a restare inespressi.
CARLO ALBERTO- Siete la sola persona che non è qui per rinfacciarmi qualcosa… e voi forse
siete la sola che ne avrebbe il diritto… Credete che non mi renda conti dei sentimenti di chi mi sta
intorno? A volte mi sento di essere il postero di me stesso. Tutto finito, consumato. Altre volte mi
sembra invece d’avere appena cominciato.
RAVENAL- (Con dolcezza) Questo mi sembra un segno di giovinezza. Da giovani si pensa sempre
che un giorno si sarà maturi, che si cambierà, che le cose cambieranno… ma questo non avviene
mai, in realtà. Si continua ad essere uguali, con le stesse paure, gli stessi dubbi, gli stessi rimpianti…
Non è possibile diventare adulti, se non si è disposti ad incontrare se stessi…
CARLO ALBERTO- Siete saggia. Eppure io vi ricordo in tutt’altro modo… Quanti anni fa?
RAVENAL- Si fa presto il conto, Maestà. Ho trentotto anni. L’età in cui, secondo i poeti, una
donna vive di commemorazioni. Ne avevo venti quando mio padre mi presentò a vostra Maestà.
CARLO ALBERTO- Uno dei miei pochi amici, vostro padre. Ricordate la festa dell’incoronazione?
Il ballo a palazzo Carignano?
RAVENAL- Sì, Maestà, ricordo perfettamente.
CARLO ALBERTO- Ricordate l’estate a Racconigi? Le cacce, i giuochi?
RAVENAL- Un’età in cui ancora non è richiesto decidere. Fu un periodo magico per me, ma poi
arriva il tempo delle scelte.
CARLO ALBERTO- Non è sempre facile decidere…
RAVENAL- Non è mai facile, Maestà… Decidere costa dolore… E’ come uccidere una parte di sé
che non può convivere con l’altra.
Un silenzio.
CARLO ALBERTO- Io amavo la libertà come vostro fratello, credetemi…
RAVENAL- Non sono qui per questo.
CARLO ALBERTO- Lo so. Sono io che ho bisogno di parlarne. Sono sedici anni che evitiamo
l’argomento… Eppure vostro marito è tra i miei privati consiglieri… non una parola, mai, in sedici
anni… Giudicare vostro fratello è stato il più grande dolore della mia vita.
RAVENAL- Non ne ho mai dubitato.
CARLO ALBERTO- Era tra i miei ufficiali più brillanti, perché mescolarsi a quella banda di
canaglie? Cospirarono contro di me… Anche io volevo la libertà, ma ragionatamente, quando i
tempi fossero stati maturi…
RAVENAL- Forse è proprio questo l’inganno. I tempi non sono mai maturi, non esistono mai le
migliori condizioni. Questo noi donne lo sappiamo bene.
CARLO ALBERTO- E voi lo sapete meglio di chiunque altro. Perdonatemi.
RAVENAL- Potete smettere di processare voi stesso.
CARLO ALBERTO- Per il reato di tradimento c’è la Corte marziale… (Cambio di atmosfera) Fui
felice di sapere che vostro fratello si fosse sottratto alla morte fuggendo…
RAVENAL- A palazzo si disse che lo faceste fuggire per me.
CARLO ALBERTO- E’ falso. E lo sapete.
RAVENAL- Per qualche attimo lo sperai. Ma no, non sarebbe stato possibile.
CARLO ALBERTO- Quanto ne avete sofferto?
RAVENAL- (Dopo una esitazione) Non me lo ricordo più.
CARLO ALBERTO- Dov’è, adesso?
RAVENAL- Abbiamo avuto lettere dall’Ungheria… l’anno scorso… caduto in un conflitto con gli
austriaci… A Budapest… durante i moti rivoluzionari…
CARLO ALBERTO- Anche lui. Come il generale Perrone. Non contenti di avere sfuggito la morte,
sono andati perfino a rincorrerla…
RAVENAL- Il generale Perrone vedeva finalmente rinascere, nei vostri atti, quella speranza che
aveva sempre riposto in voi. Mio fratello avrebbe fatto lo stesso, se avesse potuto. Maestà,
smettetela di straziarvi, vi supplico. Perdonatevi. Siete voi che dovete farlo.
CARLO ALBERTO- E voi, mi perdonate?
RAVENAL- Maestà, io l’ho già fatto da tempo.
Qualcosa, forse, si sta sciogliendo. Il re si avvicina alla contessa. I due sono interrotti dall’ingresso
dell’aiutante di campo.
