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SCARAFAGGI

ottobre 8, 2017

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PAT, passi teatrali, Premio inDivenire, Spazio Diamante
presentano

SCARAFAGGI

di Nick Russo
con Eleonora Belcamino, Giacomo Bottoni
Federica Gumina, Alberto Paradossi, Nick Russo
aiuto regia Mily Cutrera di Montesano
costumi Noemi Intino
impianto scenico, luci e regia Massimiliano Vado

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la conferenza stampa di presentazione del Festival, con Giampiero Cicciò

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SCARAFAGGI di Nick Russo
note di regia di Massimiliano Vado

Segnare di claustrofobia e caldo l’attesa del nulla.
Aspettare di partire senza sapere se veramente si ha un luogo dove andare.
Ogni singolo rumore è amplificato dalla paura e dall’inconsapevolezza di quello che sta succedendo.
Uno scenario post apocalittico concentrato in una stanza, e cinque personaggi che si completano nella propria distruzione.
Non c’è via d’uscita e lo si capisce dopo pochi minuti, ma non è la cosa più importante.
Quel che preme è far succedere di tutto senza che accada niente, senza che nessuno si sposti.
Fuori ci sono gli zombie? Dei mostri? Chissà.
Qualcosa si muove, dentro. ed è quello che fa più baccano.

Anche io, come regista, sono stato sedotto dal lato oscuro del teatro, quello che si specchia nelle provocazioni giovanilistiche delle serie televisive e nella diagonali rappresentativa contemporanea del Grand Guignol;
inevitabilmente, dovremmo dire, perché l’itinerario registico che avevo predisposto teneva conto dell’impegnativo confronto con il paradigma cinematografico horror e della concentrazione attenzionale richiesta da un pubblico di non abbonati e con l’età decisamente sotto la media classica.
Una seduzione a cui è difficile sottrarsi.

È comunemente invalso che per cercare l’uomo cui i suoi trasalimenti le sue speranze, i suoi dubbi e le sue paure, e per scandagliarne il fondo nebuloso indistinto dove si annida l’incontaminata ricchezza del pensiero, occorre sottoporre il testo di scarafaggi, ad una analisi impietosa  quanto cinica:
la regia di un corpo testuale così complesso, in cui di fatto si attende che accada qualcosa, senza sprofondare come in una sabbia mobile nell’immaginario beckettiano, pone i suoi pilastri di partenza nell’eliminazione ridondante di qualsiasi scappatoia interpretativa, annulla la teatralità del gesto e si impossessa dell’anima.
Rappresentazione come vissuto, senza passare colpevolmente per la performance.

I segni della paura si disegnano addosso agli attori, lo sforzo si moltiplica e drammatizza se stesso solo nell’amplificarsi di una realtà, per arrivare al midollo delle parole solo dopo un pensiero concordato ma -ogni sera- originale.
Segna il disegno registro lo scatenamento fantasioso delle biografie dei cinque personaggi, sempre in scena, spesso sotto tensione, perennemente alla ricerca di se stessi così come di una via d’uscita.
Le rette inter relazionali sono lo scheletro di quello che mi interessa: come ognuno di loro guarda e si relaziona con gli altri, seguendo percorsi definiti allo spasimo e nuotando emozionalmente in un luogo che di reale ha solo la percezione estrema.
La sospensione della credulità richiesta dalla sacralità del luogo, proietta, di fatto, lo spettatore, nella stessa angoscia, della stessa situazione, nella stessa ambientazione. È questo l’intento principale.

La sollecitazione della creazione avviene mediante il processo di analisi che si comincia durante le prove, non senza tralasciare gli obblighi dettati dalla compatibilità della struttura narrativa, e si approfondisce obbligatoriamente differenziando le repliche per protagonismi poetici.
A guidare la recitazione è il testo, non certo l’egoriferimento.
Innescare il meccanismo principale con il solo smottamento emozionale, rilasciare adrenalina con sapienza programmatica ma destrutturando giornalmente, nuovi obiettivi attoriali, sia per assecondare la mia visione che prospetta la mancanza di ripetizione, nel perdurare delle repliche, che per centrare una lettura dello spettacolo Scarafaggi che sia proclamata quanto intima.
Credo sia l’unico modo di lavorare.

 

Gli scarafaggi hanno fame. Gli scarafaggi cercano di sopravvivere. In situazioni critiche, come un attacco nucleare, sono alcune delle pochissime forme di vita che possano sopravvivere. La natura gli ha donato risorse genetiche che ricompensano benissimo il loro forte attaccamento alla vita, resistenze fisiche che spingono il loro corpo quasi a qualsiasi flessione. Non hanno problemi ad adattarsi, ad alimentarsi se necessario, se la situazione lo richiede, al limite del commestibile. Si raggruppano in maniera gregaria anche se ogni individuo ha in realtà una sua personalità che gli permette anche emergere dal gruppo, distinguendosi in qualcosa.

