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Bariona o il figlio del tuono (2008)

ottobre 13, 2017

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Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato
Ministero per i Beni e le Attività Cultura – Regione Toscana – Provincia di Pisa
Comune di San Miniato – Fondazione Cassa di Risparmio di San Miniato
con il patrocinio del Pontificium Consilium de Cultura
LXII Festa del Teatro a San Miniato

BARIONA
O IL FIGLIO DEL TUONO
di JEAN-PAUL SARTRE
traduzione di MARCO ANTONIO AIMO

con GIUSEPPE CALCAGNO, MARIA ROSARIA CARLI, ALESSANDRO CASULA, AMEDEO D’AMICO, SEBASTIANO LO MONACO, ROSARIO PETIX, MIRKO RIZZOTTO,  MASSIMILIANO SOZZI, MASSIMILIANO VADO, ALKIS ZANIS, LUISA GUICCIARDINI

regia di ROBERTO GUICCIARDINI
scene PIERO GUICCIARDINI
costumi CRISTINA ACETI
musiche originali DARIO ARCIDIACONO
luci LUIGI ASCIONE
realizzazione TEATRINO DEI FONDI-SICILIATEATRO
aiuto regista ALESSANDRO CASULA
direttore di scena ROCCO GIORDANO
responsabile fonica EMANUELE PONTECORVO
capo sarta SABRINA SOLIMAND
direzione artistica Fondazione Istituto Dramma Popolare di San Miniato SALVATORE CIULLA
ufficio stampa CRISTINA RASTELLI
coordinamento tecnico ANGELITA BORGHERESI
segreteria generale DAVID BALDANZI

PRIMA RAPPRESENTAZIONE ASSOLUTA


Prigioniero nel campo di concentramento di Treviri nel 1940, Jean-Paul Sartre scrisse per i suoi compagni Bariona o il figlio del tuono, «un racconto di Natale per cristiani e non credenti», come lui stesso lo definì. Lo allestì e riservò per sé il ruolo di Baldassarre, il «filosofo» dei re Magi. Ciò che colpisce dell’ opera è il senso profondo di speranza che non deve morire anche nei momenti più cupi di dolore e oppressione, perché arma potentissima contro i tiranni. Una speranza che deve obbligare al fare in qualsiasi circostanza, a riconoscere qual è la via che porta a quel bene assoluto che è la libertà, a riconoscere, metaforicamente o spiritualmente, il Messia, come succederà a Bariona, capovillaggio ebreo ai tempi della dominazione romana che per opporsi agli occupanti ordina al suo popolo di non fare più figli. Un lento suicidio di massa contro l’ invasore. La moglie Sara, Maria Rosa Carli, si scopre incinta, non accetta di abortire e fugge. Giunge la notizia della nascita a Betlemme del Messia. Bariona decide di ucciderlo, ma convinto da Baldassarre capisce che non si può uccidere la speranza di un futuro e della vita e combatterà con i suoi uomini l’ esercito romano per permettere la fuga e la salvezza del Bambinello. L’ Istituto del dramma antico di San Miniato ha affidato la regia di questo dramma ridondante e prolisso ma non privo di spunti di interesse a Roberto Guicciardini, che ha racchiuso l’ azione e gli spettatori tra i fili spinati di un lager. Con poveri, semplici travestimenti sopra le tragiche divise a strisce, gli attori fanno vivere su spoglie pedane la storia di Bariona.


Scrive Roberto Guicciardini nelle note di regia “I personaggi del racconto saranno gli stessi prigionieri, come in realtà davvero avvenne; in una trasposizione facilmente accessibile: un gruppo sparuto di attori, fortemente caratterizzati nella loro veste di prigionieri del campo, ciascuno con una propria individualità, assumeranno volta a volta i vari (numerosi!) personaggi del dramma, anche più di un personaggio ciascuno, secondo un sistema di affinità o di scoperta, lasciando esenti solo i due o tre personaggi principali che sono necessari alla dialettica del racconto…. La stessa irruzione del magico, l’apparizione dell’angelo, l’epifania del divino e la mirabile descrizione che Sartre ne fa, come il narratore d’immagini preposto a prologo della pièce, rientrano in questo giuoco scenico, assumono i tratti di una aderenza a un libero progetto d’esistere”.


Come prega un ateo? Il 17 luglio, a San Miniato, per la tradizionale rassegna del dramma sacro, il regista Roberto Guicciardini metterà in scena in prima mondiale Bariona o il figlio del tuono con l’interpretazione di Sebastiano Lo Monaco. Bariona è il primo testo teatrale di Jean-Paul Sartre sconosciuto fino agli anni Sessanta, quando è stato pubblicato in Francia in 500 copie fuori commercio. Nel 2003 è stato tradotto in italiano dall’editore Marinotti (pp. 117, e14,50). Bariona non è soltanto la scintilla drammaturgica dalla quale scaturiranno testi un tempo famosi come Le mani sporche o I sequestrati di Altona. Bariona è soprattutto un lampo di religiosità scoccato nel 1940, quando Sartre era prigioniero nello Stalag 12D di Treviri, in Germania, ed era un intellettuale non ancora comunista che aveva sostituito all’idea della divinità la «santità della letteratura».

Era finito in quel Lager dopo essere stato mandato a combattere nel Nord-Est della Francia. Il 21 giugno, giorno del suo compleanno e prima di riuscire a sparare un solo colpo, fu fatto prigioniero dai nazisti a Padoux, in Lorena. Per lui la vita nel campo non era del tutto spiacevole. I suoi compagni di prigionia erano costretti a lavorare sui campi, in sostituzione dei contadini mandati al fronte, lui invece fu collocato in infermeria, dove non faceva niente; poi, vista la sua indole studiosa, fu trasferito nella Baracca D, «la baracca dei poeti». Lì venivano radunati tutti coloro che col pensiero, l’arte, la parola, potevano alleviare le sofferenze dei reclusi. Sartre parlava di filosofia, teneva seminari su Heidegger (nientemeno), scriveva e, con la proverbiale modestia, diceva di voler dare alla Francia «un’ideologia per il dopoguerra». In una lettera a Simone De Beauvoir confessò: «Se la guerra continuasse a questo ritmo lento e cullante, credo che al momento della pace avrei scritto tre romanzi e dodici opere filosofiche».

Nello Stalag divenne amico di due preti: l’abate Marius Perrin e padre Boisselot. Con loro parlava di religione e di filosofia. E furono i religiosi che in quel 1940, avvicinandosi il Natale, chiesero all’ateo di scrivere qualcosa per tutti quanti loro. Che cosa? domandò Sartre. Qualcosa che faccia dimenticare le sofferenze e dia una speranza, risposero. Nacque da questa premessa Bariona, «un racconto di Natale per cristiani e non credenti» di cui i nazisti non afferrarono il senso politico, scambiandolo per una innocua favola natalizia, e concedendo perciò il permesso alla rappresentazione nell’hangar che padre Boisselot riuscì a conquistare con le sue straordinarie doti diplomatiche. Scritto l’atto unico, Sartre si occupò della regia, scelse gli «attori» e lui stesso, in quella notte di Natale, salì in palcoscenico nella parte di Baldassarre, il più «filosofo» dei Magi.

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