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Voce nel Deserto – partitura per Ingroia

febbraio 10, 2013

zero – chiameremo questa partitura “6 Febbraio”, come se fosse possibile ripeterla ogni anno, come un anniversario

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uno – In Italia nulla è stabile fuorché il provvisorio.
Giuseppe Prezzolini

due – C’era una volta un Paese che si reggeva sull’illecito.
Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere.
Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente, cioè chiedendoli a chi li aveva in cambio di favori illeciti.
Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori, in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo di una sua autonomia.
Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perchè per la propria morale interna, ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito, anzi benemerito, in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale, quindi, non escludeva una superiore legalità sostanziale
Il Paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficia­le, alimentato dalle imposte su ogni attività lecita e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare.
Poiché in quel Paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta, ma neppure a rimetterci di suo, la finanza pubblica serviva ad integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune si erano distinte per via illecita.
Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva di applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino ad allora le loro ragioni per considerarsi impunibili.
In quei casi il sentimento dominante, anziché di soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse di un regolamento di conti di un centro di potere contro un altro centro di potere.
Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro van­tag­gio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la co­scien­za a posto.
Avrebbero potuto, dunque, dirsi unanimemente felici gli abitanti di quel paese se non fosse stato per una pur sempre nume­ro­sa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.
Italo Calvino, “La coscienza a posto – Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti”, apparso su “La Repubblica” il 15 marzo del 1980

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tre – Venezia 1 ottobre
Oggi ho camminato per la città osservandone vari aspetti; era domenica, e sono rimasto colpito dalla grande sporcizia delle strade, facendo di conseguenza alcune considerazioni.
In materia esiste certamente un qualche regolamento: la gente spinge il sudiciume negli angoli, e vedo anche andar su e giù grosse imbarcazioni che si fermano in punti determinati e raccolgono l’immondizia; sono gli abitanti delle isole vicine che se ne servono per concimare. Ma in queste operazioni non v’è logica né rigore, e tanto più è imperdonabile la sporcizia della città, che per le sue caratteristiche potrebbe essere tenuta pulita come lo è qualunque città olandese.
Johann Wolfgang von Goethe, “Viaggio in Italia” 1817

quattro – Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura.
Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro, affittano a caro prezzo appar­tamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro, e uomini quasi sempre anziani, invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, diventano violenti. Le nostre donne li evita­no, non solo perché poco attraenti e selvatici, ma perché si è diffu­sa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche, quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti han­no aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro Paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, di attività criminali.
(Relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso Americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, ottobre 1912)

cinque – Come tutti gli italiani de­gni di questo nome, io sono un cittadino mediocre, diciamo pure scadente.
So di esserlo, sebbene non sappia dire esatta­mente in che modo si esprima codesta mediocrità.
Lo sono globalmente, come uno è avvocato o padre di famiglia.
Segni particolari, nessuno.
Credo che tutti gli italiani si sentano più o meno a questo modo.
Se l’inglese è impeccabile, o lo era, se l’americano è espansivo, e il tedesco efficiente, l’italiano è colpevole.
L’italiano non si stupisce se qualcuno viene arrestato, mai. Lo trova naturale.
Solo silenziosamente si stupisce di non essere lui, l’arrestato.
Qualcuno recentemente ha scritto che gli italiani dovrebbero fare tutti qualche mese di carcere.
Suppongo che il propo­nente si considerasse estremamente paradossale.
In realtà, in­terpretava l’inconscio collettivo italiano.
Gli italiani, man mano che invecchiano, sempre più si rallegrano e stupiscono di non essere mai stati arrestati.
Per l’italia­no, il fatto di non essere in galera è sem­plicemente un segno che da noi lo Stato non funziona.
E come potrebbe funziona­re, avendo dei cittadini come lui?
L’italia­no libero è semplicemente un italiano che l’ha fatta franca.
Giorgio Manganelli, 29 maggio 1986