AIUTANTE DI CAMPO- I parlamentari sono tornati. Il generale Capo di Stato Maggiore chiede di
essere ricevuto. Signora contessa…
RAVENAL- (Avida di notizie, si avvicina all’aiutante di campo) Generale, ci sono notizie dei
cadetti?
AIUTANTE DI CAMPO- Signora contessa, sarà mia premura informarmi di vostro figlio. Come
sapete serve nello stesso reggimento del mio.
CARLO ALBERTO- Abbiate la cortesia di considerare prioritariamente la richiesta della signora
contessa. Fate convocare a Palazzo il giovane Ravenal, così potrà riabbracciare sua madre.
AIUTANTE DI CAMPO- Sarà fatto.
La Ravenal esce.  Seguita dall’aiutante di campo. Entra il Generale di Stato Maggiore.
CAPO DI STATO MAGGIORE- (Tetro) Cattive nuove, Maestà.
CARLO ALBERTO- Come… Tutto questo tempo…
CAPO DI STATO MAGGIORE- Ci ha ricevuto il Maresciallo Hess, il mio omologo. Cominciò a
gridare che erano stati abbastanza ingannati dai nostri armistizi… ci fu un momento, nella
concitazione, in cui ci lasciò capire che voleva in ostaggio Sua Altezza il duca di Savoia…
CARLO ALBERTO- Vogliono umiliarmi, provocarmi ad un atto estremo.
CAPO DI STATO MAGGIORE- Per fortuna dovette rendersi conto anche lui dell’enormità della
richiesta, perché di questo non si parlò più…
CARLO ALBERTO- Avanti, dunque… Quali sono le condizioni?
CAPO DI STATO MAGGIORE- Sono gravi, Maestà. Mai un vincitore ha avuto la mano così
pesante… Occupazione austriaca della Lomellina… Occupazione austriaca di Alessandria…
CARLO ALBERTO- Questo no, è impossibile!
CAPO DI STATO MAGGIORE- C’è un’altra condizione più grave ancora, Maestà. Vogliono
l’espulsione di tutti i lombardi, a qualsiasi grado e classe appartengano, sia dall’esercito che dal
territorio del Piemonte.
CARLO ALBERTO- Se io mi offrissi di abbattere la democrazia e restaurare l’ordine assoluto, le
loro pretese cesserebbero d’incanto. Ecco l’“affare” che mi propongono. Avvertite che si riunisca il
consiglio di guerra. Lo riceverò immediatamente.
Esce il Capo di Stato Maggiore. Il re resta solo. Musica di percussioni guerresche.
Dopo un tempo entra Lazzaro.
LAZZARO- Maestà… E’ vero? Ho sentito dire che vogliono ridare i lombardi all’Austria. Lo grida
la gente per le strade… Maestà!
Il re non risponde.
LAZZARO- Maestà… Maestà, vi supplico, rispondete!
Il re alza lo sguardo. Incrocia quello di Lazzaro fissandolo negli occhi.
BUIO. In un lato della scena restano in luce i musicisti. Continuano a suonare il tema di guerra, in
crescendo.

TERZO QUADRO
La scena è la stessa. Pochi minuti dopo. Il consiglio di guerra è già iniziato. Sono presenti il Capo
di Stato Maggiore, il rappresentante del governo, il duca di Savoia.
CARLO ALBERTO- Vi ringrazio, signori, della fermezza con cui avete respinto le dure condizioni
di armistizio che si pretende di imporci.
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- Nessun libero governo potrebbe accettarle. Il Parlamento
le respingerebbe con indignazione.
CARLO ALBERTO- Siamo noi che le respingiamo. La mia rovina potrebbe placare il loro
desiderio di vendetta. Il mio nome significa guerra. Amputate senza esitazione questo arto
canceroso.
CAPO DI STATO MAGGIORE- Questo no, Maestà.
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- L’abdicazione di vostra Maestà metterebbe in crisi il
governo, aggiungendo difficoltà a difficoltà.
CARLO ALBERTO- Mi auguro che sosterrete davanti al Parlamento questo punto di vista.
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- Sono pronto a sostenerlo davanti a chiunque.
CAPO DI STATO MAGGIORE- Attendiamo le decisioni di Vostra Maestà. Qualunque esse siano.
CARLO ALBERTO- Bene, signori. La sventura mi restituisce il diritto di decidere. La mia parola
può essere una sola: guerra. Tenteremo di forzare il blocco stanotte stessa, allo scadere della tregua.
Punteremo su Alessandria, lì ci sconteremo col nemico, decidendo noi il campo.
