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Michelangelo Entangled

dicembre 7, 2017

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Quartieri dell’Arte festival
MICHELANGELO ENTANGLED
di Gian Maria Cervo
con found materials di AA.VV. classici e contemporanei.
Regia di Massimiliano Vado
Regia video di Francesco Di Mauro.
con Vittorio Belmonte, Carla Chiarelli, Luigi Cosimelli, Angelo Tanzi, Massimiliano Vado.
Produzione La Dramaturgie, in collaborazione con Ianus.

PRIMA MONDIALE

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“Michelangelo Entangled” è uno spettacolo teatrale che interseca i mezzi del participatory museum, del social museum, del film e della performance-installazione; l’associazione di uno scheletro di plot-points con l’improvvisazione genera una curiosa latitudine espressiva che permette ai performer di raccontare storie su o anche di fare vaghi cenni a dettagli o scelte di vestiario o accessori dei visitatori/spettatori, ricorrendo a una strategia che allo stesso tempo allarga e mette in crisi il concetto di museo.

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In un universo parallelo, attraverso la comicità e il divertimento, riemergono i tratti rimossi dell’identità del territorio viterbese, dal Circolo degli Spirituali di Michelangelo Buonarroti, Reginald Pole e Vittoria Colonna – esponenti dell’Ecclesia Viterbiensis – ai caravaggeschi Cecco del Caravaggio e Bartolomeo Cavarozzi.

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Quella che chiamiamo arte è nata nel Rinascimento e può dirsi che sia morta come tale tra il 1950 e il 1990, a seconda di dove alcuni teorici localizzino la nascita del contemporaneo. E’ come dire che forse l’arte è morta insieme alla modernità. Le pratiche estetiche che si sviluppano talvolta oggi non dovrebbero chiamarsi arte. A esse non si applicano esattamente le stesse categorie dell’arte. A me questa cosa non sembra nè cattiva nè buona nè pericolosa. Prima del Rinascimento alcune cose non si chiamavano arte eppure erano espressioni belle. L’arte ha caratteristiche molto proprie, molto emblematiche. Per esempio nasce con la firma dell’autore. Prima di artisti come Leonardo da Vinci, come Michelangelo-

poteva pagarsele o allo Stato che commissionava le statue agli artigiani. Nel Medioevo non era tanto arte quanto pubblicità. Tutti questi gesucristi, vergini eccetera. Erano graffiti, erano banner del potere di turno. L’umanizzazione dell’arte, l’apparizione dell’autore,della personalità dell’artista corrisponde a un periodo della storia dell’uomo, una storia che non è eterna. Con questo non voglio dire che non continueremo a incontrare forme di espressione, indagini sul bello e sull’orrendo- che in definitiva sono la stessa cosa-. A me alla fine, me piacciono molto gli artisti e l’ideale dell’arte. Lo ricerco in tutti i modi, benché la pratica sia mutata radicalmente andando a finire in aree meno definibili rispetto al passato.

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foto: Tiziano Ionta

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