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sei – E’ morto un ladro.
E’ morto uno della “leggera”.
Uno che fin da piccolo si era distinto per la furberia, per la fantasia, per l’abilità, per il coraggio.
Un ladro.
Rubbava da circa 43 anni. E nun s’era mai tirato indietro.
E rubbava malgrado c’avesse pure tanti altri mestieri nei quali eccelleva: l’attore comico, il danzatore, il pittore di scena, il fabbro.
Sissignori! Albertone avrebbe potuto esse’ uno di quegli uomini che passeno da onesti. Invece no! Lui rifiutò l’ipocrisia. Giocò tutte le carte allo scoperto. Nun s’anniscose, nun finse. Lui nun rubbava sul peso, lui nun giocava in Borsa, lui nun sfruttava la ggente.
Rubbava.
Ar monno se presentava tale e quale era: “Ecchime qua, so’ Albertone, so’ un ladro”.
E qui davanti a lui, davanti all’amico morto che c’ha lasciato, morto come tanti altri lavoratori per un incidente sul lavoro io, Paco l’Argentino, vojo tesse’ l’elogio del ladro, de tutti noi, de tutti voi.
Amici, compagni, colleghi… e rivali: ma che sarebbe er monno senza de noi?
Pensatece. Quanti de questi magnafregna che se freggiano der nome di “onesti” andrebbero a fini’ sul lastrico, quanti?
Famo li conti, ‘na bona vorta, li volemo fa’?
Li fabbri. Li fabbri che farebbero senza i ladri?
E le fabbriche de serature? E le fabbriche de saracinesche? E tutti l’impiegati de banca, e i guardiani notturni e i poliziotti e i carabbinieri? E quelli che costruiscono porte, finestre, e l’inventori e i costruttori di antifurto sempre più perfezionati? E i portieri? E l’avvocati? E i giudici? E i secondini? E i direttori di… di penitenziari? E le guardie notturne? L’assicuratori? E i cani poliziotto, che farebbero tutti questi senza de noi?
Pensatece, amici. Pensatece! Madonna… quanta gente rimarebbe a spasso, se tutti noi, tutti insieme, pe’ vendetta contro questa società ingrata, tutti quanti insieme un bel giorno allo stesso momento decidessimo tutti de smette’ d’arubba! L’economia nazionale se ne andrebbe a rotoli.
E’ pe’ questo che io qui dico: “Giù er cappello davanti a Albertone, eroe del lavoro”. Dico de più: santo.
E’ a noi che la società deve l’ordine costituito e l’equilibrio sociale. Perché noi, rubbanno allo scoperto, coprimo e giustificamo i ladri che operano coperti dalla legalità.
Onore a Albertone e a tutta la ladreria!
(si commuove) Mortacci loro…
Elio Petri, “La proprietà non è più un furto”, 1973

sette – Qui in Italia la banca per nessuna ragione cambia cartamoneta: tutt’al più pagano le banconote da dieci scudi, mentre per le altre danno poco denaro e di nuovo carta. Come se non bastasse ti tormentano facendoti aspettare, così che finisci per andartene.
C’è un debito pubblico che non potrà mai essere sanato.
In generale lo stato papalino è un modello di pessima amministrazione, e poiché ormai manca il denaro estero, in breve tempo saranno dolori, e allora dovranno imparare a coltivare i loro campi.
Johann Wolfgang von Goethe, “Viaggio in Italia” 1817

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otto – LE 10 REGOLE PER IL CONTROLLO SOCIALE
1 – La strategia della distrazione.
L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti.
La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica.
“Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali”.
2 – Creare il problema e poi offrire la soluzione.
Questo metodo è anche chiamato “problema – reazione – soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare.
Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà.
Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.
3 – La strategia della gradualità.
Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi.
Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.
4 – La strategia del differire.
Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato.
Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente.
Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato.
In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento.
5 – Rivolgersi alla gente come a dei bambini.
La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente.
Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile.
Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno.
6 – Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione.
Sfruttare l’emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell’analisi razionale e, infine, del senso critico dell’individuo.
Inoltre, l’uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti.
7 – Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità.
Far si che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù.
“La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori”.
8 – Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità.
Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti.
9 – Rafforzare il senso di colpa.
Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo.
In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di repressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!
10 – Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca.
Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti.
Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente.
Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.
Noam Chomsky, 1973