CAPO DI STATO MAGGIORE- Non credo che il piano sia di attuazione possibile. Abbiamo oltre
duemila uomini tra morti e feriti. E il conto è destinato ad aumentare. I reparti sono stanchi.
DUCA DI SAVOIA- Ma disposti a battersi ad oltranza.
CAPO DI STATO MAGGIORE- Non tutti, Vostra Altezza. Se concentrassimo le forze su
Alessandria, Torino resterebbe scoperta.
DUCA DI SAVOIA- Torino se occorre saprà difendersi. Siamo forse da meno dei milanesi?
CAPO DI STATO MAGGIORE- La sola uscita possibile è quella al nord. Raggiungere la Savoia e
arroccarsi sulle montagne. Territorio impervio, popolazioni fedeli. Praticamente un castello
inaccessibile.
CARLO ALBERTO- Noi in salvo… E il resto del paese? La patria abbandonata alla rapina e alla
vendetta del nemico?
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- Se mostrerete di resistere, il popolo sarà con noi.
Resisteremo a costo di sollevare tutta la nazione, combatteremo villaggio per villaggio, casa per
casa. I lombardi sono pronti a sollevarsi ancora…
CARLO ALBERTO- L’anno scorso, bisognava pensarci. I popoli ora sono disorientati.
CAPO DI STATO MAGGIORE- Esatto, Maestà. Questa guerra non interessa il popolo, non lo
riguarda. Sapete come la chiamano? La guerra dei signori.
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- Spettava a noi farla diventare popolare. Il popolo è stato
tradito.
CARLO ALBERTO- Vi ingiungo di specificare l’accusa.
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- Vi prego di dispensami.
CARLO ALBERTO- E allora tacete!
CAPO DI STATO MAGGIORE- Non è giusto che per una minoranza di faziosi debba pagare tutto
il paese. L’avventura democratica è finita. Date a questa fine la vostra sanzione reale. L’Austria non
chiede di più.
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- Avrete la guerra civile!
CAPO DI STATO MAGGIORE- Quattro esagitati. Basta un reggimento per farli star zitti. Parlo
nell’esclusivo interesse del paese. Abbiamo il dovere di assicurare ai nostri una pace giusta e
durevole.
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- Scongiuro Vostra Maestà di non dare ascolto a consigli
folli.
CARLO ALBERTO- Datemi una via d’uscita possibile.
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- (Comprendendo le intenzioni del re) Prego Vostra Maestà
di dispensami dal mio incarico.
CARLO ALBERTO- Potrei ordinarvi di restare. Ma io non costringo nessuno.  (Al duca di Savoia)
Darete ordine alla vostra divisione di tenersi pronta per qualsiasi evenienza.
DUCA DI SAVOIA- Cosa vuole intendere, Vostra Maestà?
CARLO ALBERTO- Quello che ho detto. Tenersi pronti a qualunque evenienza.
DUCA DI SAVOIA- Padre…
CARLO ALBERTO- Non un’altra goccia di sangue piemontese scorrerà per causa mia. Costi quel
che costi.
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- E non sono forse piemontesi quelli contro i quali
sparereste?
DUCA DI SAVOIA- E’ così che vorreste usare i miei soldati?
CARLO ALBERTO- Mi risponderete personalmente della disciplina dell’esercito. Chi non
obbedisce andrà alla Corte marziale!
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- Vostra Maestà aveva parlato di pace.
CARLO ALBERTO- Qualcuno dovrà pur pagarne il prezzo.
CAPO DI STATO MAGGIORE- Sono pronto ad eseguire gli ordini di Vostra Maestà.
CARLO ALBERTO- No, generale, non così… Se aveste un oncia di fede nella risoluzione che
proponete, me li avreste strappati di mano, questi ordini. Voi pretendete un alibi per la vostra
incertezza. Noi obbediamo. Sempre. Prima alla guerra democratica, ora al suo contrario. Ma non
vogliamo decidere. Esiste veramente qualcosa per cui morire? Il re? Eccolo davanti a voi, signori.
E’ il vostro specchio. E non riflette nulla. Questa è l’amara conclusione. Nulla.
Frattanto si avanza in scena l’aiutante di campo. Accompagnato e quasi sorretto dal cappellano.
AIUTANTE DI CAMPO- E’ tutto finito. Perduto… Il minore dei miei ragazzi… La natura stessa ci
punisce, si ribella contro di noi. Una malattia mortale consumava davanti a noi i nostri figli… E non
ce ne siamo accorti… Li credevamo nel pieno della felicità, e desideravano di morire… Non
l’abbiamo capito… E’ terribile…
Il re si avvicina all’aiutante di campo. Gli stringe le mani.
