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la morte del teatro è imputabile a chi ne scrive

marzo 10, 2016

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Bisognava far passare qualche giorno prima di scrivere di questa cosa, lasciare che si posassero le emozioni, gli esibizionismi di categoria, le contraddizioni e le dichiarazioni mai arrivate, ma bisognava ridisegnare la dignità di una professione, prima di affermare:
gli editoriali post mortem sugli attori suicidi, che tracciano parallelismi sulla condizione del teatro, sono la peggior forma di promozione per pseudo giornalisti affogati nel loro nulla cosmico.
Ovviamente subito a commentare le morti si sono scatenati, come avvoltoi, i più sedicenti editorialisti di settore, sbandierando dati, conoscenze, lunghe amicizie o anche solo indignitose generalizzazioni, spammando ovunque articoli che paragonavano la morte sul palco di un attore e il suicidio di altri due, alla profonda crisi di mezzi, denaro, idee e solidarietà del mondo del teatro. Un eccesso di arrivismo che sprofonda nella tristezza.

Per quanto le intenzioni degli articoli siano nobili e parzialmente condivisibili, diciamo che la riflessione – anche se cauta e riguardosa – nei confronti dei suicidi ricordati appare piuttosto pretestuosa e inappropriata. In Italia le statistiche contano circa 4000 suicidi all’anno, su una popolazione – escludendo i bambini – di circa 50.000.000 di persone. E’ lo 0,01%. I lavoratori dello spettacolo, restringendo la conta agli attori, secondo varie stime, sono circa 100.000. 2 o 3 suicidi all’anno su 100.000 lavoratori (parlo di lavoratori, poiché gli articoli propongono un’interpretazione in particolare sulle condizioni sociali del lavoro) sono circa lo 0,003% del totale. Quindi non mi pare si possa ricavare una rilevanza del problema sociale/esistenziale rispetto alla categoria dell’attore.
Insomma forse sarebbe stato meglio evitare questo parallelismo per poi parlare dei fondi pubblici per il teatro o per promuovere le proprie idee sul teatro di ricerca nei teatri occupati o la programmazione triennale promossa dal ministro Franceschini.

Per quanto le responsabilità a lato possano essere imputate alle svariate classi dirigenti che, negli anni, hanno sempre snobbato e denigrato il mondo dell’arte, la ricerca principale va condotta all’interno dello stato di precarietà perenne che regala qualsiasi impiego nel settore. Una cosa di cui si è consapevoli sin da quando si comincia e che spesso viene ribadita dai migliori degli insegnanti delle scuole pubbliche.
Un fattore che i giornalisti hanno volutamente ignorato, forse per spingere altrove l’argomento, non tenendo conto che il mestiere dell’attore è lontano dai riflettori e dai red carpet, dalle feste cafonal e dagli articoli scandalistici, ma si misura con studio e costanza, solidità e passione imperitura. Invece tutto riesce solo a farmi pensare a quanto tali articoli paradossalmente istighino al suicidio o comunque lo rendano leggittimo atto finale causa disperazione da crisi del sistema.

Ho sempre pensato che il suicidio sia un dramma tra i più democratici. Chi si avvicina alla disperazione, tanto da pensare che non valga la pena vivere, non ha mestiere, non ha religione, non ha famiglia, solo una totale disperazione. Una disperazione che non si racconta perché chi l’ha vissuta non può, ovviamente, descriverla. Nessuno può capire cosa passi per la mente di una persona che decida di finire il proprio viaggio e che metta in atto questo intento. Perché pensare di farlo e farlo sul serio è diverso. Il male di vivere ti toglie il respiro e la vita. Non c’è niente da capire, né da fare. Magari il silenzio potrebbe offrire un po’ di dignità a queste, come a tutte le morti forzate. E  un articolo autoincensante non risolve nulla, non spiega, semmai confonde. Chiudere i post con i curriculum è ancora peggio!

Il teatro è in crisi perché i produttori e i direttori di un tempo hanno sbagliato, semmai perché i giornalisti della carta stampata hanno spinto in alto i più noiosi e qualcuno c’è pure cascato. Gli attori non hanno responsabilità e non devono pagarne le colpe. Scrivere di pensioni, associazioni, sindacati, contributi, conformismo piccoloborghese, mancanza di dignità, attori beneficati o solitudine, non ha -semplicemente- senso. A meno che non lo si faccia sempre. Con più cura.

(coll: Brandi + Mecca)

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