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nove – Prima di tutto, bisognerebbe dimostrare che sono italiano.
Vediamo di riuscirci, con una dimostrazione per assurdo, ma ne dispero.
Dunque: non sono fascista, non sono comunista, non sono democristiano: ecco che mi restano forse venti probabilità su cento di essere italiano.
Non scrivo e non parlo il mio dialetto, non adoro la città dove sono nato, preferisco l’incerto al certo, sono per natura dimissionario, detesto il paternalismo, le dittature e gli oratori.
Il gioco del calcio non mi entusiasma, lo sopporterei se sul campo i giocatori fossero ventimila e il pubblico ventidue persone, non ascolto la radio e non guardo la televisione: ignoro perciò gli eroi di questa attività di cui tutti sanno dirvi vita e miracoli.
Pago le contravvenzioni, non ho amici negli uffici importanti e mi sarebbe penoso partecipare a un concorso.
Non so cantare e non mi piace sentir cantare gli altri, se non a teatro.
Non scrivo versi.
Sono italiano?
Ho conservato sempre gli stessi amici, mi piace viaggiare per l’Italia e quasi ogni luogo mi incanta e vorrei restarci. Sotto quest’aspetto potrei essere inglese.
I grandi problemi mondiali mi lasciano perplesso e non ho per ognuno di essi un giudizio preciso e definitivo: sono forse indiano?
Così pure mi stimo abbastanza prudente nel giudicare il prossimo e trovo che la maggior parte delle persone sono ottime e gli auguro ogni bene. Esquimese?
Leggo libri di autori italiani, classici e moderni, e ammiro i nostri artisti e qui potrei dirmi americano.
Adoro il sole, il mare, il caldo, l’Etruria e la Campania e in questo potrei riconoscermi tedesco.
Se visito un museo non parlo ad alta voce e se vado in una biblioteca non tento di portarmi via un libro o le sue illustrazioni. Sono forse svedese?
Non mi interessano i processi, la cronaca nera, la vita mondana. Eremita?
Non scrivo il mio nome sulle rovine o sui muri dei monumenti. Analfabeta?
Pago i miei debiti, anzi evito di farne, non ammiro le grandi qualità dei popoli che non conosco, la morte non mi spaventa, sto volentieri in piedi la notte e una compagnia che superi le quattro o cinque persone mi annoia francamente. Spagnolo?
In treno non racconto episodi della mia vita, né do giudizi sull’Italia meridionale, gli uomini mi interessano per il loro carattere, nelle donne ammiro molto anche l’intelligenza, che non mi suscita sentimenti di invidia o di disprezzo. Tuttavia, che io sia italiano potrebbe essere innegabile; infatti mi piace dormire, evitare le noie, lavorare poco, scherzare, e ho un pessimo carattere, perlomeno nei miei riguardi.
Bene, se non fossi italiano, a questo punto, non saprei che farci.
Probabilmente, non sarei niente e questo dimostra, in fondo, che sono proprio italiano.
Ennio Flaiano, 1957

dieci– Sono a Roma già da sette giorni, e a poco a poco si precisa nel mio animo un’idea generale di questa città.
La percorriamo in ogni senso con scrupolo; io mi familiarizzo con la topografia dell’antica e della nuova Roma, lentamente m’accosto alle maggiori bellezze e non faccio che aprire gli occhi e guardare, che andare e venire, giacché solo a Roma ci si può preparare a comprendere Roma.
Ma confessiamolo, è una dura e contristante fatica quella di scovare pezzetto per pezzetto, nella nuova Roma, l’antica.
Ciò che hanno rispettato i barbari, l’han devastato i costruttori della nuova Roma.
Johann Wolfgang von Goethe, “Viaggio in Italia” 1817

undici – Da che mondo è mondo perché si fanno le guerre?
Per assicurarsi la pace. E’ raro che si faccia una guerra per arrivare alla guerra.
Forse l’unico caso del genere che la storia registrerà sarà quello della seconda guerra mondiale in cui pare che tutto sia stato fatto apposta col più lodevole zelo, per arrivare alla terza.
Ma speriamo che malgrado gli sforzi generali (…) non ci si arrivi.
Allora, direte, se per assicurarsi la pace occorre fare la guerra, non sarebbe meglio rinunziare alla pace?
Almeno non si farebbero le guerre.
No! Perché se non si fanno le guerre che servono per evitare le guerre, vengono le guerre.
Dunque, per evitarle bisogna farle.
Se non le fate, vengono. In ogni caso, guerra.
Al massimo si può scegliere se convenga di più fare la guerra che si vorrebbe evitare o quello che serve ad evitarla. […] Comunque, non s’è mai vista una pace che venga durante la pace. Al contrario, sono le guerre che vengono durante la pace. La pace è come la salute: uno stato di cose che non fa presagire niente di buono.
Achille Campanile, conferenza tenuta presso il Circolo Ufficiali il 16 dicembre 1950

