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O.P.G. – Mitreo Film Festival

dicembre 17, 2013

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Acre, l’odore del piscio si insinua nelle narici. Pensi di poterci fare l’abitudine. Ti sbagli. Ora lo senti sul
palato. Scende. Si àncora alla trachea. Provi a ingoiare per non sentirlo più.  Niente da fare.
Notte. La differenza è poca, nell’O.P.G. è buio anche di giorno.
Disordinatamente ordinati,  degli uomini
sfilano nudi, sporchi di sangue e merda. Ad attenderli, in testa alla fila, due guardie carcerarie pronte a
regalare Valium e antidepressivi. Da mandare giù così. All’istante. Senz’acqua. E ora apri la bocca. Bisogna
controllare che tu non abbia fatto il furbo. Non vuoi aprirla? Bene, una manganellata sulla rotula, la sinistra.
Apri? No? Complimenti per l’ostinazione. Il premio per la tua perseveranza? Un altro colpo, ora a destra
però. Cadi in ginocchio. La pietra fredda sugli stinchi. Adesso la apri quella cazzo di bocca? Si che la apro.
Perfetto, era tanto difficile? L’eucarestia farmacologica si era compiuta. Anche questa sera. Potete tornare
in stanza.

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Un’ora. I  farmaci introdotti per via orale vengono assorbiti nel giro di un’ora. C’è tempo. Ma Giacomo
corre. Entra in cella, va dritto in bagno. Due dita in gola ed eccole là, le pillole. Carine e colorate. Con quella
graziosa “V” incisa da un lato. Non puoi fare a meno di chiederti se esiste una persona pagata per curare il
design delle pasticche di Valium. Non sai se odiarla o renderle merito perché fa bene il suo lavoro.
Giacomo le pillole non le butta. Non perché sia un fan del designer incaricato di rendere accattivanti
caramelle che finiranno nello stomaco di gente che dà ben poco peso a cazzate del genere. Giacomo non le
butta perché le conserva. C’è chi colleziona francobolli, tappi di bottiglia, ossa o accendini; lui colleziona
estratto di felicità, al gusto di Diazepam. Le mette in un barattolo, 5 milligrammi alla volta. Le tiene da parte
per quando avrà bisogno di tranquillizzarsi sul serio.
Silenziosi, i passi del prete riecheggiano veloci lungo il corridoio. Sassi scagliati in un mare prosciugato.
Venanzio, il secondino lo segue, abbaiando istruzioni difficili da recepire. Ogni parola, ogni respiro,
all’incontro con l’aria gelida dell’O.P.G. prende forma. Inquietanti figure di fumo bugiardo avvolgono i loro
volti.

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Pareti scrostate. A terra, pezzi d’intonaco galleggiano in pozze d’acqua. Si, spero sia acqua. Attenzione a
non inciampare nei calcinacci. Macchie di muffa e di umidità. Ovunque.
Una goccia, imperterrita, scandisce il tempo del canto dei dannati. Metronomo della disperazione.
È stato chiamato per confessare un uomo in fin di vita. Inizia a dubitare. Dubita che in posti del genere
possano vivere degli uomini. E invece si.
Il detenuto senza nome muore. Sembra che i compagni di cella neanche se ne accorgano. Tranne uno,
Giacomo, che estrae una bottiglia d’acqua dalla turca e offre da bere al prete.
– Perché lì?-
-Cosa? Ah la bottiglia nel cesso? D’estate per tenerla fresca, d’inverno per evitare che salgano i topi.-
-Eravate amici?-
-Si, lo eravamo. Nei limiti dettati dal fatto che sguazzava nel suo piscio e riusciva a dire solo una dozzina di
parole. La metà delle quali erano varianti lessicali per designare il suo fallo.-
-Ti dispiace che sia morto?-
-Qui siamo tutti morti, sospesi nel limbo della disperazione, in spasmodica attesa di morire una seconda e
ultima volta.-

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Lucido, come chi spera di non avere un domani, Giacomo svela al prete l’inferno dei dimenticati.
-Padre l’ha letto il cartello all’entrata? Questo è un O.P.G.   O.. ospedale.. P.. psichiatrico.. G.. giudiziario..
ma mi dica un po’.. gli ospedali hanno le sbarre? Noi vediamo uno psichiatra mezz’ora al mese..Se fossi
matto potrei guarire con mezz’ora di cure? Li chiamano ergastoli bianchi.. se vieni dichiarato incapace di
intendere, non puoi subire un processo, ti parcheggiano qui finché campi.-
Drammi che chi sta in alto -no, non Dio- preferisce soffocare sotto una coltre di omertà.
Tempo scaduto. Tempo di andare. Venanzio è tornato.
-E’ possibile fare altri incontri? Voglio iniziare un programma di reinserimento nella società.-
-Non scherziamo prete.. questi sono come gli handicappati.. mica li fanno lavorare gli handicappati.-
Ma i secondini non prendono decisioni. Il prete scivola veloce tra la polvere. La fragranza di sangue, dal
sapore ferroso, appesantisce la marcia.
-Perché non posso vedere Giacomo?-
– Le regole sono queste.. solo, Perez.. solo due incontri.- tuona Venanzio.
-Può dirmi qualcosa di lui? Parla italiano?-
-Si.. o almeno lo parlava adesso non parla più.. è nato in Honduras ma non so perché non è negro.. è stato
adottato quindi vive in Italia da quando era bambino.-
Eccolo Perez. Cella di costrizione. Prigioniero della propria tendenza all’autodistruzione. Mani e piedi
immobilizzati. Gli occhi gonfi di lacrime.
-Perez so che riesci a capirmi.. sono qui per aiutarti, però ho bisogno che tu mi parli.-
Nulla.

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-Ti prego, devo tirarti fuori di qui. Mi ascolti? Un gesto.. iniziamo così.. stringimi la mano se vuoi che ti
aiuti.-
Le dita lente, si chiudono. Un fiore timido che nasconde il cuore alla luna.
-Si Perez! Bravo.. bravissimo.. parlami.. parlami di quello che vuoi-
-Lo sapevo..l’ho detto a tutti.. grazie mamma grazie che mi sei venuto a prendere. Non volevo… era bello
stare tutti insieme. hai visto mamma le cose sono andate male, hai visto? Adesso staremo di nuovo tutti
insieme.. non ci lasceremo più.. sarà caldo e tu mi proteggerai.. si come ieri che quel bambino mi rubava i
colori.. come si fa a vivere senza colori, mamma?”.
Qualcosa si è rotto. L’O.P.G. ha divorato Perez, per lui ormai non c’è più nulla da fare.
Le vite di questi tre uomini si sono scontrate violentemente. Scaraventate contro lo stesso muro.
L’insostenibile eco dell’impatto risuona ancora nei loro timpani: un fischio incessante, quasi impercettibile
ma infinitamente più rumoroso del fragore della collisione, che ora conduce ognuno al proprio drammatico
epilogo.
Giacomo, un uomo solo, senza più alcuna prospettiva, cerca nel fondo di un barattolo pieno di pillole la
chiave dei propri dolori. 5 milligrammi.. 10.. 15..20..50..70..100..200..500.. perdi il conto. Forse questo è il
peso dell’anima.

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Perez, un uomo fagocitato dal proprio ambiente.  Risucchiato in un’infanzia perenne, vuole arrestare il
tempo agli anni a cui risalgono i suoi ultimi ricordi felici.
Il prete, un uomo.  Egli ha visto le proprie certezze sgretolarsi nel giro di poche ore, rendendosi conto di
essere uomo prima che prete.
Fede contro umanità. Dogma contro compassione.
Compassione… compassione, vero motore di ogni religione. In pochi se ne ricordano.
Fine del conflitto. Il sacerdote, pudico, sveste la tonaca. Poi il crocefisso. Indossa un pantalone nero e una
camicia bianca che ormai sa di naftalina. In mano stringe un rasoio.
L’Uomo, va ad incontrare Perez per un’ultima volta. Pronto ad offrirgli la più complessa tra le soluzioni
semplici: il suicidio.
Perez accarezza la lama del rasoio. Il sangue scorrerà che sul suo corpo non basterà più a scaldarlo.
Guarda il prete, con una lucidità che non gli era mai appartenuta.
Un sussurro. -Grazie.-

-d7

O.P.G. di Luca Mastrogiovanni
vincitore del Premio del Pubblico
al Mitreo f.f. 2013 – http://www.mitreofilmfestival.it/

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