Vai al contenuto

VOCI NEL DESERTO – speciale PPP

novembre 9, 2015

nIBYX3144706670812065668_10207054285208952_4917778956447217434_n

1527956_orig.jpg

zero. La preparazione del nostro piano ha avuto il suo coronamento. Tutto oramai è pronto. Possiamo partire.
(Pasolini – Salò o le 120 giornate di Sodoma)

– alla fine che cosa ha fatto?
che cosa ha scritto?
cosa è rimasto di valido?
e a quanto ora si ride dietro?
da cosa si capisce di aver di fronte un intellettuale?
dalla coerenza, per cominciare.
e qui ne abbiamo sepolta molto poca.

uno. Muccino sminuisce Pasolini – come regista, non come intellettuale – per due motivi: affermare un suo punto di vista preciso e chiaro sul mondo e sulla propria arte – un diritto e un dovere per chi fa il suo lavoro -, e soprattutto per attaccare i pasoliniani. Quelli che pensano che gli Scritti Corsari li abbia scritti Salgari e che Salò sia un soft porno, quelli che Petrolio lo hanno sentito leggere solo nella serie 1992 da Stefano Accorsi o che dicono “come diceva Pasolini” ma non l’hanno mai visto, sentito o letto.
Il buon Gabriele non accetta che ci possano essere intoccabili. Non accetta l’assunto di Edmondo Berselli che con geniale semplicità raccontò che quest’Italia ti infila sempre nelle solite tre categorie: “brillanti promesse, soliti stronzi, venerati maestri”. A lui nelle prime due lo hanno infilato a forza e tra maestri e baroni, in Italia, e soprattutto nelle loro corti, che Pasolini lo venerano ora come lo ignoravano ed emarginavano prima, hanno sempre fatto in modo di tener fuori chi non obbediva al politicamente e artisticamente corretto. Deciso da loro, dall’arroganza e dal senso di superiorità che raccontano brillantemente Scola ne La Terrazza o Jep Gambardella e Sorrentino ne La grande bellezza.
Muccino attacca Pasolini, perché quello che il regista e scrittore ha fatto meravigliosamente – un anticinema che fu sintesi e propulsione di un’altra visione del mondo, della Settima Arte, dell’immagine da unire alla parola in maniera totalmente nuova e lacerante – ha trovato discepoli meschini. Come spesso accade nel nostro paese, i cattivi maestri diventano tali quando arrivano pessimi allievi a reinterpretarli, a non capire che Accattone e Uccellacci e Uccellini non sono Medea e Salò, e che Il vangelo secondo Matteo e La Ricotta sono ancora altro. E infine Muccino ha tutto il diritto di amare la commedia all’italiana, il neorealismo e Fellini, Visconti, Leone, Bertolucci e quelle incredibili generazioni di geni, e sostenere che il sommo poeta che tutti citano e pochi hanno letto e visto, abbia introdotto una rottura in senso estetico e di racconto.
E’ vero, per molti è un merito, per altri è un problema.
Sbaglia Muccino quando parla di movimenti di macchina amatoriali: c’era un progetto culturale e una visione artistica in quel racconto e in quelle modalità, ma saremmo bugiardi se non ammettessimo che l’ingresso pasoliniano nel cinema provocò una distorsione perversa nel firmamento creativo tricolore. Non si seppe cogliere la rivoluzione, ma solo il fatto che tutti potessero accedere alla Settima Arte anche senza preparazione. La lezione di Pasolini – puntare in alto e altrove, spezzare stereotipi etici ed estetici – è stata tradita da coloro che hanno preso il suo esempio per mettersi dietro una macchina da presa pensando di poter essere non “cinematici”, punitivi, autoreferenziali. Di rinnegare l’animo popolare di un’Arte, in nome della propria presunta superiorità intellettuale.
Non ce l’ha con Pasolini, Muccino, ma con i pasoliniani. Ma proprio il Maestro ci ha insegnato che i Padri (e i padroni) vanno uccisi, per diventare adulti. Che dietro ai grandi Maestri ci si nasconde, diventando tifosi ed adepti. E meglio se sono morti: non a caso, en passant, silura anche Nanni Moretti. Ma quest’ultimo è vivo, non suscita indignazione nei benpensanti, ovviamente. Perché i morti sono rassicuranti, puoi citarli e strumentalizzarli come più ti fa comodo (e Muccino sbaglia, perché in fondo il buon Nanni fece con Monicelli quello che lui ora fa con Pasolini: smarcarsi, per poter scendere da quelle spalle e far da sé).
Muccino sa che siamo nani sulle spalle di giganti. Che l’Italia di sinistra si dichiara berlingueriana, non avendo capito nulla di Enrico Berlinguer o gramsciana senza neanche averlo letto Gramsci. Che fa diventare i maestri degli aggettivi – felliniano, pasoliniano, etc – per depotenziarli. Perché questo paese non ama le icone, ma al massimo i santini.
Muccino ha ragione perché Pasolini l’ha visto e letto. E non ne ha paura. A Pasolini un attacco così sarebbe piaciuto, perché avrebbe potuto rispondere a chi provava ad analizzarlo e non a stigmatizzarlo, ridicolizzarlo con quell’acronimo dispregiativo PPP che a suo tempo era un insulto e ora un logo, emarginarlo. Il regista romano, parlando di lui con la sua lunga dissertazione, ne riconosce la centralità. Quella che gli è sempre stata negata, finché non è diventato un cadavere. Muccino tratta Pasolini come se fosse vivo. Ciò che i pasoliniani non fanno. Perché allora dovrebbero farci i conti.