AIUTANTE DI CAMPO- E’ successo quando tutto era già finito… non so darmi pace… I tedeschi
intimano la resa alla compagnia, nei pressi di un casale diroccato. Gli ufficiali perduti, alcuni
scappati… I cadetti tengono la posizione, si barricano dentro, forse non sentono l’ordine di cessare il
fuoco, nell’ardore del combattimento. O forse… E’ impossibile che non l’abbiano sentito… Non so
quale esaltazione li abbia presi… Issarono sulle macerie la bandiera del reggimento e continuarono a
sparare… Il casale ormai bruciava come un’isola di fuoco nell’oscurità. Poi fu centrato da una
batteria. Tra il fumo e la polvere degli scoppi, mi hanno raccontato, si videro uscire dei fantasmi…
dei fantasmi, hanno detto così, che si sono gettati all’assalto del nemico alla baionetta, mentre quelli
gli sparavano addosso. Una mattanza. Chi li ha visti ha detto che alla fine giacevano tutti nella
polvere, ancora aggrappati ai loro fucili, coi volti contratti da un furore che la morte stessa è
impotente a placare. C’è chi racconta che tutti avessero lo stesso ghigno, o forse un sorriso…
Perché? Darei la mia vita per sapere il perché…
Mentre l’aiutante di campo interroga senza avere risposta gli occhi del re, entra la contessa di
Ravenal.
RAVENAL- Mio figlio?
L’aiutante di campo abbassa gli occhi.
CAPO DI STATO MAGGIORE- Non c’è più giovinezza, in Piemonte.
CARLO ALBERTO- Vi  ingannate… I veri morti siamo noi… Sono caduti per aiutarci a
sopravvivere… nel solo modo che conosciamo… (Alla Ravenal) Signora, dite a vostro marito che il
re piange con lui, ed è orgoglioso di vostro figlio. (All’aiutante di campo) E del vostro, generale.
CAPO DI STATO MAGGIORE- Vi siete persuaso che la pace è necessaria? A qualsiasi prezzo?
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- Vostra Maestà si degni di scusarmi. Sono a Vostra
disposizione.
CARLO ALBERTO- Vi ringrazio. Mai come ora m’è occorso il consenso di tutti voi.
RAPPRESENTANTE DEL GOVERNO- La nostra sorte è nelle vostre mani. So che deciderete per
il bene del paese.
CARLO ALBERTO- Signori, vi farò conoscere tra un istante le mie decisioni definitive.
Escono tutti. Resta solo il re con il cappellano. Una musica sacra. Forse un Requiem. Un silenzio.
CARLO ALBERTO- beneditemi, padre… sto per decidere della mia vita. Voglio farlo liberamente,
in grazia di Dio… Ho bisogno di un prete di Cristo, come un moribondo…
Un silenzio. Il re toglie i paramenti regali. Li getta a terra. 
CARLO ALBERTO- Ho scelto la giustizia… Volevo andarmene sbattendo la porta, ricordate? Voi
stesso m’avete messo in guardia contro quel peccato di superbia… M’ero aggrappato persino
all’alibi di una morte gloriosa… Iddio me l’ha negata, per la mia ambiguità… Altro si aspettava da
me… Altro si aspetta da me da anni, degno di un re… Il coraggio della verità.
Avete visto la morte di quei ragazzi! E degli altri, del generale Perrone, di tutti coloro che ho fatto
condannare durante il mio regno! Erano soli, senza possibilità di vittoria. Avrebbero avuto salva la
vita, per poco che avessero obbedito. Perché hanno rifiutato? Chi ha dato loro la forza di affrontare
la morte serenamente? Sono morti sorridendo o forse maledicendoci. Cosa offrivamo noi in cambio
della loro fede?
Il re si slaccia la giubba. La toglie. Sotto di essa indossa un cilicio.
CARLO ALBERTO- Avrei dato al Piemonte la libertà. A tutta l’Italia… Mi convinsi che era la
Provvidenza a volerlo, che Dio mi chiamava a una missione sovrumana. Imparai a dissimulare, col
pretesto di operare per sua gloria… E mi aspettavo sempre un compenso per ciò che gli avevo
sacrificato… Tenevo con lui una contabilità vergognosa… Sollecitavo, pretendevo… un segno del
suo favore; ma egli si era allontanato da me. Non udivo più la sua voce se  non come un’eco
dolorosa, quasi spenta, in fondo a me stesso. Ero solo…
CAPPELLANO- Bastava che voi diceste: “Signore, non sono degno che entri sotto il mio tetto, ma
dì soltanto una parola e l’anima mia sarà risanata”…
CARLO ALBERTO- Per pregare così, padre, bisogna essere liberi. Liberi di decidere e, se occorre,
di rinunciare. Io non potevo più. Avevo soffocato la libertà in me stesso per conseguire la corona. E
quando qualcuno osò chiedere la libertà che io stesso avevo promesso, mi indignai come se mi
rammentassero una scadenza. La libertà l’avrei concessa io, il re, come fosse un mio privilegio. E
chi si fece tanto ardito da pretenderla senza il mio consenso, io l’ho ucciso.
Il re si toglie il cilicio.
CARLO ALBERTO- La verità è che volevo tutto; il plauso degli umili e il consenso dei potenti.
Fossi stato almeno uno schietto e rozzo tiranno! No, io amavo la libertà… O almeno mi illudevo di
amarla. Ma non abbastanza da rischiare tutto. Mi credevo insostituibile. Loro no… Quei ragazzi e
gli altri che sono morti… A loro bastava la fede per morire… (Una pausa) Sono loro i più forti.
Cadono per risorgere più numerosi che mai. Perché obbediscono a un altro re, più grande e potente,
che Dio ha creato a Sua immagine e somiglianza: l’uomo, con il suo spirito libero e immortale, che
io ho umiliato in me, convinto di sacrificarmi… Ora sono alla fine dei miei dubbi. Ho scelto.
Voglio andarmene in grazia di Dio…
Il re indossa nuovamente la giubba, tralasciando i paramenti regali.
CAPPELLANO- Vostra Maestà è sicura di credere ancora nei fondamenti della nostra religione?
CARLO ALBERTO- Mai più di adesso, padre.
CAPPELLANO- Credete in Dio Padre Onnipotente, Creatore del cielo e della terra, d’ogni cosa
visibile e invisibile?
CARLO ALBERTO- Credo.
CAPPELLANO- E in nostro Signore Gesù Cristo, Suo unico figlio, che per la nostra salvezza è
disceso dal cielo?
CARLO ALBERTO- E si è fatto uomo. E per noi è stato suppliziato,  crocifisso… Ma il terzo
giorno è risorto, secondo le Scritture. E tornerà nella sua gloria a giudicare i vivi e i morti. E il suo
regno non avrà fine…
I due si guardano con intensità. Il re si inginocchia.
CAPPELLANO- Ego te absolvo in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti.
CARLO ALBERTO- Amen.
Il cappellano aiuta il re ad alzarsi.
CARLO ALBERTO- Adesso, per la prima volta, mi sento il re.
Entra di Duca di Savoia.
DUCA DI SAVOIA- Padre…
CARLO ALBERTO- Vieni avanti.
DUCA DI SAVOIA- Il consiglio attende con ansia le vostre decisioni…
CARLO ALBERTO- Figlio… non ci siamo parlati molto, noi due… Spesso non ci siamo compresi…
Voglio dirti che va bene… Continua così… Saluta per me tua madre. Abbraccia Ferdinando.
I due si abbracciano. Mentre iniziano a udirsi, dapprima sommesse, le note dell’inno sardo.  
Entrano in scena i membri del consiglio di guerra, Lazzaro, la contessa di Ravenal.
CARLO ALBERTO- Signori, vi porto la pace… o almeno la sola speranza di pace che possa
offrirvi…
LAZZARO- Vostra Maestà ci abbandona?
CARLO ALBERTO- Non temete, Lazzaro. Vi lascio in ottime mani.
CAPO DI STATO MAGGIORE- Maestà, cosa dobbiamo rispondere al maresciallo Radetzski?
CARLO ALBERTO- Dite… che se con le sue richieste intendeva punire la mia persona… è già
fatto… Che, se pretende riparazioni di guerra, pagheremo… Ma se la condizione della pace è la
libertà nostra e dei nostri fratelli lombardi, ditegli che non è possibile. Noi possiamo rispondere di
ciò che è nostro, non permetteremo che si umili la nostra coscienza, perché quella è cosa di Dio.
(Pausa. Il re incontra lo sguardo della contessa di Ravenal, trattiene a stento la commozione)
Signori, vi prego di scusarmi. Addio.
Il re esce di scena. Sale l’intensità della musica. Tutti i presenti si dispongono attorno a Vittorio
Emanuele. Lazzaro raccoglie le insegne regali e le consegna al nuovo re.
BUIO.

FINE DEL DRAMMA.

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