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A Spasso con ABC, un altro sguardo – #Formia

dicembre 8, 2017

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Il 27 novembre 2017 è stata Formia, luogo unico del Lazio in cui mare, natura, storia, leggenda, arte e archeologia si fondono, la terza tappa scelta per “A Spasso con ABC” che, promosso da Regione Lazio e Roma Capitale, sta portando gli studenti di Roma e del Lazio a scoprire e valorizzare il nostro territorio.
Un percorso tra le “bellezze” che, in occasione di “A Spasso con ABC”, vengono narrate attraverso uno sguardo nuovo e ospiti d’eccezione, per regalare ai giovani un approccio inedito all’arte e alla storia, per accendere un cono di luce su quei luoghi che sono stati fonte di ispirazione di artisti e poeti.
Un approdo di pace e un riparo, come indica l’etimologia stessa del nome Formia, da far riscoprire ai giovani studenti di Roma e del Lazio attraverso una nuova lettura e una visita inedita e originale – come nel Grand Tour nato alla fine del Settecento – in  un programma di incontri e ospiti autorevoli, a partire dall’attore e regista Massimiliano Vado.

 

Ad intervenire e accompagnare i ragazzi nei luoghi storici di Formia: Sandro Bartolomeo, Sindaco di Formia, Antonella Prenner, Assessore alla Cultura e Politiche scolastiche del comune di Formia, Giovanna Grimaldi, Delegata all’Archivio Storico e alle Biblioteche di Formia,e Giovanna Pugliese, Coordinatore Progetti Scuola ABC.
“O temperate dulce Formiae litus”: a partire dalla mitezza del clima declamata da Marziale nell’epigramma dedicato all’amico Apollinare e alla sua villa formiana, Formia è stato centro balneare di antichissime tradizioni, luogo prediletto della borghesia antico romana – che vi ha lasciato resti di numerose ville e tombe, la più illustre delle quali è quella attribuita a Cicerone che qui venne ucciso – con anche l’arcipelago delle isole Ponziane e rappresenta un fortunato caso in cui il mare diventa ponte fra diverse terre.
“A Spasso con ABC – Un altro sguardo” è promosso dalla Regione Lazio con Roma Capitale nell’ambito del POR-FSE Lazio 2014-2020, curato dal Progetto ABC Arte Bellezza Cultura nell’ambito dei Progetti Scuola ABC.

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CICERONE

Mentre le legioni, guidate da comandanti ambiziosi, marciano contro la Persia e la Par- tia, la Germania e la Britannia, la Spagna e la Macedonia, inseguendo il sogno effimero di un Impero, qui una voce solitaria si leva con- tro questi pericolosi trionfi: la voce di chi ha potuto vedere come dalla cruenta semina delle guerre di conquista non possa che scaturire il raccolto ancora più cruento delle guerre civili. In tono solenne, questo difensore disar- mato dell’umanità, scongiura il figlio di ono- rare gli «adiumenta hominum», la cooperazione tra gli uomini, come l’ideale più impor- tante e più alto. Nell’autunno della sua vita, colui che per tanto tempo è stato retore, avvocato e politico, che in cambio di denaro e gloria ha sostenuto cause buone e cattive con uguale perizia, che si è affannato per ottenere cariche pubbliche, ricchezze, onori e consen- so popolare, approda infine a questa consapevolezza. A un passo dalla propria fine, Marco Tullio Cicerone si converte da mero umanista nel primo difensore dell’umanità.

Mentre Cicerone, nella quiete del suo ritiro, così riflette sul senso e la forma di una costi- tuzione statale fondata sulla morale, l’inquietudine scuote l’Impero romano. Il Senato e il popolo non hanno ancora deciso se gli assassini di Cesare vadano elogiati o banditi. An- tonio si arma per combattere Bruto e Cassio, ma già si profila un nuovo inatteso preten- dente: Ottaviano, che Cesare ha nominato suo erede e che ora rivendica concretamente l’eredità. Appena giunto in Italia, scrive a Cicero- ne per avere il suo appoggio, ma allo stesso tempo anche Antonio prega Cicerone di andare a Roma, mentre Bruto e Cassio gli si appellano dai loro accampamenti. Tutti cercano di guadagnare alla propria causa il sostegno del grande avvocato, tutti desiderano che il celebre maestro del diritto conferisca una par- venza di legalità alle loro azioni illegittime. Con istinto sicuro, come tutti i politici mentre ancora lottano per impadronirsi del potere, cercano l’appoggio dell’uomo di pensiero che più tardi scacceranno con disprezzo. E se Cicerone fosse ancora il politico ambizioso di un tempo cederebbe alla tentazione.