(Boris Sollazzo – Perché Gabriele Muccino ha ragione)

316740_278194515537806_1577967400_n

due. il punto di vista sociologico di Gabriele Muccino sul cinema di Pasolini è molto acuto, misurato, giusto e profondamente analitico. è tutto tranne che una offesa, semmai un punto di vista privilegiato.
le critiche sono pretestuose e poco fondate, mi pare; certamente viziate dal modo in cui la notizia è stata riportata.
“Il successo non è niente. Il successo è l’altra faccia della persecuzione. E poi il successo è sempre una cosa brutta per un uomo.
Io intanto mi compro un nuovo macchinone sportivo..”

tre. Considero il Pasolini un regista sopravvalutato e reputo inguardibili, se non pallosi, molti dei suoi film, a cominciare proprio da Salò. A mio avviso, Pasolini ha sempre avuto il pessimo vizio di giudicare tutto sulla base delle sue idee politiche. Niente di male, ma io in un film bado all’estetica, e nel caso di Pasolini quest’ultima mi pare piuttosto mediocre.
Mai autore è stato più citato e iconizzato di Lui, un vate, un profeta, un messia. Oggi Pasolini risulta incredibilmente datato, appesantito da un ideologismo oramai logoro, da una retorica antiborghese e da un pauperismo proletario morto e sepolto, per non parlare delle sue presunte capacità profetiche, pensieri ed idee sempre citate a sproposito, lo hanno trasformato in una sorta di frate indovino di una certa asfittica cultura di sinistra.
Sopporto ancor meno chi attualizza i suoi concetti dopo anni e anni, anche perche` quello che ha descritto e` morto e sepolto. Ho riletto di recente alcuni suoi articoli, e li ho trovati parziali, datatissimi, una curiosita` storica, ormai.
Non sarebbe meglio concentrarci sulla comprensione di questo presente e di un incasinatissimo futuro, piuttosto?
I FILM di Pasolini sono datati, ingenui, inutilmente freddi e bloccati.
A me pare che non eccellesse in nessuna delle espressioni artistiche in cui si cimentò. Come scrittore è mediocre. I due romanzi romani sono essenzialmente un documento socio-linguistico sul sottoproletariato delle borgate. Il sogno di una cosa poi è un pasticcio, a cominciare dalla più elementare capacità di gestire i tempi della scrittura, per tacere del resto. Molti dei suoi film sono gravati da un simbolismo artificioso, e comunque oltremodo intellettualistici. Che senso ha la spiccata idiosincrasia verso l’attore professionista in nome di una realtà primigenia, quando poi si dichiara essere un film “la ricostruzione completa del mondo”? Il professionista recita, e la realtà “si perde”. Quale realtà? Un film non è la realtà: lo ha appena detto. Del resto è inutile spianare la cinepresa su un contadino domandandogli di essere se stesso. Non si può chiedere a un uomo di essere se stesso, se non con effetti grotteschi. Mi pare che Pasolini raramente riesca a venire a capo delle proprie contraddizioni ideologiche (sul piano artistico dico), non di rado accompagnate da un’imperizia disarmante nell’uso dei mezzi. Come poeta va meglio. Penso soprattutto a Le ceneri di Gramsci (più che alle poesie friulane), dove il suo manierismo (e sia detto in senso tecnico) conosce anche elevazioni di un certo spessore. Ma per me rimane soprattutto il polemista e l’intellettuale “corsaro”. Nonostante anche qui gli si possa imputare più di una svista, per es. la recensione a Céline, che lascia perplessi non tanto per il giudizio negativo in sé, quanto per la scarsa qualità dell’analisi. Ma tant’è. Anche questo fa parte del “vitalismo” pasoliniano. Comprese le sue incontinenze, che io considero in un’ottica tutt’altro che moralistica, e che mi sembrano possedere anzi una certa pregnanza.
Pasolini è stato complice nella creazione di un odio di classe, una categorizzazione forzata finalizzata inconsciamente all’attuazione di una strategia divide et impera che ci ha fossilizzato nei decenni successivi e ci ha portato all’attuale presente dove la gente pensa che “essere comunista” e “essere fascista” siano cose serie.
So che mi arriveranno strali scandolezzati da ogni parte, tentativi di correzione del tipo “ma non è lui che era un coglione, sono gli altri , da destra e da sinistra, ad averne fatto un santino.”Eh no.
Dicendo così, lui è sempre nel giusto, e passa dall’ essere un santino al costituire una reliquia.
Certo, a sentire Zigaina parlare del suo interesse per Eliade e Frazer, si può credere che non gli dispiacerebbe.
Ma a me ha fatto sempre saltare la mosca al naso questa frase pasoliniana:
“O esprimersi e morire o restare inespressi e immortali“oppure, nella sua variante:“La morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi.“
Pasolini, nelle Lettere luterane, scrive:
“I giovani maschi che camminano quasi religiosamente per strada tenendo con aria protettiva una mano sulla spalla della donna, o stringendola romanticamente per mano, fanno ridere o stringono il cuore. Niente è più insincero di un simile rapporto che realizza in concreto la coppia consumistica.”
Parole sante, verrebbe da dire. Peccato che non siano sue. O meglio. Pasolini non è stato il primo a comprendere che la soddisfazione personale attraverso i beni di consumo e la riduzione ad oggetto delle persone erano strettamente connesse. Ci aveva già pensato, per così dire, la Scuola di Francoforte, ed in particolare il suo filosofo più grande e fumiste: Theodor Wiesengrund Adorno (Rileggersi in ginocchio La dialettica dell’ Illuminismo e Minima moralia.), a stabilire il nesso tra capitalismo basato su produzione e consumo e la nozione di sesso basata esclusivamente sul piacere. Ciò che caratterizza tutto il discorso pasoliniano, facendo intravvedere personali idiosincrasie e, spiace dirlo, un orientamento sessuale mai pienamente accettato, è il passo ulteriore: vedere il sesso come rituale conformistico. Dopo aver dichiarato questo, la conclusione è una sola. Il piacere è scomparso dalla soddisfazione personale che il sesso offriva.
E infatti, sempre da Lettere Luterane:
“La società preconsumistica aveva bisogno di uomini forti, e dunque casti. La società consumistica ha invece bisogno di uomini deboli, e perciò lussuriosi. Al mito della donna chiusa e separata (il cui obbligo alla castità implicava la castità dell’uomo) si è sostituito il mito della donna parte e vicina, sempre a disposizione. Al trionfo dell’amicizia tra maschi e dell’erezione, si è sostituito il trionfo della coppia e dell’impotenza. I maschi giovani sono traumatizzati dall’obbligo che impone loro la permissività: cioè l’obbligo di far sempre e liberamente l’amore.”
Se si guarda ai film di Pasolini, non c’è una donna dotata di un qualsiasi, seppur minimo, appeal sessuale: la donna è madre (quindi al di sopra di ogni desiderio sessuale esplicito, anche se rivestita, fino al ridicolo, fino alla spudorata burletta psicoanalitica, di implicazioni edipiche: Edipo Re, Il Vangelo secondo Matteo, dove è sua madre Susanna Colussi a recitare la parte della Madonna, Teorema,Mamma Roma, Medea), o puttana, defraudata quindi di un desiderio sessuale proprio, e sfogo-contenitore di quello maschile, (Mamma Roma, ancora, Salò o le 120 giornate di Sodoma, Decamerone), o è bambina o comunque minorata (l’ Assurdina Caì di Che cosa sono le nuvole?, Zumurrud de Il fiore delle Mille e una Notte).
Insomma, davanti ad una donna adulta, non necessariamente madre, dotata di un desiderio proprio, Pasolini che fa? Urlacchia sdegnato come un Ippolito qualsiasi accanto a Fedra! E va bene che le donne non gli interessano. Ma da qui a considerarle una minaccia apportatrice di lussuria e di corruzione alla castità del fantomatico maschio forte&casto della società preindustriale, ce ne corre.
A chi, per esempio, con robusto seppur miope buonsenso, gli faceva notare che era meglio la desolante visione della coppia mercificata ma “moderna”, piuttosto che quella, tabuata e arcaica, dei muti corteggiamenti sui sagrati delle chiese friulane, o delle fuitine sicule, o dei delitti d’ onore, Pasolini, insofferente alle finezze del dialogo e abituato ad argomentare a frasi oracolari, risponde nell’ unico modo possibile: ignorandolo.
Ci casca con tutte le scarpe. Emula proprio l’ atteggiamento heideggeriano che Adorno (sì sì, proprio lui), stigmatizza: distribuisce attorno a sé un tabù secondo cui ogni comprensione delle sue idee sarebbe contemporaneamente una falsificazione.
Perché? Perché è un coglione. Sopravvalutato.
E adesso, andate pure in deliquio per le Lettere luterane, provate a ravvisare parole profetiche sull’ attualità, negli Scritti corsari.
Guardate un po’ come è stato profetico. Chi aderisce più pronamenteOGGI a quel modello di coppia da lui stigmatizzato. Se i giovani maschi che a lui stringevano il cuore o le giovani mie coetanee che a me strappano un sorriso.
La castità sia sinonimo di forza. Soprattutto se accettata perché imposta – se accetti un’imposizione della società non sei più debole di qualcuno che la mette in discussione?
In ogni caso, le cose che non ho mai perdonato a pasolini sono altre e sono molte.
In primo luogo la maniera di porsi.
Non è una questione di dire delle buone cose con la bocca sporca di merda, pasolini è stata una figura politica e stato un socialista un comunista e un comunista non puo comportarsi cosi.
Intendiamoci non è un problema il fatto che si trombasse i ragazzini e nemmeno il fatto che se la tirasse come se fosse l’unico stronzo ad aver studiato in italia dai tempi di garibaldi ad oggi, e nemmeno il gusto sempre costante per la provocazione, anche quando rimaneva puramente fine a se stessa.
Il problema di pasolini è quello di aver voluto creare il mito pasolini, di avere imposto a se stesso un ruolo da aristocratico della cultura disceso per illuminare il volgo con la sua arguta sapienza. Di aver usato il socialismo per alimentare un suo personale culto del carisma che di socialista ha ben poco.
Un’altra questione che non gli perdono è quella di aver innescato, fra i molti intendiamoci, quella dinamica della provocazione continua del gusto di andare oltre esclusivamente per farlo che se all’epoca poteva sembrare rivoluzionario oggi è uno degli ingredienti chiave del sistema egemone.
In effetti non a caso molti tasselli dell’industria culturale berlusconiana vengono da quel tempo e da quella parte politica.
Preferisco un milione di volte una persona come Calvino che sulla questione degli stupri del circeo lo prese a schiaffi in bocca e gli fece fare la figura del bimbo.
L’ultima cosa che mi risulta insopportabile di pasolini è anche la piu grave.
Il suo (e scusate la metafora) fare il frocio col culo degli altri. si perche il nostro rantava da mane a sera contro la civilta dei consumi regalandoci meraviglie degne di fabry tipo la polemica contro le strade, ola polemica contro, udite udite, i capelli lunghi a suo dire generatori di una confusione morale che legittimerebbe i fascisti.
Questa roba me la aspetterei da un contadino di matera, non da un cretino che ha vissuto da rockstar della politica.
Per intenderci per fare le rockstar ci vuole un mercato della cultura, ci vuole un industria dell immateriale, e hai voglia a lamentarti che si stava meglio quando si stava peggio, ma quando si stava peggio tu non eri un cazzo di nessuno, non avevi neanche il pulpito necessario per poter raccontare le tue minchiate.
Ora quasta roba è veramente insulsa, è il solito vizio da arcitaliano, di fottere dal tavolo da cui si mangia oppure di lamentarsi a prescindere; aggravato dal fatto di pretendere di vomitare oro colato alle masse ignoranti, perche io SONO IL VATE etcetc.
Onestamente (e non è un giudizio artistico ma un giudizio politico) di una persona cosi se ne faceva veramente a meno.