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dodici – Non sono mai stato uno di quei moralisti che piangono per l’esistenza dei network, della libera concorrenza e del denaro, anzi mi sono sempre adeguato al mutare dei tempi, cercando di vivere decorosamente e in agiatezza senza troppo sottilizzare su chi mi dava pane e companatico.
Ma – nonostante ciò – sento oggi la necessità di parlare di una storia che ho saputo grazie alle intime confidenze di un’amica, ricca e facoltosa signora della borghesia lombarda.
A quanto mi ha raccontato la mia amica, persona in tutto degna di fede, il dottor Silvio Berlusconi, il famoso proprietario delle Tv private più importanti e di numerosi giornali a grande tiratura, come il famigerato TV Sorrisi e Canzoni, organizza periodicamente a casa sua delle “seratine televisive”.
Il titolo curiosamente familiare nasconde in realtà un gioco di società assai divertente e appetitoso che il geniale imprenditore piduista ha inventato per sé e per i suoi più fidati amici (qualche socialista cocainomane, qualche industriale, qualche mafioso).
Il gruppo, riunito come in un racconto del marchese De Sade davanti alla Tv, sceglie ogni sera, tra presentatrici, ballerine e showgirls dei programmi di Retequattro, Italia1 e Canale 5, quelle che dovranno essere chiamate a soddisfare le voglie dei presenti in un crescendo di situazioni viziose.
Basta poi una telefonata del boss e i direttori di rete mandano a casa Berlusconi, impacchettate e pronte a tutto, le schiave della serata.
Programmi specificamente allestiti, come Viva le donne, M’ama non m’ama, Drive In, ecc. assicurano il giusto flusso di carne fresca per il “divino Silvio”.
Ora io non voglio fare un discorso moralista, né spezzare una lancia a favore della castità. Riconosco al dottor Berlusconi un grande senso pratico in queste faccende e non discuto neppure sul fatto che lui si diverta così.
Ma non posso non sentirmi infastidito se penso che, tra i tanti “amici” che sono stati invitati a godersi le ballerine e le presentatrici, il mio nome non figura mai.
L’Italia è proprio un paese in cui il merito viene spesso calpestato e dove trionfa l’ipocrisia, il partitismo, il denaro.
Sono andati a passare qualche ora da Berlusconi, ora presidenti del Consiglio, ora presidenti di banche, ora camorristi, ora rapitori e riciclatori di denaro sporco, ora trafficanti di cocaina, ora assassini prezzolati, ma non è mai stato invitato nessun uomo di cultura, nessun intellettuale e – senza voler essere demagoghi – nessun proletario.
Come mai? Eppure – faccio notare – io, come tanti altri intellettuali, lavoriamo per Berlusconi, partecipiamo ai suoi programmi, rendiamo culturalmente accettabili anche le puttanate più forti del network.
E credo che ci meriteremmo almeno una piccola ballerina.
Parlo per me, ma penso di interpretare anche il pensiero dei colleghi Arrigo Levi e Guglielmo Zucconi, nonché Maurizio Costanzo dell’Occhio Nero – pur essendo il più brutto di tutti noi -, che comunque fa storia a sé, essendo nato in passato e forse ancor ora, membro della stessa loggia dei boss.
Mi si potrebbe obiettare: perché non telefoni tu stesso ai direttori dei programmi per farti mandare a casa presentatrici e gnoccolone varie?
Inutile, ho provato, per scrupolo di cronista, a fare dei tentativi.
Ogni volta mi sono sentito sghignazzare in faccia. Insomma senza un invito di Berlusconi non riuscirò mai a partecipare a una vera serata di piacere.
E questo, come ex partigiano e come uomo, mi secca abbastanza. Devo pensare che la colpa vada attribuita al mio maledetto riportino, che certe volte il vento agita fino a mostrare il bianco della pelata?
Riportino sì o no, dispiace che un imprenditore così accorto come Berlusconi sottovaluti gli intellettuali, proprio quando si tratta di spartirsi “la gnocca”.
Giorgio Bocca, Frizzer, 1985

tredici – I rivoluzionari sono tali solo nella forma, ma in realtà non sono poi così diversi dai nobili del tempo.
Paradossalmente si rifiutano di ascoltare proprio Cosimo, che è stato più rivoluzionario degli altri e che ha scritto un Progetto di Costituzione per la società repubblicana, con Dichiarazione dei Diritti degli Uomini delle Donne e dei Bambini, degli Animali domestici e selvatici, compresi Uccelli, Pesci e Insetti, e delle Piante sia d’alto fusto che ortaggi e erbe.
Nel nome della dea ragione gli Illuministi parlano di libertà e uguaglianza solo per l’uomo dimenticandosi gli altri elementi della natura: questo a Cosimo non piace.
Il giovane barone che ha rinunciato ai genitori per andare a vivere sugli alberi ha imparato ad amare nella natura una madre ben più feconda della Generalessa.
Italo Calvino, “il Barone Rampante”, 1957

zero – abbiamo smesso di urlare “sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più”, ormai quella è una frase da Casa Pound. E’ il momento di proporre e di proporsi, di creare. Una nuova Voce in un nuovo Deserto, molto più adulto.

questa Partitura di Voci nel Deserto è stata fatta per appoggiare la candidatura politica di Stefano Leoni, presidente del WWf Italia, nella lista di Rivoluzione Civile di Ingroia

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