Ma in lui ormai la stanchezza è cresciuta di pari passo con la saggezza, due condizioni che spesso si somigliano pericolosamente. Sa di avere veramente bisogno di una sola cosa: completare la propria opera, dare un ordine alla propria vita e ai propri pensieri. Come Ulisse col canto delle sirene, chiude l’orecchio interiore agli allettanti richiami dei po- tenti, lascia cadere l’appello di Antonio, quel- lo di Ottaviano e quello di Bruto e Cassio, respingendo persino l’invocazione del Senato e dei suoi amici. È consapevole di essere più for- te con la parola che con l’azione e più incisivo da solo che in mezzo a qualunque gruppo, così continua a lavorare instancabile alla sua opera, sentendo che si tratta del suo congedo da questo mondo.

Appena completato questo suo testamento spirituale, solleva lo sguardo dall’opera. È un pessimo risveglio. La sua patria è minacciata dalla guerra civile. Antonio ha saccheggiato le casse di Cesare e del tempio e col denaro rubato è riuscito a radunare dei mercenari. Ma ha tre eserciti contro, tutti molto agguerriti, quello di Ottaviano, quello di Lepido e quel- lo di Bruto e Cassio. È troppo tardi per una mediazione che scongiuri il conflitto: ormai occorre decidere se a Roma si debba affermare un nuovo cesarismo incarnato da Antonio o se debba sopravvivere la Repubblica. In un momento simile ciascuno deve schierarsi. E anche un campione di cautela che ha sempre cercato la mediazione e si è tenuto al di sopra delle fazioni esitando a prendere posizione, anche Marco Tullio Cicerone deve scegliere una volta per tutte.

E adesso si verifica un fenomeno singolare. Da quando Cicerone ha inviato a suo figlio il De officiis, il proprio testamento spirituale, ha acquisito un coraggio inedito che nasce dal disprezzo della vita. Sa che la sua carriera politica e letteraria è giunta al termine. Quel che aveva da dire l’ha detto e la vita che gli rimane da vivere non gli riserva più molto. È vecchio, ha concluso la sua opera, perché osti- narsi a difendere quest’ultimo miserabile avanzo di vita? Come un animale sfinito per l’inseguimento, che senta ormai alle spalle i latrati dei cani, si volta improvvisamente e per affrettare la fine corre loro incontro, così Cicerone intrepidamente si lancia ancora una volta nella battaglia, proprio dove questa infuria più minacciosa. Colui che per mesi e anni aveva adoperato solo uno stilo silenzioso si riappropria degli strali dell’eloquenza per scagliarli contro i nemici della Repubblica.