(Nicolas Micheletti – Critica a Pasolini)

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

quattro.
A – Dirò che Pasolini sta al PCI come don Giuseppe Diana, il prete operaista trucidato dalla camorra a Casal di Principe il 19 Marzo del 1994, sta alla monarchia britannica o alla Chiesa di Roma. (Aldo Busi)
B – Pur avendo sempre apprezzato il linguaggio scorrevole e penetrante del Pasolini, provammo un senso di repulsione anche per i suoi scritti quando lo sentimmo vantarsi, con quella sua voce di intellettuale raffinato, quasi di giovane studente, di essersi stancato il braccio per procurare piacere a decine di giovani – i quali, per lo più, accettavano queste premure per compenso in denaro. E la sua tragica fine ci parve l’adeguato sigillo alla sua condotta di vita, una nemesi implacabile per chi troppo apertamente sfida quelle che, forse per retorica, forse per consuetudine, sono chiamate leggi di natura. (Valentino Brosio)
C – Quando penso a Pasolini, a come agiva rispetto alla società, alle cose, mi stimo molto poco. (Massimo Troisi)
D – Per impreziosire la pur sempre inutile polemica tra i detrattori di Muccino e gli estimatori di Pasolini, vorrei rimarcare le similitudini tra il capolavoro del primo, “L’ultimo bacio” e l’inedito del secondo, “L’ultimo bucio”.