Anche noi siamo come gli scarafaggi, se dobbiamo. Non è necessaria di questi tempi un’esplosione nucleare per arrivare ad osservare un paesaggio post apocalittico come quello che ho visto ricreato dalla messa in scena di questo spettacolo. Basterebbe un’epidemia, un qualche scherzo creato della genetica dell’uomo che gioca a fare dio o magari anche una semplice invasione. Non è importante. Quello che c’è di importante è che noi esseri umani avremmo delle ben precise reazioni ad un mondo del genere. QUELLE ci interessano. E le ho viste, in pieno.

Buio. Suono di pioggia, la scena spoglia, quattro luci angolate in un quadrato e collegate idealmente da una traccia a terra fatta con nastro carta dogvilliano. Poi un ruvido messaggio echeggia per la sala, un’offerta di aiuto e speranza che chiama a raccolta i superstiti. Ma di cosa? All’improvviso veniamo catapultati in una stanza dove vediamo 5 figure rifugiate e recluse in quattro mura, alcune nella disperazione, altre in preda al dolore. Paura, ansia, insicurezza, foga. Non si riesce a capire i caratteri di ognuno dapprima, ma poi si definiscono sempre di più: un prigioniero sotto tiro armato, due uomini e una donna stremati invasori, un’altra donna ferita a terra. Tutti diversissimi tra loro, tutti in preda di un’insana ricerca di sicurezza, si parlano addosso, si accusano, si minacciano, si preoccupano, in un continuo spostamento di umori e anime. Ma da dove vengono? Cosa è successo?

All’improvviso si bloccano tutti di colpo: silenzio… poi un rantolo, dapprima come di un piccolo animale quasi inoffensivo, poi spaventosi gorgoglii bassi e vibranti e schiocchi forti come colpi di frusta fanno vibrare l’aria, a loro e a noi il petto, le nostre bocche aperte in un’apnea alta… di nuovo silenzio poi, in tutto il teatro, coinvolto.
Ed è emozione.

L’enfasi è bilanciata e ben misurata, la regia di MASSIMILIANO VADO è graffiante, cattiva e crudele, istintiva e vera, la ricostruzione è come potrebbe solo davvero essere in una realtà come quella. Il testo di NICK RUSSO, pieno di foga e attriti, è ben collegato dall’ottimo collante delle sfumature e emotività dei personaggi, che permettono allo spettatore di segurine benissimo la trama. Regista e autore lavorano con successo alla reazione di un’umanità in uno stato di privazione, di assenza totale di tutto ciò che conosciamo ed abbiamo.

Gli attori ELEONORA BELCAMINO, GIACOMO BOTTONI, FEDERICA GUMINA, ALBERTO PARADOSSI e lo stesso autore NICK RUSSO ben comunicano il loro mestiere: ci fanno vivere perfettamente le loro emozioni, in tutte le circostanze e situazioni descritte. Un ottimo lavoro attoriale che distingue ogni personaggio con caratteri puliti e definiti.  FILIPPO nella sua visione umanitaria e altruista della vita, al soccorso di una donna ferita a terra per salvarla, chiunque ella sia. MARY è la sua forte compagna di ogni battaglia, in guerra e in amore. Gli ideali di CLAUDIA sono una nota dissonante che crea disarmonia. Il protettivo NICK non manca mai con i denti di fuori e con la pistola in mano di minacciare lo strano e ambiguo MATTEO.

Anche le scelte di scene, luci e costumi sono ben azzeccate.
Quattro colonne di luce che delimitano gli angoli di quella stanza, con colori estremi che vanno dal freddo glaciale fino al caldo rovente, ci illuminano uno scenario cosparso da un tappeto di foglie. Foglie secche, morte. La cura e l’agio della vita a cui siamo abituati sono scomparsi, ci sono cose più importanti a cui pensare: restare vivi innanzitutto.

I costumi di NOEMI INTINO sono veri, in quella giusta asincronia di stile ed elementi, come se fossero stati raccolti nel tempo dai personaggi stessi attraverso tantissime peripezie e difficoltà, pezzo dopo pezzo: “Questo va bene, sì, lo prendo”. Fino a costruirsi delle vere e proprie uniformi personali, delle vere e proprie corazze morali.

Uno spettacolo che ci mostra le nostre paure ed angosce, in un realistico scenario dove se si va in scelte indecise si diventa vulnerabili, deboli. Dove bisogna prendere scelte forti ed estreme se si vuole sopravvivere. Dove ogni tanto la mente vacilla e non può fare a meno di rincorre con la memoria ciò che non c’è più, rimpiangendolo. E non si è più sicuri di niente. Emerge il dolore dei cari scomparsi, perduti. Si avverte un fortissimo senso di colpa per non aver potuto far di più per loro. In un susseguirsi incalzante di cupe atmosfere, dubbi, rinfacci, scuse, litigi, amori incrinati, scoperte dolorose e drammi esistenziali.
Uno spettacolo dal fortissimo impatto empatico, che consiglio a tutti di vedere e “vivere”.

(Paolo Ricci per http://www.artsevent.eu/scarafaggi-spazio-diamante/)

 

 

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From → Foto, spettacoli

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