Spettacolo sconvolgente: a dicembre l’uomo dai capelli grigi ritorna al Foro per esortare ancora una volta il popolo a dimostrarsi degno della virtù dei suoi progenitori, «ille mos virtusque maiorum». Scaglia quattordici infuocate Filippiche contro l’usurpatore An- tonio che ha rifiutato di obbedire al Senato e al popolo, perfettamente cosciente del pericolo che comporta presentarsi inerme contro un dittatore che dispone di legioni disposte a tutto. Ma chi vuole fare appello al coraggio altrui risulta convincente solo se dà lui stesso esempio di coraggio. Cicerone è consapevole che la sua non è una vuota schermaglia di parole come quelle di un tempo in quello stesso Foro, questa volta invece sta mettendo a rischio la vita per le sue convinzioni. Dai rostra, il pulpito degli oratori, afferma con determinazione: «Fin da giovane ho difeso la Repubblica. Non la abbandonerò adesso che sono divenuto vecchio. Sarei disposto volentieri a sacrificare la vita se con la mia morte questa città potesse ritrovare la libertà e il popolo romano riacquistare la sovranità. Gli dèi immortali non potrebbero concedermi una grazia più grande». Adesso non è più tempo di trattare con Antonio, afferma con veemenza. Bisogna schierarsi dalla parte di Ottaviano che, quantunque parente ed erede di Cesare, appoggia la causa della Repubblica. Non so- no in gioco degli uomini, ma un principio, il più sacro di tutti: «res in extremum est ad- ducta discrimen: de libertate decemitur», la Repubblica è di fronte alla scelta estrema: è in gioco la libertà. Ma quando è in pericolo un bene così importante, ogni esitazione può essere fatale. Così il pacifico Cicerone esorta a schierare le armate della Repubblica contro quelle della dittatura e odiando, come il suo futuro discepolo Erasmo, il tumultus, la guerra civile, sopra ogni altra cosa, invoca lo stato d’emergenza per il Paese e il bando per l’usurpatore.

Queste quattordici orazioni, in cui Cicero- ne non difende più cause sospette, ma un idea- le supremo, sono piene di espressioni grandiose e infuocate di passione. «Altri popoli possono vivere in schiavitù», grida ai suoi con- cittadini, «ma noi romani non possiamo tollerarlo. Se non riusciremo a riconquistare la libertà, che ci sia lasciata la morte». Se lo Stato è giunto al punto estremo di umiliazione, con- viene che un popolo che domina il mondo intero – «nos principes orbium terrarum gen- tiumque omnium» – si comporti come fanno i gladiatori, quantunque schiavi, nell’arena: meglio morire affrontando il nemico a viso aperto, che lasciarsi massacrare. «Ut cum di- gnitate potius cadamus quam cum ignominia serviamus», cadere con dignità piuttosto che servire con ignominia.

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Con stupore, il Senato e il popolo ascolta- no queste filippiche. Qualcuno di loro sente che questa sarà per i secoli a venire l’ultima volta in cui nel Foro romano echeggeranno parole simili. Presto ci si dovrà inchinare da schiavi davanti alle statue marmoree degli imperatori e sotto i Cesari sarà consentita solo l’adulazione suadente e insincera invece dei discorsi liberi di un tempo. Un brivido percorre l’uditorio, al tempo stesso d’angoscia e di ammirazione per quel vecchio che da solo, col coraggio che gli deriva da una profonda disperazione, difende l’indipendenza dell’uomo di pensiero e il diritto della Repubblica. Anche se timoroso, gli esprime il suo consenso. Ma il fuoco della parola non ce la fa più a infiammare il tronco ormai fradicio dell’orgoglio romano. E mentre questo idealista solitario predica nel pieno del mercato il sacrificio estremo, alle sue spalle i potenti senza scrupoli, ma con le legioni al seguito, già stringo- no il patto più scellerato della storia romana.

Lo stesso Ottaviano, che Cicerone esaltava come difensore della Repubblica, e lo stesso Lepido, per il quale aveva proposto che si eri- gesse una statua per i suoi meriti verso il po- polo romano – quando entrambi si erano mos- si per annientare l’usurpatore Antonio –, finiscono per concludere un patto privato. Poiché nessuno dei tre caporioni, né Ottaviano, né Antonio, né Lepido, è abbastanza forte per impadronirsi da solo dell’Impero romano come di un suo bottino personale, i tre nemici mortali decidono di comune accordo che è preferibile spartirsi l’eredità di Cesare, e così da un momento all’altro invece del grande Cesare, Roma se ne ritrova tre in scala ridotta.