cinque. «Spero che questo libro faccia discutere. A partire dal titolo, ho voluto fare un saggio per provare a cambiare pagina rispetto ai grandi temi irrisolti (o presunti tali) che riguardano la vita e la morte di Pier Paolo Pasolini». Pederasta, fautore dell’omosessualità di stampo platonico e aristotelico, reazionario, fervente antiabortista, infine protagonista suo malgrado di uno dei tanti misteri all’italiana. Mai nessuno prima d’ora s’era preso la briga di andare a indagare tanto a fondo e senza timori reverenziali il lato oscuro di uno dei più osannati intellettuali italiani del secondo dopoguerra. È questo il primo grande merito del giornalista e docente all’Università di Bergamo, Marco Belpoliti, autore del saggio appena uscito per Guanda, Pasolini in salsa piccante. Il secondo è quello di essere riuscito a sintetizzare in un agile pamphlet «ben 25 anni di studi, ricerche, documenti e articoli pubblicati su La Stampa ed Espresso», riportando alla luce e restituendo alla storia fatti dimenticati o volontariamente mantenuti sotto silenzio da certa sinistra «moralista e bacchettona», che invece, come Belpoliti stesso osserva, sono fondamentali per comprendere l’opera letteraria di Pasolini, perché ne costituiscono l’essenza. «L’etica di Pasolini – scrive l’autore nell’introduzione – si fonda sull’estetica omosessuale, come è evidente sin dal primo articolo comparso sul Corriere della sera nel gennaio 1973 e dedicato ai “capelli lunghi”, ai corpi dei ragazzi, scritto che ora apre Scritti corsari (1975). Certo – prosegue – c’è chi l’ha amato incondizionatamente anche a sinistra, in particolare tra i giovani aderenti al Partito comunista, cui Pasolini ha dedicato dopo il 1970 una forte attenzione e un’incrollabile speranza; ma anche questi ammiratori con ogni probabilità non hanno mai davvero preso atto della sua omosessualità, l’hanno ideologicamente sublimata, come accade sovente nell’entusiasmo dell’essere giovani, cogliendone gli esiti politici polemici ma non certo le premesse estetiche. Poi l’atteggiamento si è rovesciato: il mondo intellettuale, la società letteraria e quella giornalistica, e perfino la politica, sia di destra sia di sinistra hanno vissuto la morte di Pasolini alla stregua di un’accusa, come un ricatto cui era impossibile sottrarsi. Come in una nemesi divina, l’ammirazione verso il poeta ha finito per nascondere una sorta di rancore, di risentimento, prodotto dalla sua “diversità”, e tramutato nel suo opposto. Oggi, a trentacinque anni di distanza c’è chi ne fa la vittima, se non proprio il martire, delle trame occulte che dal 1969, e anche prima, hanno intorbidato e manipolato la storia del nostro paese».

Professor Belpoliti, Pasolini si è sempre detto comunista, eppure il suo rapporto con il partito è sempre stato molto difficile. Come mai?

Il suo non era comunismo come lo intendevano i dirigenti e i militanti di allora. Nel 1949 pochi giorni dopo aver ammesso davanti ai carabinieri  della Stazione di Cordovado «atti immorali ai danni di minori», e prima del processo, il partito lo espelle. A gennaio del 1950 arriva la sentenza di condanna per atti osceni in luogo pubblico, condonata per effetto dell’indulto. Ma Pasolini è già sulla via di Roma e nei primi anni Sessanta comincia a scrivere sulla rivista Vie nuove. Ma durante il Sessantotto c’è una nuova rottura, pertanto il rapporto con la sinistra è stato sempre molto complesso. Togliatti, ad esempio, lo odiava e lo paragonava a D’Annunzio. Ma se guardiamo al suo film Salò e all’immagine del giovane repubblichino che è a letto con la ragazza di colore e che mentre viene ucciso dai suoi camerati solleva il pugno, ecco, quello sta a significare che un rapporto con i giovani comunisti c’era. Non è un mistero che Pasolini riponesse molta fiducia in Borgna, Bettini, Veltroni, nell’esperienza di Città futura. Le dico, però, che non esiste ancora uno studio approfondito su questi argomenti. Con un mio studente stiamo raccogliendo materiale da anni.

Pasolini si diceva comunista, ma era credente, antiabortista e contro la contraccezione.

Lui si schierava contro l’aborto perché era omosessuale. Dice esplicitamente che il coito omosessuale a differenza di quello etero non produce sovrappopolazione.

E gli anticoncezionali?

Dacia Maraini ci litigò furiosamente per questo. Anche Moravia, che era un suo amico, si è schierato contro quella che definisce una posizione reazionaria di Pasolini. Posizione antifemminile fortissima, prima ancora che antifemminista. Per Pasolini la donna non è la natura. È l’altro che lui non accetta. L’ha scritto negli Scritti corsari.

Nel 1949 era “andato” con un quindicenne pagandolo. Oggi rischierebbe l’imputazione per pedofilia e prostituzione minorile.

Se fosse ancora vivo, rifiuterebbe l’amore omosessuale tra adulti. Lui era un adulto che voleva avere un amore omosessuale con ragazzi eterosessuali. Questa è l’estetica pasoliniana. Non avrebbe mai accettato di far l’amore con un uomo sposato. Anche per questo il movimento gay ha rifiutato Pasolini. Lo ha combattuto, perché lui non aveva un’idea di rapporto alla pari. Ecco dunque l’adulto con il ragazzo, l’intellettuale con il ragazzo del popolo. Queste non sono cose che dico io ma che lui ha scritto e detto con grande chiarezza. Pasolini appartiene a un mondo pre moderno. È legato a Platone, al mito didattico, dell’educazione. In questi giorni, l’occasione dei trentacinque anni dalla sua scomparsa sembra aver dato il la a una gara tra opposte fazioni per schierarlo tra le proprie file. Il Secolo d’Italia gli ha dedicato un numero monografico, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, annunciando il progetto di un museo da dedicargli, lo ha definito un artista capace di parlare a tutte le culture.

Pasolini era di destra o di sinistra?

Non dimentichiamoci che i giornali di destra lo attaccavano ferocemente. Io vorrei sapere dal sindaco Alemanno se in quel museo ci sarà spazio anche per i ragazzi di vita. E se Pasolini fosse vivo, cosa scriverebbero oggi Libero e il Giornale? In realtà penso che Pasolini non sia di nessuno. È scandaloso e per questo imbarazzante ancora per tutti. Pasolini è Pasolini. È un reazionario ma è anche un comunista. È un uomo arcaico ma è anche un uomo della modernità. Insomma, è una contraddizione vivente. Io con la mia idea di seppellirlo simbolicamente, di mangiarlo in salsa piccante, ho voluto restituirlo alla sua storicità.

Lei scrive che la vera omissione nei suoi confronti è proprio nella mancata accettazione di come lui viveva la propria omosessualità.

La sua attrazione non per il mondo gay ma per i ragazzi eterosessuali, che oggi si chiamerebbe pederastia, costituisce la radice vera della sua lettura della società italiana, l’elemento estetico su cui Pasolini ha fondato la critica della società dei consumi. Le scomparsa delle lucciole per colpa dell’inquinamento non è solo la metafora della modernizzazione senza sviluppo. È anche la rappresentazione della scomparsa dei ragazzi eterosessuali con cui lui cercava l’incontro sessuale. Dai suoi studi emerge che le contraddizioni non sono solo in Pasolini. È vero. All’inizio, la sinistra lo ha ripudiato ed espulso. Ma poi, quando diventa un intellettuale importante torna a dialogarci. Alla sua morte ne fa addirittura una specie di profeta. Pasolini è anche stato usato come un maglio per schiacciare gli altri intellettuali. Quante volte negli anni Settanta e Ottanta si è sentita la domanda “che cosa avrebbe detto Pasolini di fronte a questa o quella questione?”. Oggi sono arrivati a farne un santino, una specie di padre Pio. La realtà è che aveva capito molte cose e altre no.

Lei è molto critico con chi considera irrisolto il giallo dell’omicidio di Pasolini. Ci può spiegare perché?

Io non sono contrario alla riapertura del processo. Non ho mai scritto che sia stato solo Pelosi a ucciderlo, ma è molto probabile (come hanno dimostrato in tanti, a partire da Marco Tullio Giordana nel suo film Un delitto italiano) che sia un delitto commesso da più persone, e che i responsabili ancora non siano stati tutti scoperti. Per cui io sono d’accordo con chi sostiene che le indagini siano state fatte male e in modo frettoloso. Semplicemente ritengo che l’omicidio di Pasolini non sia uno dei tanti misteri all’italiana. In molti a sinistra hanno aderito alla teoria del complotto architettato dai servizi segreti deviati per eliminare Pasolini che in Petrolio avrebbe svelato gli autori degli attentati neofascisti di fine anni Sessanta. Lei cosa ne pensa? Penso che la sinistra in Italia non abbia mai preso atto della propria sconfitta politica e per questo fantastichi la presenza di forze occulte dietro a qualunque momento cruciale della vita socio-politica del Paese (stragismo, caso Moro e così via). Non che la Gladio non sia mai esistita, ma negli ultimi 40 la sinistra non guarda più in faccia la realtà e le dinamiche che muovono la società. Considero sintomo di paranoia questo voler a tutti i costi far rientrare la morte di Pasolini in uno dei misteri italiani. E ribadisco che la verità di questa storia è semplice e sotto gli occhi di tutti.

E qual è?

È scritta in Petrolio ma anche negli articoli raccolti in Scritti corsari e Lettere luterane. Pasolini ha attinto ai rapporti dei servizi segreti pubblicati sul più importante settimanale italiano dell’epoca, da fotocopie di libri che gli aveva fornito Elvio Fachinelli. Ma Pasolini era un visionario. Può aver visto anche più vero del vero ma la sua è letteratura. Io non penso che si uccida uno scrittore per questo.

(Federico Tulli – Pasolini fuori dal mito; apparso su LEFT 44/2010)

170655136-a6790e52-8874-42fd-ba1f-ed61064ab005

sei.
A – L’aborto è una sconfitta della ragione e dei sentimenti, un crimine legalizzato, utile soltanto a rafforzare il relativismo etico tanto caro al potere consumistico. Per questo penso che nessuno possa dirsi abortista, per questo ritengo che la guerra all’aborto sia l’unica guerra in cui lo sconfitto è chi non combatte.
B – Oggi la libertà sessuale della maggioranza è in realtà una convenzione, un obbligo, un dovere sociale, un’ansia sociale, una caratteristica irrinunciabile della qualità di vita del consumatore.
C – Procreare è un delitto ecologico
D – L’Italia non ha avuto una grande Destra perché non ha avuto una cultura capace di esprimerla.
E – L’uomo medio dei tempi del Leopardi poteva interiorizzare ancora la natura e l’umanità nella loro purezza ideale oggettivamente contenuta in esse; l’uomo medio di oggi può interiorizzare una Seicento o un frigorifero, oppure un week-end a Ostia.
F – Noi intellettuali tendiamo sempre a identificare la “cultura” con la nostra cultura: quindi la morale con la nostra morale e l’ideologia con la nostra ideologia. Questo significa: 1)che non usiamo la parola “cultura” nel senso scientifico, 2)che esprimiamo, con questo, un certo insopprimibile razzismo verso coloro che vivono, appunto, un’altra cultura.

sette. Ieri sera il cinema Trevi di Roma, in occasione della proiezione della versione restaurata di SALO’ O LE 120 GIORNATE DI SODOMA (a chiusura della settimana di programmazione di tutta l’opera cinematografica pasoliniana) era in sold out, non una poltrona libera: sala gremita soprattutto di signore di mezza età ingioiellate e tirate a lucido. Per vedere (o rivedere) che cosa? Ragazzi costretti da vecchi depravati ad inchiappettarsi tra di loro o a farsi rompere il culo da quei vecchi stessi, ad abboffarsi di merda, a farsi orinare in faccia, a inghiottire polenta infarcita di chiodi e a farsi mozzare la lingua e cavare gli occhi. Gira che ti rigira, se vuoi riempire un cinema devi darci dentro con sesso e violenza. Con la scusa del discorso culturale del sommo poeta, tutti a gongolarsi (in pochi hanno tenuto gli occhi bassi durante le scene più efferate o si sono alzati per non ritornare) dell’interminabile sequela di aberrazioni filmate da Pasolini con malcelato coinvolgimento e distacco solo apparente. Situazione che mi ha ricordato certi momenti de IL COMUNE SENSO DEL PUDORE di Sordi. Al termine della visione si è fatto finta di aver assistito ad un capolavoro, ma si è trattato solo di una rugosa (nonostante il mediocre restauro) pellicola invecchiata malissimo, con momenti di ridicolo involontario (sottolineati dalle grasse risate che mi son fatto con alcuni amici): a parte il gelido e inquietante Duca di Paolo Bonacelli, gli altri tre aguzzini (interpretati da generici di Cinecittà o attori improvvisati), coi loro occhi storti e i loro mutandoni fantozziani, sembravano usciti dal peggior film di Salce. Ad un certo punto, uno di essi si addobba in una maniera tale che nemmeno la Franca Valeri di BASTA GUARDARLA aveva osato tanto. E Bonacelli impreca con un ridicolosissimo “porco Giuda!”. Ad un essere così depravato non scappa neppure un “porco Dio”??? In quegli anni imperanti di film a luci rosse, parecchi registi (Lizzani, ad esempio) hanno buttato alle ortiche una carriera per raccattare ancora qualche soldo: Pasolini non si tirò indietro, anzi fu primo ispiratore di almeno due redditizi filoni trash del cinema di provincia (decamerotico e nazierotico). E bravo Pierpaolo!