È un momento fatale quello in cui i tre generali, invece di ascoltare il Senato e rispetta- re la legge del popolo romano, costituiscono da soli il triumvirato, dividendosi come un qualsiasi bottino un Impero gigantesco che si estende sopra tre continenti. Su un’isoletta vicino a Bologna, alla confluenza dei fiumi Reno e Lavino, viene eretta una tenda in cui i tre banditi devono incontrarsi. Naturalmente nessuno di questi grandi eroi si fida degli altri. Troppe volte nei loro proclami si sono reciprocamente dati del bugiardo, della canaglia, dell’usurpatore, del nemico dello Stato, del brigante e del ladro, per non conoscere perfettamente l’uno il cinismo degli altri. Ma a chi è assetato di potere importa solo del pote- re, non dei princìpi, solo del bottino, non dell’onore. Con tutta la cautela possibile i tre complici, raggiungono uno alla volta il luogo convenuto, poi, dopo essersi reciprocamente accertati che nessuno porti con sé armi per uccidere i nuovi alleati, i tre futuri signori del mondo si sorridono da buoni amici ed entrano insieme nella tenda in cui si darà vita al triumvirato. Antonio, Ottaviano e Lepido rimangono tre giorni in quella tenda, senza testimoni. Hanno tre cose di cui discutere. Sul primo punto, ovvero su come dividersi il mondo, trovano rapidamente un accordo. Ottaviano otterrà l’Africa e la Numidia, Antonio la Gallia e Lepido la Spagna. Anche la seconda questione, il modo in cui raccogliere il denaro per le paghe arretrate delle loro legioni e dei loro accoliti, li preoccupa poco. Il problema si risolve facilmente mediante un sistema che da allora sarà spesso adottato. Bisogna solo derubare gli uomini più ricchi del Paese dei loro averi ed eliminarli immediata- mente per impedire che protestino troppo. Placidamente seduti intorno al tavolo, i tre uomini stilano una lista di proscrizione con i due- mila cittadini più ricchi, tra cui cento senatori. Ciascuno nomina quelli di sua conoscenza, includendo nemici e avversari. Con un paio di rapidi tratti di stilo, il nuovo triumvirato, dopo la questione territoriale, ha già sistemato anche quella economica.

E adesso occorre affrontare il terzo punto. Chi intende instaurare una dittatura, per man- tenere saldamente il dominio deve innanzitutto ridurre al silenzio gli eterni avversari di ogni tirannia, gli uomini liberi che difendono un’inestirpabile utopia: la libertà di pensiero. Il primo nome di quest’ultima lista per Antonio dev’essere quello di Marco Tullio Cicerone. L’uomo che ha riconosciuto la sua vera natura e lo ha qualificato col nome che gli spetta. È il più pericoloso di tutti perché possiede forza di pensiero e volontà di indipendenza. Bisogna sbarazzarsene. Ottaviano si rifiuta, sgomento. Essendo giovane, il veleno della politica non lo ha ancora completamente contaminato e non vorrebbe inaugurare il proprio potere con l’eliminazione del più celebre scrittore del suo tempo. Cicerone è stato suo devoto sostenitore e lo ha sempre elogiato davanti al popolo e al Senato. Ancora qualche mese prima, Ottaviano ha chiesto umilmente aiuto e consiglio a quel venerabile anziano, de- finendolo con rispetto il suo «vero padre». Ottaviano avverte la vergogna e persiste nell’op- posizione. Per un giusto istinto, che gli fa onore, prova ripugnanza all’idea di consegnare quell’illustre maestro della lingua latina all’in- fame pugnale di un sicario. Ma Antonio insiste, sa che lo spirito e la violenza sono eterni nemici e che nessuno è più pericoloso per la dittatura del maestro di eloquenza. La conte- sa per la vita di Cicerone dura tre giorni. Infine Ottaviano si arrende e così il nome di Cicerone sigilla quello che forse è il documento più infame dell’intera storia romana. Questa proscrizione segna la definitiva condanna a morte della Repubblica.

Nel momento in cui Cicerone apprende che i tre acerrimi nemici di un tempo si sono accordati, capisce di essere perduto. Sa di aver sferzato troppo dolorosamente con le sue parole brucianti la mancanza di scrupoli e i bassi istinti di avidità, vanagloria, e crudeltà di una canaglia senza legge cui Shakespeare conferirà ingiustamente una nobile aura di spiritualità, che ora non può certo aspettarsi la magnanimità di Cesare da un individuo di questa risma. L’unica scelta logica, se volesse salvare la vita, sarebbe dileguarsi in fretta. Cicerone dovrebbe raggiungere Bruto, Cassio e Catone in Grecia, nell’ultimo avamposto della libertà repubblicana dove sarebbe al sicuro, quanto meno dai sicari che già sono stati inviati. E in effetti, per due o tre volte, il proscritto appare pronto alla fuga. Prepara ogni cosa, avverte gli amici, si imbarca, si avvia. Ma all’ultimo momento si arresta sempre; chi ha conosciuto una volta la tristezza dell’esilio, sente intensamente, anche nel pericolo, il piacere di stare sul suolo patrio e l’indegnità di una vita eternamente in fuga. Una volontà misteriosa, oltre la ragione e persino contro la ragione, lo spinge a consegnarsi al destino che lo attende. È stanco e alla sua esistenza già segnata chiede solo qualche giorno ancora di riposo. Un po’ di tempo ancora per meditare tranquillamente, per scrivere qualche lettera, leggere qualche libro, e poi accada pure ciò che gli è riservato. In questi ultimi mesi Cicerone si nasconde ora nell’uno ora nell’altro dei suoi poderi, fuggendo sempre non appena si profili un pericolo, ma senza mai mettersi davvero in salvo. Cambia riparo come un febbricitante cambia cuscino, né veramente deciso ad andare incontro al proprio destino, né d’altra parte a sfuggirgli, come se volesse, lasciando così aperta una possibilità alla morte, mettere inconsciamente in atto la massima da lui stesso formulata nel De senectute, secondo cui un vecchio non deve né cercare la morte né ritardarla, ma accoglierla serenamente quando si presenti: «neque turpis mors forti viro potest accidere», per l’uomo dall’animo forte non può esserci morte disonorevole.

Perciò Cicerone, già imbarcato per la Sicilia, ordina improvvisamente ai suoi uomini di invertire la rotta verso il suolo italico a lui ostile e approdare a Caieta, l’odierna Gaeta, dove possiede un piccolo podere. Lo ha assalito una stanchezza che non è solo del corpo e dei nervi, ma piuttosto della vita, una misteriosa nostalgia della fine, del ritorno alla terra. Desidera solo riposare ancora una volta. Respirare ancora una volta la dolce aria della patria e congedarsi, congedarsi dal mondo e poi ancora riposare, fosse solo per un giorno o un’ora!

Appena sbarcato saluta rispettosamente i sacri Lari domestici. Quest’uomo di sessanta- quattro anni è stanco, la navigazione lo ha stremato, così va nel cubiculum a distendersi e chiude gli occhi per anticipare nella pace del sonno il piacere del riposo eterno. Ma si è appena sdraiato che già irrompe nella stanza uno schiavo fedele. Nei dintorni sono stati visti aggirarsi degli uomini armati dai modi sospetti e un servo, che Cicerone ha sempre trattato con grande gentilezza, ha rivelato ai sicari, in cambio di una ricompensa, il luogo in cui si trova. Cicerone deve fuggire, fuggire in fretta; è stata già preparata una lettiga e loro, gli schiavi della casa, sono pronti a difenderlo con le armi in pugno lungo il breve tragitto fino alla nave, dove sarà infine al sicuro. Ma il vecchio, ormai esausto, rifiuta. «Che senso ha?», dice, «sono stanco di fuggire e stanco di vive- re. Lasciatemi morire qui, in questa terra che ho salvato». Tuttavia alla fine il vecchio servo fedele lo convince; degli schiavi armati con- ducono la lettiga per una via tortuosa, attraverso un boschetto, verso la nave che rappresenta la salvezza. Ma l’uomo che ha tradito Cicerone nella sua stessa casa non vuole perdere il suo vergognoso denaro e, radunati alla svelta un centurione e un paio di uomini armati, si lancia con loro all’inseguimento della lettiga, attraverso il bosco, e raggiunge la pre- da appena in tempo. Immediatamente i servi armati si schierano a difesa della lettiga, già pronti al combattimento. Ma Cicerone ordina di non fare resistenza. La sua vita è ormai compiuta, perché immolarne altre più giovani ed estranee a quella vicenda? In quest’ultima ora, ogni paura abbandona quest’uomo eternamente esitante, incerto e raramente coraggioso. Sente che in quest’ultima prova potrà dimostrarsi ancora un vero romano solo affrontando la morte a viso aperto: «sapientis- simus quisque aequissimo animo moritur». Dopo aver ordinato ai servi di allontanarsi, disarmato e senza opporre resistenza, offre il capo ai sicari con queste mirabili parole: «non ignoravi me mortalem genuisse». I sicari però non sanno che farsene della filosofia, vogliono la loro paga. Si sbrigano in fretta. Con un potente colpo il centurione abbatte l’uomo inerme.

Così muore Marco Tullio Cicerone, l’ultimo difensore della libertà romana, più eroico, vi- rile e determinato in questa sua ultima ora che nelle migliaia e migliaia che costituiscono la sua intera vita.

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Alla tragedia segue una farsa sanguinosa. In base all’urgenza con cui il delitto è stato commissionato da Antonio, gli assassini concludono che la testa dell’ucciso deve avere un valore speciale, ovviamente non quello che ri- vestirà nel mondo dello spirito presente e futuro, ma quello che il mandante del delitto le attribuisce. Per evitare che insorgano proble- mi sulla ricompensa, decidono di consegnare personalmente la testa ad Antonio, in modo da provargli la scrupolosa esecuzione dell’ordine. Così, il capo della banda taglia testa e mani al cadavere, le infila in un sacco che si mette in spalla ancora grondante del sangue dell’ucciso e accorre a Roma per portare al dittatore la bella notizia che il più strenuo difen- sore della Repubblica romana è stato elimi- nato con la procedura abituale. Il piccolo delinquente, il capo dei banditi, ha fatto bene i conti: il grande delinquente, il committente dell’omicidio, esprime la gioia per il misfatto compiuto con una ricompensa principesca. Ora che ha fatto depredare e uccidere i duemila cittadini più ricchi, Antonio può permettersi di essere generoso. Versa al centurione un milione di sesterzi sonanti per il sacco insanguinato con le mani mozzate e la testa martoriata di Cicerone. Ma la vendetta non si arresta qui e l’odio cieco per l’ucciso che anima quest’uomo spietato lo porta a ideare un oltraggio particolarmente efferato, senza rendersi conto che in questo modo la vergogna ricadrà eternamente sopra di lui. Antonio ordina che la testa e le mani di Cicerone siano inchiodate ai rostra, lo stesso pulpito da cui il grande oratore aveva incitato il popolo contro di lui, a difesa della libertà romana.

Uno spettacolo vergognoso attende il giorno seguente il popolo romano. Sullo stesso pulpito da cui Cicerone aveva tenuto i suoi immortali discorsi pende la testa mozzata dell’ultimo difensore della libertà. Un grosso chiodo arrugginito trapassa la fronte che ha albergato innumerevoli pensieri, le labbra che hanno saputo conferire la forma più elegante alle parole metalliche della lingua latina sono piegate in un’espressione amara, le palpebre livide ricoprono gli occhi che per sessant’anni hanno vigilato sulla Repubblica, le mani che hanno scritto le più belle lettere di quell’epoca si protendono impotenti.

E tuttavia nessun discorso pronunciato da questo stesso pulpito dal grande oratore con- tro la brutalità, la sete di potere, l’illegalità, ha mai accusato con tanta eloquenza l’eterna ingiustizia della violenza come adesso il suo capo muto: il popolo si avvicina ai rostra così profanati per poi allontanarsene oppresso dal- la vergogna. Nessuno protesta – c’è una dittatura! – ma tutti, sbigottiti, col cuore stretto dall’angoscia, abbassano gli occhi davanti a questa tragica rappresentazione del martirio della loro Repubblica.

Stefan Zweig – CICERONE – Traduzione di Massimo De Pascale

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http://www.progettoabc.it/a-spasso-con-abc-un-altro-sguardo-prossima-tappa-formia/

 

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