(Andrea Schiavi – Peperoni)

183245953-1bcbb482-24f9-4213-984d-67877668d7f5

otto.
La libertà sessuale è necessaria alla creazione? Sì. No. O forse sì. No, no, certamente no. Però… sì. No è meglio no. O sì? Ah, incontinenza meravigliosa! (Ah, meravigliosa castità.)
(Saggi sulla politica e sulla società)
Chi si scandalizza è sempre banale: ma, aggiungo, è anche sempre male informato.
(Lettere luterane)
L’aspetto più importante di New York è la miseria, anzi il sottoproletariato
(Intervista alla Fallaci mentre mangiava aragosta)

nove. Pier Paolo Pasolini, regista.
Leggo tanto di lui in questi giorni, ovunque. Lasciatemi dire la mia, ciò che penso da quando iniziai a sognare di diventare, un giorno, regista. Avevo diciott’anni e avevo tantissimi riferimenti che ancora oggi sono rimasti tali e altissimi.
So che quello che sto per dire suonerà impopolare e forse chissà, sacrilego? Ma per quanto io ami Pasolini pensatore, giornalista e scrittore, ho sempre pensato che Pasolini regista fosse fuori posto, anzi, semplicemente un “non” regista che usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile, senza un punto di vista meramente cinematografico sulle cose che raccontava, in anni in cui il cinema italiano era cosa altissima, faceva da scuola di poetica e racconto “cinematico” e cinematografico in tutto il mondo.
In quegli anni Pasolini regista aprì involontariamente le porte a quella illusione che il regista fosse una figura e un ruolo accessibile a chiunque, intercambiabile o addirittura improvvisabile. La dissoluzione dell’eleganza che il cinema italiano aveva costruito, accumulato, elaborato a partire da Rossellini e Vittorio de Sica per arrivare a Fellini, Visconti, Sergio Leone, Petri, Bertolucci e tanti, davvero tanti altri Maestri, rese il cinema un prodotto avvicinabile da coloro che il cinema non sapevano di fatto farlo. Non basta essere scrittori per trasformarsi in registi. Così come vale anche il contrario. Il cinema Pasoliniano aprì le porte a quello che era di fatto l’anti cinema in senso estetico e di racconto. Il cinema italiano morì da lì a pochissimi anni con una lunga serie di registi improvvisati che scambiarono il cinema per qualcos’altro, si misero in conflitto (come fece Nanni Moretti) con i Maestri che il cinema lo avevano nutrito per decenni e di fatto distrussero con tutti quelli che seguirono quella scia di arroganza intellettuale rifiutando anzi demolendo la necessità da parte del Cinema di essere un’arte POPOLARE e lo privarono, di fatto, di un’eredità importante che ci portò dall’essere la seconda industria cinematografica più grande al mondo ad una delle più invisibili.
Con legittimo e immenso rispetto per Pier Paolo Pasolini poeta e narratore della nostra società quando ancora in pochi riuscivano a interrogarla, provocarla e analizzarla, il cinema è però altra cosa.

(Gabriele Muccino)

maxresdefault

dieci. Non di Pier Paolo Pasolini vorrei parlare ma del pasolinismo, vale a dire di un’ideologia diffusasi a macchia d’olio nell’Italia dei quarant’anni successiva alla sua morte. Questa ideologia si è nutrita, ripetendola come un ritornello, della concettualità prodotta dal Pasolini “corsaro” in articoli e interventi pubblici che non hanno certo bisogno di essere qui ricordati. Se il poeta Pasolini, il cineasta Pasolini, lo scrittore Pasolini possano poi essere effettivamente ridotti al pasolinismo è questione aperta sulla quale è perlomeno prudente non pronunciarsi. Noto soltanto che in tempi non sospetti, siamo nel 1965, quando Pasolini era ancora bel lungi dal diventare la santa icona dell’intellettualità italiana, Alberto Asor Rosa, tenendo conto della produzione poetica, dei romanzi e delle primissime esperienza cinematografiche, aveva scritto pagine mirabili nelle quali aveva colto il tratto specifico della poetica pasoliniana in un certo populismo estetizzante e decadente, così coerente con l’italica tradizione. Ma non è questo il punto. Ciò che mi interessa – anche per ragioni autobiografiche, essendo io cresciuto nell’Italia post-Pasolini – sono le ragioni del consenso generalizzato, entusiasta, talvolta addirittura fideistico, che, come un’onda irresistibile, la proposta teorica e critica del Pasolini corsaro ha suscitato.
È un consenso che, caso quasi unico nella storia culturale italiana, trascende le appartenenze politiche come quelle religiose. Destra e sinistra (estrema destra ed estrema sinistra comprese), tradizionalisti cattolici e laici irriducibili, critici conservatori della cultura e aspiranti modernizzatori del paese, possono discutere e contrapporsi su tutto, ma su “Pasolini” – le virgolette sono d’obbligo – si riconoscono. Su quel “Pasolini”, teorico della “mutazione antropologica”, della “omologazione” e del “genocidio culturale” operata dal tardo-neo-post ecc. capitalismo, tutti giurano concordi. Tutti ne verificano la “straordinaria attualità”, tutti ne lodano le capacità “profetiche”, tutti ne lamentano la “mancanza” con accenti toccanti. Presso i più ferventi è ormai invalsa la regola di rivolgersi, secondo lo stile della confessione di fede, con il “tu” all’“amico” scomparso. La cosa veramente stupefacente è che il consenso non è di facciata. Non è affatto vero che ognuno rende omaggio al suo Pasolini, piegandolo alle proprie particolarissime esigenze. È proprio lo stesso Pasolini quello che intendono tutti. A richiesta, sarà ora la (brutta) poesia sul ’68 ora la (splendida) tirata di Orson Welles nella Ricotta, ad essere citata come esempio di una radicalità che al presente farebbe difetto. L’unanimismo è tale da avvolgere in una sorta di “spirale del silenzio” chi volesse ancora problematizzare il pasolinismo: quando in una democrazia la pressione dell’opinione pubblica si fa asfissiante, spiegava la sociologa tedesca Noelle-Neumann, il dissenziente si auto-censura per l’umanissimo timore dello stigma sociale.
Ebbene, se mi è permesso un enunciato paradossale, il consenso generalizzato riservato alle analisi del Pasolini corsaro è un fenomeno che avrebbe attratto senz’altro l’attenzione del Pasolini “empirista eretico”. Perché gli intellettuali italiani si sono specchiati nel pasolinismo? Che cosa c’era di così seducente in quella diagnosi senza speranza? Certamente il Pasolini corsaro non aveva il pregio dell’originalità teorica. Il Marcuse dell’Uomo a una dimensione e l’Ivan Illich critico delle pseudo-liberazioni indotte dalla modernità, per citare solo due nomi già ben noti negli anni ’60, avevano affrontato la medesima questione e lo avevano fatto con maggiore finezza. La coeva microfisica del potere di Michel Foucault risulta poi infinitamente più articolata e complessa della concezione pasoliniana di un Potere, rigorosamente con la maiuscola a capolettera, che verrebbe dall’alto a schiacciare corpi assettati di vita – un Potere che è la prefigurazione di quella Casta che salirà agli onori della ribalta trent’anni dopo. E se si risale ancora più indietro nel tempo si ritrovano, senza difficoltà, tracce del pasolinismo in tutta la critica conservatrice della cultura di marca tedesca, dalla filosofia della storia di Spengler alla contrapposizione, formulata da Joseph Görres, di “anima” (cioè vita) e “spirito” (cioè tecnica). La cultura di destra non si deve, quindi, giustificare per aver fatto largo uso del pasolinismo: semplicemente si è riappropriata di qualcosa che apparteneva al suo DNA, almeno da quando la celebre sentenza nietzscheana le aveva offerto il destro per la denuncia di un mondo disertato da Dio, lasciato in balia di un puro calcolo e oggetto di una pianificazione incessante che fa astrazione da tutti i “valori” trascendenti (cioè “mutazione antropologica”, “omologazione” e “genocidio culturale”…).
E allora perché Pasolini ha infiammato i cuori di tutti, anche (e soprattutto) a sinistra, quasi che nel suo pessimismo vi fosse una risposta che si attendeva da lungo tempo e che nessuno aveva osato ancora fornire con tanta nettezza? Che cosa veniva restituito agli intellettuali italiani attraverso una voce che la morte, che molto assomigliava al martirio di un santo, aveva reso ancora più autorevole? Con le sue veementi denunce e con la testimonianza della sua esistenza, il Pasolini corsaro aveva, per così dire, consacrato quella che mi arrischierei di definire l’ideologia italiana e lo aveva fatto nel tempo della sua massima crisi, proprio quando sommovimenti politici, trasformazioni sociali, rivoluzioni epitemologiche, avevano più che mai messo in questione quella tradizione, lasciando l’intellettuale italiano (cioè il “letterato”) sguarnito, privato della sua specifica “aura”, in uno stato di disorientamento e sradicatezza, costretto a fare i conti, senza più ripari, con quella “modernità” copernicana che, da sempre, aveva osteggiato.

(Rocco Ronchi – Critica al Pasolinismo)

undici. “Vorrei dirlo proprio ai suoi più accaniti ammiratori: per carità non fatene un santino. Un destino che Pier Paolo non si merita”. Cinquant’anni fa lo stroncò ferocemente in Scrittori e popolo come un piccolo-borghese piagnucoloso, romanziere fallito e refrattario all’avanguardia. Oggi rivede (ma solo in parte) le sue critiche e del polemista corsaro rimpiange la capacità profetica, seppure mossa da premesse reazionarie. Alberto Asor Rosa ripercorre il suo inquieto rapporto con Pasolini, mettendo in guardia dalla nuvola di incenso che rischia di neutralizzarne la carica dialettica.

Dallo “scandalo del contraddirsi” all'”icona pop” di oggi: il percorso di Pasolini risulta quasi paradossale. “Basta fare il raffronto con l’anniversario di Calvino, di cui ricorre il trentennale. Il clamore per Pasolini è enormemente più forte”. Come lo spiega?
“Calvino ha battuto una strada coerente con la sua natura di scrittore e intellettuale: il discorso razionale non intriso di passionalità e polemica. Pasolini evidentemente ha battuto la strada opposta. E la sua passionalità finisce per incontrarsi di più con gli strumenti della civiltà massmediatica”.

Sta dunque dicendo che l’intellettuale che ci aveva messo in guardia dalla dittatura dei consumi rischia di essere il più consonante a questa civiltà?
“Entra di più nei suoi circuiti di comunicazione. La mia non vuole essere una critica postuma. La forza polemica di Pasolini consiste in una peculiarità: nell’atto di formulare giudizi e valori esibisce totalmente se stesso. Calvino fa l’operazione opposta: svolge la sua polemica politico-civile rifiutando di esibirsi. L’esibizione di se stessi è uno dei tratti fondamentali della nostra era massmediatica”.

La corporeità di Pasolini è centrale in questo discorso.
“Mi viene in mente quella serie di fotografie che si fece scattare nel suo ritiro del Cimino mentre scrive nudo. Se lo immagina Calvino in mutande? Ma non è un giudizio di valore, è pura descrizione “.

Perché si preoccupa tanto di non apparire critico? Cinquant’anni fa lo fece a pezzetti.
“No, io rifiuto questa vulgata. La mise in giro il medesimo Pier Paolo, ma non era così”.

Lui ci rimase molto male.
“Ci incontrammo in un’assemblea alla Sapienza, alcuni anni dopo l’uscita del libro. Io ero seduto in prima fila e lui, passandomi davanti, mi fulminò con lo sguardo a mirino: “Asor, l’uomo che mi ha fatto più male nella vita””.

Perché l’aveva stroncato?
“Io però vorrei correggere questo stereotipo. Nel saggio apparso su Scrittori e Popolo ci sono due Pasolini. Uno è quello che punta a scavarsi un posto di rilievo nella cultura contemporanea ammiccando alla linea progressista ufficiale: il verbo comunista. E di questa spinta sono il frutto i romanzi romani, che io trovo intollerabili proprio perché mescolano le sue pulsioni naturali con il quadro ideologico populista del canone ufficiale”.

Ma i critici comunisti lo accolsero con sospetto.
“E lui reagì con stupore: ma come è possibile? Ho scritto quei romanzi proprio tenendo conto della vostra linea… ”

Questo Pasolini non le piaceva.
“E continua a non piacermi. Ma in quel mio saggio c’era anche un altro Pasolini, l’autore delle poesie e dei romanzi friulani, espressione autentica del suo rapporto elegiaco con il mondo popolare. E c’era anche il Pasolini delle Ceneri di Gramsci , dove lui riflette criticamente e autocriticamente sul suo stare al mondo e sul suo rapporto con l’Italia contemporanea. Il mio giudizio era già allora articolato e lo sarebbe diventato ancor di più nei passati decenni”.

Sì, certo, non fu solo stroncatura. Ma nella parte critica non mancano passaggi molto aspri. Soprattutto quando lei lo rimprovera atteggiarsi a “povero martire che invoca grazia e pietà”, che “pretende tregua e dunque confessa inferiorità”, che in sostanza “chiede di essere amato anche dal nemico”.
“Ma su questo non ho dubbi. Anche qui il parallelo con Calvino è utile: Calvino non ha alcun bisogno di essere amato perché la sua intellettualità e la sua natura sono autonome. Pasolini aveva un urgente bisogno di essere riconosciuto. Prima accennavo alla richiesta di comprensione e di aiuto che avanzò alla cultura progressista: comprensione e aiuto che i critici comunisti si guardarono bene dal concedergli. In sostanza il bisogno di riconoscimento gli venne negato non solo dal ceto dominante conservatore e democristiano, ma anche da quella cultura comunista che sarebbe dovuta essere la interlocutrice privilegiata. Questo accentua il suo conflitto con il mondo fino agli esiti tragici finali”.

(Alberto Asor Rosa – Intervista a La Repubblica)

dodici. nell’ennesimo anniversario della morte di Pasolini, anche chi non aveva mai letto una riga contestualizzata o visto per intero un suo film ha pensato bene di celebrarlo con toni entusiastici, spesso denigrando e insultando chi, come Gabriele Muccino, ne ha invece evidenziato i limiti.
non tanto per alimentare una discussione, subito scaduta, quanto per tracciare i contorni di una professione che Pasolini non ha manco sfiorato io mi sono subito dichiarato fan del pensiero di Muccino, sia perché condivido il pensiero sulla povertà di idee e di tecnica del cinema di Pasolini, che perché a me poeticamente non mi ha mai evocato nulla.
in più, serenamente, faccio fatica a distinguere la coerenza di quello che si scrive con la coerenza di quello che si fa, e in questo Pasolini era un dominatore incontrastato di difetti e colpe: le condanne per pedofilia, l’eccessivo cattolicesimo, la critica da eterno borghese al sistema borghese, gli scritti contro la televisione (niente di più ovvio e di meno ovvio), i reati, le cacciate, lo snobbismo, il finto proletariato, le macchine sempre più grandi, le presunte verità sempre più spacciate come oracoli di divinità dalla mente superiore, il marxismo alla matriciana, l’essere antiabortista e contro i profilattici, l’induzione alla prostituzione minorile, i rapporti con Adorno e l’estrema destra, persino il suo delitto spacciato per politico, sono elementi che uniti tutti insieme sfondano le porte dell’incoerenza e diventano aberrazione, esagerazione, profonda tragicità.
avallando quelle poche righe profetiche (comunque poco originali) si sdogana un personaggio che non solo non ha regalato cultura ma ci ha privato del senso professionale della settima arte: il suo cinema, visto ora come allora, regala sghignazzi, pessime interpretazioni, buchi narrativi, porcherie accennate, sbandamenti, attori e tecnici improvvisati, sdegno, schifo e lunghissimi sbadigli.
alla fine non era un poeta, non era uno scrittore, non era di certo un cineasta o un regista, non era un commentatore, non era niente: il niente applicato al niente sapientemente condito di arte retorica narcisivamente borghese quanto pleonastica.
mi leggo Tondelli, che è infinitamente superiore:

Notte raminga e fuggitiva lanciata veloce lungo le strade d’Emilia a spolmonare quel che ho dentro, notte solitaria e vagabonda a pensierare in auto verso la prateria, lasciare che le storie riempiano la testa che così poi si riposa, come stare sulle piazze a spiare la gente che passeggia e fa salotto e guarda in aria, tante fantasie una sopra e sotto all’altra, però non s’affatica nulla. Correre allora, la macchina va dove vuole, svolta su e giù dalla via Emilia incontro alle colline e alle montagne oppure verso i fiumi e le bonifiche e i canneti. Poi tra Reggio e Parma lasciare andare il tiramento di testa e provare a indovinare il numero dei bar, compresi quelli all’interno delle discoteche e dei dancing all’aperto ora che è agosto e hanno alzato persino le verande per godersi meglio le zanzare e il puzzo della campagna grassa e concimata. Lungo la via Emilia ne incontro le indicazioni luminose e intermittenti, i parcheggi ampi e infine le strutture di cemento e neon violacei e spot arancioni e grandifari allo iodio che si alzano dritti e oscillano avanti e indietro così che i coni di luce si intrecciano alti nel cielo e pare allora di stare a Broadway o nel Sunset Boulevard in una notte di quelle buone con dive magnati produttori e grandi miti. Ne immagino ventuno ma prima di entrare in Parma sono già trentatré, la scommessa va a puttane, pazienza, in fondo non importa granché.
Pasolini è l’aberrazione del narcisismo borghese.

tredici. Tutto è buono quando è eccessivo!
(Pasolini – Salò o le 120 giornate di Sodoma)

12190798_10207032999636826_3898088103442020195_n

Annunci

From → Voci nel Deserto

Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: