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Maledetto Peter Pan – – 2018

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Bis tremila di Marioletta Bideri e
Mentecomica di Diego Ruiz,
con Teatro della Cometa
presentano
Michela Andreozzi in
MALEDETTO PETER PAN

di Michele Bernier e Marie Pascale Osterrieth
(dal fumetto “Le Demon de Midi” di F. Cestac – Ed. Dargaud)
traduzione e adattamento Carlotta Clerici e Antonella Questa
con Michela Andreozzi
direzione di scena Alessandro Greggia
organizzazione Marco Pepe
foto di scena Jacopo Marchini per SuMa events
ufficio stampa Maya Amenduni
scenografia Mauro Paradiso e Massimiliano Vado
regia e disegno luci Massimiliano Vado

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“Maledetto Peter Pan” (in originale “Le Demon de Midi”) è un fortunato spettacolo francese, clamoroso successo di pubblico e critica, che finalmente debutta anche in Italia. Nasce come un fumetto della geniale Florence Cestac, diventato poi uno spettacolo teatrale grazie all’attrice comica Michele Bernier e alla regista Marie Pascale Osterrieth (e successivamente un film), è un progetto tutto femminile. Medesima fortuna ha avuto a Roma, dove, appena dopo tre settimane dal debutto al Teatro Sette, è stato notato dal Teatro Sala Umberto e messo in programmazione all’istante.
A metà tra una commedia, uno stand-up e un monologo, in cui l’attrice porta in scena tutti i personaggi, lo spettacolo nasce dall’idea di raccontare, ridendo fino alle lacrime, un dramma che tutti conoscono: le Corna. Ma non corna qualsiasi, piuttosto quelle generate dalla pericolosissima “Crisi di Mezza Età”, conosciuta anche come “Sindrome di Peter Pan”, una temibile patologia che colpisce gli uomini giunti alle soglie dell’età matura che male accolgono il cambiamento, vissuto più come l’inizio della fine. Come direbbe Piero Angela: “L’esemplare umano maschio, passata la quarantina, è solito abbandonare la sua compagna per rivolgersi verso nuovi pascoli, più verdi, al fine di rinvigorire la sua virilità”. A scapito delle mogli. “Tu sei la Donna Della Mia Vita, lei è un’altra cosa… è una Fatina!” – dice Lui candido, andandosene via proprio con la suddetta, giovanissima Fatina. E chi resta sul divano a fare i conti con la vita, i bilanci, il figlio e soprattutto la Realtà, è Lei: la Moglie, la Donna, la Cornuta che, come prima ipotesi, trova soddisfacente solo quella del suicidio. La voce (rotta, disperata, cattiva ma sempre esilarante) della protagonista, racconta tutte le fasi dell’Elaborazione del Lutto: la Depressione sul Divano, il Confronto con parenti ed amici (che naturalmente già sanno), la ricerca di un Ex Disponibile alla Consolazione, la feroce Autocritica che sfocia nella Flagellazione.
Mille le domande che la protagonista si pone, e noi con lei: cosa fa funzionare una Coppia? Perché alcuni restano insieme ed altri no? A che punto sono i rapporti tra uomo e donna? La Coppia continua a rimanere un mistero, un tema da aggiornare costantemente perché i ruoli, le abitudini e il linguaggio si evolvono. A tutti gli effetti, “Maledetto Peter Pan” è una istantanea della nostra società e sebbene sia ritratta dal punto di vista femminile, tuttavia non è mai contro il Maschio tout-court, anzi. Non ci sono vittime e carnefici, c’è la vita. E la vita non sa mai dove ci porta: è un viaggio che, comunque vada a finire – le ipotesi restano aperte! – ci regala sempre una nuova consapevolezza. Divertente, caldo, consolatorio e irriverente, “Maledetto Peter Pan” riguarda in ultima analisi ognuno di noi: tutti, in un momento o in un altro, ci siamo rotti i denti su quella meravigliosa, devastante, irrinunciabile avventura chiamata Amore. E lo faremo ancora.

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la risposta seria ai teatranti fricchettoni

– breve monologo con dichiarazione d’intenti –

(l’attore entra in scena con il cilicio)
…avete ragione voi.
avete ragione voi. mi avete convinto.
mi sbagliavo.
ora so cosa è il TEATRO.

gli amatoriali che fanno i classici sono un ottimo teatro;
splendide le parrocchie con i loro musical in playback.
per non parlare di chi sale su un palco e improvvisa senza regole:
molto meglio di Shakespeare. ma Shakespeare chi?
a che serve ‘sto Shakespeare? ma non è passato di moda?

tra Patroni Griffi e gli occupanti del Valle molto meglio i secondi, che si sparano le partite sul mega schermo e dicono che fanno vero teatro;
(imitando Iudica) “spacchiamo tutto che così l’impegno finisce in prima pagina.”
chisseneimporta delle accademie e delle scuole degli stabili, il dialetto e la nonchalance dell’improvvisato sono così interessanti.
così VERI.

a che serve un attore che recita un personaggio sordo, prendiamo un sordo proprio che è meglio.
sai che fico!
questa è la vita.
e noi sul palco vogliamo la vita vera.
mica una storia!
siamo tutti sordi!!
(sordi non vi arrabbiate, è ironico, già coi nani c’ho avuto problemi..)
siamo tutti flavioinsinna!!
facciamoci male in scena, picchiamoci, spacchiamoci la faccia!
se vediamo il sangue vero il pubblico sarà affascinato. e poi?
poi, mi sono già perso…
(tira una riga di coca)

e poi:
mettiamo carcerati al posto degli attori, così l’assessore fa bella figura
(imita l’assessore Aggioli) “ooooh, ma che belle facce! quello ha ucciso 4 persone e fa Amleto, chebbello.”
e nessuno li deve pagare.. la paga?
ma a che serve?
tutti doppiolavoristi che stanno in ufficio la mattina e la sera fanno Mohawad.

facciamo una lettura drammatizzata delle lettere che le staffette della prima guerra mondiale scrivevano quando si rompevano le palle di morire senza ideali e mettiamoci dentro delle musichette moderne, dei rumori di bomba e dei pupazzi.
(prende il pupazzo di una suora e con voce nasale:) “sono suor Gonorrea, sono qui per fare una morale semplice, con parole complicate, farvi sorridere con un controsenso banale e infine pulirmi la coscienza dicendo che questo è teatro civile”
sai che botta de cultura.
tanto poi lo facciamo la mattina per le scuole e se gli studenti se só rotti le palle delle staffette con le palle rotte la colpa è dei professori..

facciamo che riscriviamo La Locandiera e la chiamiamo “The Locandeer and the Altri Personagggg 2.0, experiment in Locarno di sotto”;
sia chiaro non cambiamo praticamente una mazza ma la ambientiamo in provincia di Pordenone, che l’accento del triveneto fa tanto sindacalista.
Li facciamo tutti zoppi e rosci; accazzodecane..
(recita male) “Grazie, signori miei, grazie. Ho tanto spirito, che basta per dire ad un forestiero ch’io non lo voglio; e circa all’utile,  la mia locanda non ha mai camere in ozio.”
(risate registrate)

questo sì che è il vero teatro: anziché portare un messaggio politico che anticipa i tempi diventa schiavo della partitica e ne riceve benefici.
in denaro;
in nero.
mettiamo una vedova contadina del polesine in scena che racconta la morte del marito, mentre tira il collo alle galline:
notevolmente più interessante di una attrice che è capace di darmi un risultato emozionale tutte le sere passando anche per la tecnica..
la tecnica non la usa più nessuno: è da vecchi!
ancora con sta tecnica..!
(declama) “L’ afflato c’è. D’offerta. Va con l’ansia. Per volere. Tessendo cingendo. Fendon tendon. Giungon…”

ma si, centri sociali, lavatoi, negozi di scarpe, case degli amici, fabbriche abbandonate, orinatoi pubblici, spazi angusti e foyer polverosi:
tutto è teatro basta dirlo e ci diventa: sticazzi di siae e agibilità!
tanto alla pensione non ci arriveremo mai. (piange in silenzio per un po’)

è più importante il lato umano, facciamo parte delle minoranze, guardandole con compassione dalle nostre piscine.
mica siamo qui per lavorare: tutto è arte se la si definisce tale..
e noi campiamo di definizioni. da sempre.

i tossici sono perfetti per fare Fiordipisello nel Sogno, e a quella nana diamo la parte della Signorina Morli, che così partono gli articoloni sui blog, che poi danno i premi in cui ci si premia tra noi senza nemmeno bisogno di andare a vederci l’un l’altro!
spariamo un tema sociale a caso e abbiamo vinto.
poi tanto nella vita stigrancazzi…
(si accende una sigaretta con un petardo)

menzioni d’onore, peana, foto mosse di capolavori che hanno visto 6 spettatori a sera in un finto teatro dal nome strano e straniero che sta sulle montagne delle province molisane.
tutto è teatro e tutto celebra il teatro.
splendido! anche se è il nulla.

tutto bellissimo, anche se non ha un senso;
e se io bradipo nudo per la scena emettendo grugniti chi sei per dirmi che il mio non è teatro?
se faccio finta di commuovermi parlando di cose fintamente di sinistra cosa ti dice che il mio non sia impegno sociale da rimarcare?
se faccio il monologo di Cyrano inchiappetandomi un castoro albino chi sei tu per dirmi che la mia non è vera arte ??

oh, sia chiaro:
se qualcuno si ribella e cerca di far luce tra tutta sta cialtroneria che fa tanto radical chic e si incipria di critica vetusta, attacchiamolo tutto insieme e diciamogli quello che abbiamo eletto come nostro insulto vessillo: fascista!
(sullo sfondo appare una gigantografia di Peciola)

ora si: mi avete aperto gli occhi con le vostre risposte sapide anche se non particolarmente intelligenti (e un poco con la coda di paglia) al mio Dodecalogo.
w nani e ballerine, abbasso chi studia!
evviva il nuovo, abbasso il Messaggero!
evviva il pressappochismo, abbasso quello che non capiamo!!
(comincia a cadere la neve)

(sipario)

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MALEDETTO PETER PAN – rassegna stampa

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Bis tremila e Mentecomica presentano
MALEDETTO PETER PAN
di Michele Bernier e Marie Pascale Osterrieth
(dal fumetto “Le Demon de Midi” di F. Cestac – Ed. Dargaud)
traduzione e adattamento Carlotta Clerici e Antonella Questa
con Michela Andreozzi
direttore di scena Alessandro Greggia
foto di scena Barbara Gravelli
regia Massimiliano Vado

“Maledetto Peter Pan” (in originale “Le Demon de Midi”) è un fortunato spettacolo francese, clamoroso successo di pubblico e critica, che finalmente debutta anche in Italia. Nasce come un fumetto della geniale Florence Cestac, diventato poi uno spettacolo teatrale grazie all’attrice comica Michele Bernier e alla regista Marie Pascale Osterrieth (e successivamente un film), è un progetto tutto femminile. Medesima fortuna ha avuto a Roma, dove, appena dopo tre settimane dal debutto al Teatro Sette, è stato notato dal Teatro Sala Umberto e messo in programmazione all’istante.

A metà tra una commedia, uno stand-up e un monologo, in cui l’attrice porta in scena tutti i personaggi, lo spettacolo nasce dall’idea di raccontare, ridendo fino alle lacrime, un dramma che tutti conoscono: le Corna. Ma non corna qualsiasi, piuttosto quelle generate dalla pericolosissima “Crisi di Mezza Età”, conosciuta anche come “Sindrome di Peter Pan”, una temibile patologia che colpisce gli uomini giunti alle soglie dell’età matura che male accolgono il cambiamento, vissuto più come l’inizio della fine. Come direbbe Piero Angela: “L’esemplare umano maschio, passata la quarantina, è solito abbandonare la sua compagna per rivolgersi verso nuovi pascoli, più verdi, al fine di rinvigorire la sua virilità”. A scapito delle mogli. “Tu sei la Donna Della Mia Vita, lei è un’altra cosa… è una Fatina!” – dice Lui candido, andandosene via proprio con la suddetta, giovanissima Fatina. E chi resta sul divano a fare i conti con la vita, i bilanci, il figlio e soprattutto la Realtà, è Lei: la Moglie, la Donna, la Cornuta che, come prima ipotesi, trova soddisfacente solo quella del suicidio. La voce (rotta, disperata, cattiva ma sempre esilarante) della protagonista, racconta tutte le fasi dell’Elaborazione del Lutto: la Depressione sul Divano, il Confronto con parenti ed amici (che naturalmente già sanno), la ricerca di un Ex Disponibile alla Consolazione, la feroce Autocritica che sfocia nella Flagellazione.

Mille le domande che la protagonista si pone, e noi con lei: cosa fa funzionare una Coppia? Perché alcuni restano insieme ed altri no? A che punto sono i rapporti tra uomo e donna? La Coppia continua a rimanere un mistero, un tema da aggiornare costantemente perché i ruoli, le abitudini e il linguaggio si evolvono. A tutti gli effetti, “Maledetto Peter Pan” è una istantanea della nostra società e sebbene sia ritratta dal punto di vista femminile, tuttavia non è mai contro il Maschio tout-court, anzi. Non ci sono vittime e carnefici, c’è la vita. E la vita non sa mai dove ci porta: è un viaggio che, comunque vada a finire – le ipotesi restano aperte! – ci regala sempre una nuova consapevolezza. Divertente, caldo, consolatorio e irriverente, “Maledetto Peter Pan” riguarda in ultima analisi ognuno di noi: tutti, in un momento o in un altro, ci siamo rotti i denti su quella meravigliosa, devastante, irrinunciabile avventura chiamata Amore. E lo faremo ancora.

http://www.teatrodellacometa.it/spettacolo.php?idspettacolo=85#.Wkt6OiOh09c

immagini.quotidiano.net

RASSEGNA STAMPA:

– Sicché nel mezzo degli scherzi della nostra vita, la moglie s’interroga sulla coppia e ne vien fuori tutta la farsa della quotidianità coniugale e il rapporto uomo-donna e il triangolo lui – lei – l’altra e la competizione moglie – amante. Che ci vuol fare, signora mia, gli uomini si sono alleati con le puttane e hanno fregato le donne. Tutta carica di gesti, espressioni, toni e buffe mimiche da parere un fumetto che, stufo d’esser costretto nella fissità del foglio da disegno, zompi senza catene e libero finalmente, Andreozzi fa la moglie, il marito, l’amante e pure chiacchiera col pubblico, lo prende in giro come sfotte se stessa di modo che ognuno abbia il suo. E scagli la prima pietra chi è moglie o marito senza il peccato d’essersi astenuto dal delizioso peccato originale che suggella il patto fra Adamo ed Eva.

fonte: http://www.marcantonioluciditeatro.it/2016/04/10/maledetto-peter-pan-di-michele-bernier-e-marie-pascale-osterrieth-interprete-solista-michela-andreozzi-al-teatro-due-di-roma/

– Come rendere originale il luogo comune trito e ritrito dell’uomo di mezz’età che lascia la moglie per la propria segretaria, per poi lamentarsi che la nuova fiamma, a cena, gli faccia trovare solo simmenthal? Michela Andreozzi ci riesce perfettamente. Stempera il rischio di una stereotipizzazione “di genere” – le “povere” donne versus gli uomini “infami” – portando in scena un’umanità varia e complessa, per nulla standardizzata. L’attrice, unica interprete di questa gamma sfumata di personaggi, si trasforma camaleonticamente ora nella moglie tradita ora nella donna ossessionata dalla chirurgia estetica che rinnega la monogamia in nome dei toy boys; ora nel marito fedifrago, ora nel cugino veneto bistrattato e cornificato a sua volta; ora nell’amica alcolizzata, ora nell’amante vestita da Trilli con tanto di bacchetta magica.

fonte: http://www.recensito.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=14647%3Amaledetto-peter-pan-al-teatro-due-va-in-scena-lo-stereotipo-che-fa-ridere&Itemid=121

– Ma l’Andreozzi ci tiene a spiegare che per lei, nonostante tutto, l’amore c’è ed esiste veramente, ecco perché le ultime battute dell’attrice ci riportano ad una diversa realtà e alla voglia di amare. Nessuna battuta è scontata e le risate che ci strappa sono sincere e genuine, riconoscendoci almeno in uno dei personaggi che porta sul palco.
Questa performance è un vero e proprio dialogo con il pubblico, che più di una volta viene preso come un consigliere a cui raccontare tutti gli avvenimenti della storia per sapere cosa ne pensa. In scena tanti oggetti, che servono a raccontare momenti e attimi del rapporto d’amore. Il rosso del divano diventa il centro del mondo per un cuore spezzato, che si rifugia sempre lì quando vuole scappare dalla realtà. Ma sulle note di “Respect” di Aretha Franklin” la nostra attrice, che un po’ ci rappresenta a tutti, rinasce e ci fa ballare il cuore. È un tripudio di emozioni che solo una brava cantastorie come Michela può tirare fuori. È viva e coinvolgente e ci dà speranza di rinascita in ogni attimo.
Questo spettacolo non è altro che la storia di un viaggio, di una donna, alla ricerca della tranquillità e della felicità che tutte possiamo raggiungere con l’aiuto solo di noi stesse.

fonte: https://www.culturamente.it/news/michela-andreozzi-chiede-ma-lamore-esiste-veramente/

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– Scanzonata e divertente, allegra e coinvolgente. In due parole: Michela Andreozzi. (…)
La “sindrome di Peter Pan”, come viene chiamata la “crisi di mezza età”, che spinge soprattutto l’uomo a tradire, raccontata con un registro comico che si prende beffa del tradimento restituendo la giusta forza alla donna, solitamente la più debole nella coppia. A metà tra la commedia, lo stand-up e il monologo, la regia di Massimiliano Vado regala tante risate ma anche tanta riflessione, adattando il testo anche all’attualità, con riferimenti al premier Renzi e al più recente film-scandalo “50 sfumature di grigio”. In circa un’ora e mezza di spettacolo che diverte in continuazione la Andreozzi passa dall’essere sola ed abbandonata sul divano al momento di dover fare i conti con la propria vita, dal confronto con gli amici, già informati del fattaccio, alla spasmodica quanto infruttuosa ricerca di un ex fidanzato magari da riconquistare per ripartire ed avere “dignità” davanti a tutta la società. Una “dignità” che diventa lo spunto per una feroce autocritica, una sorta di flagellazione morale dove finisce sott’accusa la donna e solo la donna, salvo poi capire che la colpa di quella rottura non è sua o almeno non solo sua.

fonte: http://www.corrieredelsud.it/nsite/informazione-regionale/sicilia/ragusa/20617-teatro-tante-risate-nonostante-il-dramma-delle-corna.html

– Fine dissertazione, a tratti ridanciana, in altri pungente di ironia, pronta a inclinarsi verso il pubblico, tutto lo spettacolo è retto da Michela Andreozzi, che è davvero brava, spontanea, simpatica, anche fuori dalla scena, pronta a cogliere le sollecitazioni della sala e a divertirsi a sua volta, mentre il gioco delle canzonette fa da sponda. Autoironica, versatile nei tanti personaggi, è la moglie tradita che cerca di riemergere dal dolore, salvare la dignità, riaccogliere il marito fedifrago e consolarsi con un’improbabile bulimia sessuale; poi la voce del marito, meschino e scontato, goffo nei suoi vizi, da fare perfino tenerezza; quindi la fatina, semi-alfabetizzata, segretaria ventenne pronta al gusto di una trasgressione facile e banale; per diventare a turno le amiche di lei, gli amici di lui e ancora i genitori di lei.

fonte: http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/maledetto-peter-pan-teatro-sala-umberto-roma.html

– Nel triste panorama del teatro italiano, ogni tanto c’è un sorriso: quello di uno spettacolo che parte a fari spenti e poi, come direbbero i gggiovani, «spacca». (…)
Gli ingredienti del successo sono semplici: un tema universale trattato con criterio archetipico, vale a dire le corna; un testo arguto che veste di nuovo i tanti luoghi comuni cui lo spettacolo volutamente non rinuncia; un’attrice in stato di grazia, sincera e autentica, che interpreta tutti i personaggi con virtuosismo fregolistico. Quindi si ride, si piange, si piange dal ridere, si ride dal piangere.

fonte: http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/quanto-fanno-ridere-corna-raccontate-michela-andreozzi-1004746.html

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– http://binrome.com/featured/al-teatro-della-cometa-arriva-maledetto-peter-pan-di-michele-bernier-e-marie-pascale-osterrieth/

– http://binrome.com/featured/al-teatro-della-cometa-arriva-maledetto-peter-pan-di-michele-bernier-e-marie-pascale-osterrieth/

– Bersaglio buffo, debole e a tratti patetico, l’adultero finisce schiacciato dalla scoppiettante e dissacrante energia della donna tradita, supportata e consolata da una platea, talvolta e per ovvie ragioni divisa, ma sempre vinta da una ilarità trascinante. Nel trascorrere del racconto l’attrice dialoga con il pubblico – a esso sono dirette tanto le ripetute richieste di aiuto quanto gli interrogativi per districare i suoi dilemmi – e reagisce, con ammirevoli e magistrali tempi teatrali, agli interventi degli spettatori più arditi, divertiti di partecipare a uno spettacolo aperto che li coinvolge tutti.
Per l’istrionica protagonista della serata si tratta dell’ennesima conferma di una carriera in ascesa anche sul grande schermo.

fonte: http://teatro.persinsala.it/maledetto-peter-pan/10192

– Michela Andreozzi discute con il pubblico su diversi temi riguardanti il rapporto di coppia e l’amore. Altro punto di forza dello spettacolo è, come si è detto, la bravura dell’attrice nella pantomima e della mimica facciale: ella, con effetti di grande comicità, riesce in questo modo a portare in scena numerosi personaggi, anche più d’uno, contemporaneamente, sul palco; è questo il caso delle suddette amiche, personaggi surreali, di cui gli atteggiamenti e i vezzi vengono ingigantiti in una visione quasi barocca di queste personalità ognuna con il proprio carattere e tratto caratteristico sul quale Michela Andreozzi “gioca” con la caricatura. Ma è anche il caso dei siparietti portati in scena dalla stessa attrice nei quali “impersona” anche i personaggi maschili, in particolare il marito, durante i loro litigi, ed il figlio, che si trova a vivere una situazione che non comprende diviso tra la madre e l’amante del padre; e quelli in cui, la stessa Andreozzi impersona anche l’amante del marito.
Ed è questo il punto di forza dello spettacolo, che lo rende una commedia riuscita, e contemporaneamente spinge a riflettere su quello che dovrebbe essere il grado di maturità di una donna e un uomo, soprattutto di quest’ultimo, nel commettersi l’una all’altro nel rapporto di coppia.

fonte: http://www.teatro.it/recensioni/maledetto-peter-pan/maledetto-peter-pan-rappr.html

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– La bellezza di questo monologo, di questa stand-up comedy è nel coinvolgimento che Michela ha saputo creare con tutto il pubblico, senza mai interrompere la magia e, anzi, presentandoci tutta la schiera di personaggi del suo repertorio.
Sapienza, tecnica e consapevolezza sono qualità indiscusse nella professionista Michela Andreozzi; che ha recitato, interagito sul palco per due ore, tenendoci incollati alla sedia nella quotidianità dei suoi personaggi, dall’inizio alla fine.
Riscontrare bravura e avere l’occasione di viverla condita da ironia, tenerezza, complicità è un’esperienza che davvero vale la pena di vivere.

fonte: http://thebloggest.eu/amanda/porte-aperte-per-maledetto-peter-pan-con-michela-andreozzi/284

– Dal punto di vista della scena teatrale, e delle scelte di regia, la protagonista Michela Andreozzi, tramite una recitazione improntata alla comicità, espressa tramite la pantomima, la mimica espressiva e le intonazioni di voce, ed una recitazione di tipo interattivo, in cui vi è la “compartecipazione” del pubblico alle battute sceniche, tratta temi dolorosi ma con quel piglio particolare della commedia,  per il quale tramite la leggerezza ed il suscitare il sorriso tra il pubblico, si mettono in mostra alcuni comportamenti di “vizio” per l’uomo che, se possono apparire piccoli ed insignificanti, portano poi con loro conseguenze tristi nell’animo e nella psiche femminili, nel caso dello spettacolo Maledetto Peter Pan, nell’animo e nella psiche della protagonista

fonte: http://www.eroicafenice.com/teatro/maledetto-peter-pan-al-teatro-sancarluccio/

– Come si riconosce un uomo affetto dalla Sindrome di Peter Pan?
Si mette a dieta, fa tardi al lavoro, da apatico diventa iperattivo, va dal dentista e dal barbiere, si rifà il guardaroba, si fa crescere le basette e soprattutto si compra moto e giubbotto di pelle. In questi casi è sicuro: ha un’altra.
Rimedi?
L’uomo va lasciato giocare, senza iper-responsabilizzarlo. Coltivare il Peter Pan del proprio compagno è molto importante.

fonte: https://www.leggo.it/spettacoli/teatro/in_scena_sala_umberto_di_roma-340267.html

– http://www.theatreonweb.it/spettacoli-teatrali-a-roma/maledetto-peter-pan-2-2.html?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook&utm_campaign=theatreonweb

– http://www.oggiroma.it/eventi/spettacoli/maledetto-peter-pan/35885/

 

– Michela Andreozzi è maledettamente brava.
Ne ha dato dimostrazione ieri, alla prima dello spettacolo “Maledetto Peter Pan” in scena al Teatro della Cometa di Roma fino al 28 gennaio.
Una verve innata, un sacro fuoco della recitazione quello che possiede la Andreozzi. Una comicità pura e veritiera, che ricorda il talento di alcuni pilastri della scena Italiana come Bice Valori e Monica Vitti.
Poliedrica nel suo genere, Michela Andreozzi è una vera sorpresa. Sorprendente anche lo spettacolo, grazie alla fenomenica simbiosi che vi è fra lei ed il marito, Massimiliano Vado, regista della commedia. Stacchi di scena perfetti nella durata e nel momento, piacevole gestualità dell’attrice, accompagnamenti musicali giusti. Un connubio divertente di talento naturale, la Andreozzi è l’erede della vecchia comicità, quella autentica. Tanto studio dietro ed una lunga gavetta, combinati insieme al suo innato estro, l’hanno resa un’attrice con la A maiuscola.

fonte: http://www.metropolitanmagazine.it/2018/01/11/maledetto-peter-pan-michela-andreozzi-e-maledettamente-brava/

fonte: il bello e il cattivo tempo

– Sul palco una sola attrice, la Andreozzi, istrionica, comicamente attenta, decisa, che interpreta tutti i personaggi portati in scena con maestria, dialogando con il pubblico, con se stessa e con gli altri personaggi coinvolti nella storia. Gag, battute e riferimenti comici e divertenti coinvolgono il pubblico in una continua ilarità che sfocia in applausi e che l’attrice, sapientemente, utilizza all’interno dello spettacolo, come i commenti che arrivano spontanei dal pubblico. Il tutto accompagnato da una serie di canzoni sapientemente scelte, che accompagnano le fasi dello spettacolo.
“Maledetto Peter Pan” non è solo uno spettacolo teatrale, una recita di un copione, ma anche uno stand-up e un monologo, in cui la protagonista racconta tutte le fasi della separazione, la disperazione, la voglia di lasciarsi andare, il confronto con la realtà, il rapporto con la famiglia e gli amici. Il cercare nel suicidio una via d’uscita, ma anche la consapevolezza dell’importanza della propria vita e lo fa coinvolgendo a più riprese il pubblico. L’altro personaggio di spicco è l’amante, giovane, incapace di comprendere realmente la convivenza con un uomo e il proprio futuro.
Una prova ben superata dalla Andreozzi che diverte e convince gli spettatori.

fonte: http://www.mydreams.it/michela-andreozzi-scena-al-teatro-della-cometa-maledetto-peter-pan/

– In questa indagine all’interno della crisi di mezza età in stile Piero Angela, la Andreozzi si rivela un’attrice caleidoscopica e virtuosa, mostrando ottime abilità di caratterista. Si parte con uno sguardo al suicidio, con l’analisi dei segnali non riconosciuti, con l’autocritica, con “plaid, calzini, kleenex, divano”, con la rabbia, con la solitudine, con la ricerca di un conforto che non arriva mai tra amici e famiglia (cercandolo allora nell’interazione con il pubblico), con l’alternarsi di lacrime e budini; si torna indietro alle prime fasi dell’amore – quando un carrello del supermercato era una gondola – e ci si lascia prendere dal “rock satanico della Pausini”, ci si riconosce in queste dinamiche e si ride di se stessi (come la vicina di poltrona, separata dal marito, che in più di un caso si è trovata a esclamare “Oddio sono io!”).
Eppure, a fine spettacolo, la protagonista indica il marito, lo ringrazia, e ammette di credere nell’esistenza della “coppia felice”, rintracciando come possibile soluzione quella di accettare, fin da subito, i propri Peter Pan.

fonte: https://chiacchiere-dal-foyer.blogspot.it/2018/01/maledetto-peter-pan-michela-andreozzi.html

– La longevità permette agli uomini monogamie seriali, in una vita ne possono vivere anche tre e fare figli tardi, alle donne invece tutto ciò è raramente concesso. Tuttavia ci fa vedere, sempre con il sorriso sulle labbra, che le donne sono più resistenti, più complesse, ma anche più forti nell’affrontare i dolori e la vita, perché dopo essere scese negli inferi sanno sempre tornare a vivere.
A tutti gli effetti, Maledetto Peter Pan è una istantanea della nostra società e sebbene sia ritratta dal punto di vista femminile, tuttavia non è mai contro il Maschio tout-court, anzi. Non ci sono vittime e carnefici, c’è la vita. E la vita non sa mai dove ci porta: è un viaggio che, comunque vada a finire, ci regala sempre una nuova consapevolezza.
“Tu sei la Donna Della Mia Vita, lei è un’altra cosa… è una Fatina!” – dice Lui candido, andandosene via proprio con la suddetta, giovanissima Fatina. E chi resta sul divano a fare i conti con la vita, i bilanci, il figlio e soprattutto la Realtà, è Lei: la Moglie, la Donna, la Cornuta che, come prima ipotesi, trova soddisfacente solo quella del suicidio. La voce (rotta, disperata, cattiva ma sempre esilarante) della protagonista, racconta tutte le fasi dell’Elaborazione del Lutto: la Depressione sul Divano, il Confronto con parenti ed amici (che naturalmente già sanno), la ricerca di un Ex Disponibile alla Consolazione, la feroce Autocritica che sfocia nella Flagellazione.

fonte: http://www.ftnews.it/articolo.asp?cod=1417

– Quasi due ore di brillante one-woman-show rette, senza fatica apparente ma con grande verve, da un’attrice sempre più sciolta e affascinante. Un monologo al femminile capace di tramutarsi in una commedia romantica a tutti gli effetti quando i tanti protagonisti del dramma sentimentale (la portinaia, la nonna, l’ex fidanzato scopertosi gay, il marito fedifrago, le amiche, il figlio, la giovane amante) compaiono in scena. E qui, tutti sono interpretati dalla stessa Andreozzi. Attraverso una marcata gestualità e una perfetta mimica facciale, la protagonista dà vita così ad una galleria di innumerevoli caratteri, maschili e femminili, grotteschi, reali, comici, vividi.
“Maledetto Peter Pan” è uno spaccato di vita vera, contemporanea e quotidiana, un’istantanea sulle dinamiche di coppia e sull’amore oggi. Gli spunti di riflessione sono custoditi tra sorrisi amari e risate a crepapelle e Michela Andreozzi, qui diretta dal marito Massimiliano Vado, è bravissima a raccontare con ironia e leggerezza temi che nella vita proprio non ci farebbero ridere.

fonte: http://www.saltinaria.it/recensioni/spettacoli-teatrali/maledetto-peter-pan-michela-andreozzi-teatro-della-cometa-roma-recensione-spettacolo.html

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– È solo la cosiddetta “sindrome di Peter Pan”. Niente di più banale, dunque. A parte lei: la camaleontica e vulcanica Andreozzi, sola sul palcoscenico, se si escludono le “sue personalità” (come lei stessa ammette a fine spettacolo) e tutti i personaggi a cui magistralmente presta voce, gestualità e mimica in quasi due ore di rappresentazione, che scorrono veloci e al ritmo di grasse risate. Quelle del pubblico in sala, badate bene, anche e soprattutto del pubblico maschile.
Lo stesso pubblico che sin da subito si mostra ben disposto a fare da spalla, coinvolto com’è, in quella sorta di “one woman show” che la Andreozzi, diretta dal marito Massimiliano Vado, riesce a tenere in piedi, al punto da guadagnarsi una vera e propria piccola parte, con tanto di luci accese e botta e risposta con l’attrice, nel tentativo di scoprire se la coppia perfetta esiste davvero.
Comico, malizioso, universale Maledetto Peter Pan raccoglie, ancora una volta, un grande consenso da parte del pubblico e si porta a casa il merito di raccontare senza mezzi termini l’altra faccia dell’amore: quella che fa ridere solo a teatro.

fonte: http://www.laplatea.it/index.php/teatro/recensioni/1721-maledetto-peter-pan-se-le-corna-fanno-ridere.html

– Lo spettacolo, trasporta lo spettatore in un possibile scenario nel quale Michela interagisce vivacemente con le coppie in platea. Questo rende lo spettacolo più personale e intimo, tutti si riconoscono un po’ nelle battute, oppure temono di riconoscersi, guardano il partner con sospetto e poi con un diniego pensano, “no a me no, non succede”.
Gli uomini zittiti si sentono messi sotto accusa,  ma si rilassano con lo sviluppo della storia perché in fondo è solo un gioco, il gioco dell’amore, dal quale si può talvolta uscire un po’ acciaccati perché c’est la vie.

fonte: http://www.ilterzonews.it/maledetto-peter-pan-michela-andreozzi-teatro-della-cometa/

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“La verità è che, in fondo, io alla coppia perfetta ci credo.” Dopo un’ora e mezza di esilarante monologo Michela Andreozzi, sul palco di “Maledetto Peter Pan”, spiazza tutti con una frase che le viene dal cuore e con sano romanticismo, smentisce tutto quello che con il suo istrionismo ha raccontato al pubblico del Teatro La Cometa fino a quel momento,presentando al pubblico il suo personale ‘Peter Pan’ alla regia dello spettacolo, Massimiliano Vado.
Un racconto tutto al femminile, la crisi di Lui vista e subita da Lei, costretta a raccogliere i cocci delle intemperanze di un marito che supera gli anta. E intorno a Lei disperata, confusa, arrabbiata ma anche liberata, figure che appaiono e scompaiono per dire la loro e con cui si tratteggia una crisi di mezza età che, a ben vedere, non è esclusivamente maschile. Dall’amica alcolizzata, a quella dipendente dalla chirurgia plastica ma che si ostina a dire di essere tutta ‘naturale’, fino gli improbabili nuovi corteggiatori incontrati dalla protagonista nel goffo tentativo di riprendere in mano la sua vita, la Andreozzi tratteggia con il suo trasformismo un panorama umano semplicemente allo sbando e ne fa oggetto di ironia e lo trasforma in un racconto irresistibile, alla fine del quale lo spettatore viene condotto alla feroce verità: “La coppia perfetta non esiste, facciamocene una ragione”. Anzi meglio, facciamoci una risata.

fonte: https://www.tuacitymag.com/maledetto-peter-pan-lirresistibile-michela-andreozzi-racconta-le-corna-e-la-crisi-di-mezza-eta/

La commedia “Maledetto Peter Pan”, per la regia di Massimiliano Vado, non fa che ricordarcelo, con tanta, tantissima ironia attraverso le centomila maschere di Michela. Tutte insieme raccontano al pubblico la storia di una moglie tradita e abbandonata per la nuova fiamma. Saltellando da un dialetto all’altro Michela Andreozzi interpreta la donna ferita, il marito in piena crisi di mezza età, la segretaria nelle vesti dell’amante e tutti gli altri personaggi, proponendo agli spettatori un caleidoscopio di registri linguistici e di personalità, ma rimanendo sempre fedele a se stessa e alla propria bravura.
Due ore circa di spettacolo scorrono come un fiume in piena, travolgendo un pubblico quasi fagocitato dallo show: si partecipa attivamente alla sofferenza di questa donna, la cornuta, che deve affrontare la solitudine mentre il marito bambinone se la spassa candidamente con la Fatina, ovvero la sua nuova compagna.
E mentre si ride della ineluttabile debolezza umana, viene a galla una verità disarmante. Non sull’amore, ovviamente, che di verità assolute – per fortuna – ne conosce ben poche. Piuttosto sulla nostra natura di “animali sociali”, per dirla alla Aristotele, che nei momenti di profonda crisi devono fare leva esclusivamente sulle proprie forze.

fonte: https://www.culturamente.it/spettacoli/michela-andreozzi-teatro-della-cometa/?utm_source=feedburner&utm_medium=twitter&utm_campaign=Feed%3A+culturamente%2FlhEa+%28CulturaMente%29

Michela Andreozzi è sul palco sola e lo riempie tutto, con la sua espressività, i tempi comici, le battute e le situazioni che fanno ridere dall’inizio alla fine. E il pubblico si identifica in pieno, vivendo le varie fasi insieme  alla protagonista cornuta. L’equilibrio di coppia, i primi segni di cambiamento di lui ignorati dall’illusione di lei che all’inizio giustifica tutto, i sospetti, l’estorsione della confessione:  “Tu sei la donna della mia vita, lei è un’altra cosa… è una Fatina!” – dice lui candido, andandosene di casa. E chi resta sul divano a fare i conti con la vita, i bilanci, il figlio e la realtà? è lei  che, come prima ipotesi, trova soddisfacente solo quella del suicidio, ma poi comincerà a confrontarsi con gli amici, a cercare di rifarsi una vita, a riprendersi il marito illudendosi di avere vinto sulla segretaria.

fonte: http://doppiavita.tv/michela-andreozzi-in-maledetto-peter-pan/

Basta a se stessa e allo spettacolo, La Andreozzi, non ha bisogno di chissà quale orpello, o scenografia o costume. Lei che fa la donna tradita, la “fatina troia” con cui suo marito la tradisce, mima le movenze e la personalità di quel marito poco più che insignificante, porta in scena le manie delle sue amiche, e poi in maniera impeccabile tutti i dialetti dello stivale, dal calabrese al bergamasco.
Le battute sono scritte ad arte, è proprio il caso di dirlo, cosa non facile nel momento in cui si va a tradurre un testo e dunque necessita risistemarne il senso ed anche il ritmo.
Sembra azzerare tutte le difficoltà che stanno dietro ad un monologo, Michela Andreozzi; le appartiene una bravura fuori dal comune, come anche quella completa assenza di inibizione che ogni attore dovrebbe possedere.
“Chi crede alla coppia perfetta?”, domanda la protagonista dello spettacolo al suo pubblico, che fino ad allora ha collaborato a che si potesse consumare quel monologo “condiviso”.
Lei sì, ci crede, è innamorata e quel legame di vita con Massimiliano Vado che ha saputo anche divenire sodalizio artistico, racconta di come si può essere felici condividendo quello che si sa fare, stando vicini e apprezzando appieno le doti dell’altro.

fonte: http://www.sicilia24h.it/strepitosa-andreozzi-in-maledetto-peter-pan-in-scena-la-crisi-di-mezza-eta_343408/

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..come un sub nel bidè

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Max Vado è attore, regista e saltuariamente ballerino. Lavora soprattutto al cinema e a teatro, ha una sua pagina wikipedia, ma le sue vere passioni sono Star Wars, l’amore, Prince e il fantacalcio.

(la BIO nel libro)

MASSIMILIANO VADO

Questa immagine è distribuita sotto licenza CC-BY-SA 3.0

MASSIMILIANO VADO

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MASSIMILIANO VADO

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MASSIMILIANO VADO

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A Spasso con ABC, un altro sguardo – #Formia

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Il 27 novembre 2017 è stata Formia, luogo unico del Lazio in cui mare, natura, storia, leggenda, arte e archeologia si fondono, la terza tappa scelta per “A Spasso con ABC” che, promosso da Regione Lazio e Roma Capitale, sta portando gli studenti di Roma e del Lazio a scoprire e valorizzare il nostro territorio.
Un percorso tra le “bellezze” che, in occasione di “A Spasso con ABC”, vengono narrate attraverso uno sguardo nuovo e ospiti d’eccezione, per regalare ai giovani un approccio inedito all’arte e alla storia, per accendere un cono di luce su quei luoghi che sono stati fonte di ispirazione di artisti e poeti.
Un approdo di pace e un riparo, come indica l’etimologia stessa del nome Formia, da far riscoprire ai giovani studenti di Roma e del Lazio attraverso una nuova lettura e una visita inedita e originale – come nel Grand Tour nato alla fine del Settecento – in  un programma di incontri e ospiti autorevoli, a partire dall’attore e regista Massimiliano Vado.

 

Ad intervenire e accompagnare i ragazzi nei luoghi storici di Formia: Sandro Bartolomeo, Sindaco di Formia, Antonella Prenner, Assessore alla Cultura e Politiche scolastiche del comune di Formia, Giovanna Grimaldi, Delegata all’Archivio Storico e alle Biblioteche di Formia,e Giovanna Pugliese, Coordinatore Progetti Scuola ABC.
“O temperate dulce Formiae litus”: a partire dalla mitezza del clima declamata da Marziale nell’epigramma dedicato all’amico Apollinare e alla sua villa formiana, Formia è stato centro balneare di antichissime tradizioni, luogo prediletto della borghesia antico romana – che vi ha lasciato resti di numerose ville e tombe, la più illustre delle quali è quella attribuita a Cicerone che qui venne ucciso – con anche l’arcipelago delle isole Ponziane e rappresenta un fortunato caso in cui il mare diventa ponte fra diverse terre.
“A Spasso con ABC – Un altro sguardo” è promosso dalla Regione Lazio con Roma Capitale nell’ambito del POR-FSE Lazio 2014-2020, curato dal Progetto ABC Arte Bellezza Cultura nell’ambito dei Progetti Scuola ABC.

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CICERONE

Mentre le legioni, guidate da comandanti ambiziosi, marciano contro la Persia e la Par- tia, la Germania e la Britannia, la Spagna e la Macedonia, inseguendo il sogno effimero di un Impero, qui una voce solitaria si leva con- tro questi pericolosi trionfi: la voce di chi ha potuto vedere come dalla cruenta semina delle guerre di conquista non possa che scaturire il raccolto ancora più cruento delle guerre civili. In tono solenne, questo difensore disar- mato dell’umanità, scongiura il figlio di ono- rare gli «adiumenta hominum», la cooperazione tra gli uomini, come l’ideale più impor- tante e più alto. Nell’autunno della sua vita, colui che per tanto tempo è stato retore, avvocato e politico, che in cambio di denaro e gloria ha sostenuto cause buone e cattive con uguale perizia, che si è affannato per ottenere cariche pubbliche, ricchezze, onori e consen- so popolare, approda infine a questa consapevolezza. A un passo dalla propria fine, Marco Tullio Cicerone si converte da mero umanista nel primo difensore dell’umanità.

Mentre Cicerone, nella quiete del suo ritiro, così riflette sul senso e la forma di una costi- tuzione statale fondata sulla morale, l’inquietudine scuote l’Impero romano. Il Senato e il popolo non hanno ancora deciso se gli assassini di Cesare vadano elogiati o banditi. An- tonio si arma per combattere Bruto e Cassio, ma già si profila un nuovo inatteso preten- dente: Ottaviano, che Cesare ha nominato suo erede e che ora rivendica concretamente l’eredità. Appena giunto in Italia, scrive a Cicero- ne per avere il suo appoggio, ma allo stesso tempo anche Antonio prega Cicerone di andare a Roma, mentre Bruto e Cassio gli si appellano dai loro accampamenti. Tutti cercano di guadagnare alla propria causa il sostegno del grande avvocato, tutti desiderano che il celebre maestro del diritto conferisca una par- venza di legalità alle loro azioni illegittime. Con istinto sicuro, come tutti i politici mentre ancora lottano per impadronirsi del potere, cercano l’appoggio dell’uomo di pensiero che più tardi scacceranno con disprezzo. E se Cicerone fosse ancora il politico ambizioso di un tempo cederebbe alla tentazione.

Ma in lui ormai la stanchezza è cresciuta di pari passo con la saggezza, due condizioni che spesso si somigliano pericolosamente. Sa di avere veramente bisogno di una sola cosa: completare la propria opera, dare un ordine alla propria vita e ai propri pensieri. Come Ulisse col canto delle sirene, chiude l’orecchio interiore agli allettanti richiami dei po- tenti, lascia cadere l’appello di Antonio, quel- lo di Ottaviano e quello di Bruto e Cassio, respingendo persino l’invocazione del Senato e dei suoi amici. È consapevole di essere più for- te con la parola che con l’azione e più incisivo da solo che in mezzo a qualunque gruppo, così continua a lavorare instancabile alla sua opera, sentendo che si tratta del suo congedo da questo mondo.

Appena completato questo suo testamento spirituale, solleva lo sguardo dall’opera. È un pessimo risveglio. La sua patria è minacciata dalla guerra civile. Antonio ha saccheggiato le casse di Cesare e del tempio e col denaro rubato è riuscito a radunare dei mercenari. Ma ha tre eserciti contro, tutti molto agguerriti, quello di Ottaviano, quello di Lepido e quel- lo di Bruto e Cassio. È troppo tardi per una mediazione che scongiuri il conflitto: ormai occorre decidere se a Roma si debba affermare un nuovo cesarismo incarnato da Antonio o se debba sopravvivere la Repubblica. In un momento simile ciascuno deve schierarsi. E anche un campione di cautela che ha sempre cercato la mediazione e si è tenuto al di sopra delle fazioni esitando a prendere posizione, anche Marco Tullio Cicerone deve scegliere una volta per tutte.

E adesso si verifica un fenomeno singolare. Da quando Cicerone ha inviato a suo figlio il De officiis, il proprio testamento spirituale, ha acquisito un coraggio inedito che nasce dal disprezzo della vita. Sa che la sua carriera politica e letteraria è giunta al termine. Quel che aveva da dire l’ha detto e la vita che gli rimane da vivere non gli riserva più molto. È vecchio, ha concluso la sua opera, perché osti- narsi a difendere quest’ultimo miserabile avanzo di vita? Come un animale sfinito per l’inseguimento, che senta ormai alle spalle i latrati dei cani, si volta improvvisamente e per affrettare la fine corre loro incontro, così Cicerone intrepidamente si lancia ancora una volta nella battaglia, proprio dove questa infuria più minacciosa. Colui che per mesi e anni aveva adoperato solo uno stilo silenzioso si riappropria degli strali dell’eloquenza per scagliarli contro i nemici della Repubblica.

Spettacolo sconvolgente: a dicembre l’uomo dai capelli grigi ritorna al Foro per esortare ancora una volta il popolo a dimostrarsi degno della virtù dei suoi progenitori, «ille mos virtusque maiorum». Scaglia quattordici infuocate Filippiche contro l’usurpatore An- tonio che ha rifiutato di obbedire al Senato e al popolo, perfettamente cosciente del pericolo che comporta presentarsi inerme contro un dittatore che dispone di legioni disposte a tutto. Ma chi vuole fare appello al coraggio altrui risulta convincente solo se dà lui stesso esempio di coraggio. Cicerone è consapevole che la sua non è una vuota schermaglia di parole come quelle di un tempo in quello stesso Foro, questa volta invece sta mettendo a rischio la vita per le sue convinzioni. Dai rostra, il pulpito degli oratori, afferma con determinazione: «Fin da giovane ho difeso la Repubblica. Non la abbandonerò adesso che sono divenuto vecchio. Sarei disposto volentieri a sacrificare la vita se con la mia morte questa città potesse ritrovare la libertà e il popolo romano riacquistare la sovranità. Gli dèi immortali non potrebbero concedermi una grazia più grande». Adesso non è più tempo di trattare con Antonio, afferma con veemenza. Bisogna schierarsi dalla parte di Ottaviano che, quantunque parente ed erede di Cesare, appoggia la causa della Repubblica. Non so- no in gioco degli uomini, ma un principio, il più sacro di tutti: «res in extremum est ad- ducta discrimen: de libertate decemitur», la Repubblica è di fronte alla scelta estrema: è in gioco la libertà. Ma quando è in pericolo un bene così importante, ogni esitazione può essere fatale. Così il pacifico Cicerone esorta a schierare le armate della Repubblica contro quelle della dittatura e odiando, come il suo futuro discepolo Erasmo, il tumultus, la guerra civile, sopra ogni altra cosa, invoca lo stato d’emergenza per il Paese e il bando per l’usurpatore.

Queste quattordici orazioni, in cui Cicero- ne non difende più cause sospette, ma un idea- le supremo, sono piene di espressioni grandiose e infuocate di passione. «Altri popoli possono vivere in schiavitù», grida ai suoi con- cittadini, «ma noi romani non possiamo tollerarlo. Se non riusciremo a riconquistare la libertà, che ci sia lasciata la morte». Se lo Stato è giunto al punto estremo di umiliazione, con- viene che un popolo che domina il mondo intero – «nos principes orbium terrarum gen- tiumque omnium» – si comporti come fanno i gladiatori, quantunque schiavi, nell’arena: meglio morire affrontando il nemico a viso aperto, che lasciarsi massacrare. «Ut cum di- gnitate potius cadamus quam cum ignominia serviamus», cadere con dignità piuttosto che servire con ignominia.

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Con stupore, il Senato e il popolo ascolta- no queste filippiche. Qualcuno di loro sente che questa sarà per i secoli a venire l’ultima volta in cui nel Foro romano echeggeranno parole simili. Presto ci si dovrà inchinare da schiavi davanti alle statue marmoree degli imperatori e sotto i Cesari sarà consentita solo l’adulazione suadente e insincera invece dei discorsi liberi di un tempo. Un brivido percorre l’uditorio, al tempo stesso d’angoscia e di ammirazione per quel vecchio che da solo, col coraggio che gli deriva da una profonda disperazione, difende l’indipendenza dell’uomo di pensiero e il diritto della Repubblica. Anche se timoroso, gli esprime il suo consenso. Ma il fuoco della parola non ce la fa più a infiammare il tronco ormai fradicio dell’orgoglio romano. E mentre questo idealista solitario predica nel pieno del mercato il sacrificio estremo, alle sue spalle i potenti senza scrupoli, ma con le legioni al seguito, già stringo- no il patto più scellerato della storia romana.

Lo stesso Ottaviano, che Cicerone esaltava come difensore della Repubblica, e lo stesso Lepido, per il quale aveva proposto che si eri- gesse una statua per i suoi meriti verso il po- polo romano – quando entrambi si erano mos- si per annientare l’usurpatore Antonio –, finiscono per concludere un patto privato. Poiché nessuno dei tre caporioni, né Ottaviano, né Antonio, né Lepido, è abbastanza forte per impadronirsi da solo dell’Impero romano come di un suo bottino personale, i tre nemici mortali decidono di comune accordo che è preferibile spartirsi l’eredità di Cesare, e così da un momento all’altro invece del grande Cesare, Roma se ne ritrova tre in scala ridotta.

È un momento fatale quello in cui i tre generali, invece di ascoltare il Senato e rispetta- re la legge del popolo romano, costituiscono da soli il triumvirato, dividendosi come un qualsiasi bottino un Impero gigantesco che si estende sopra tre continenti. Su un’isoletta vicino a Bologna, alla confluenza dei fiumi Reno e Lavino, viene eretta una tenda in cui i tre banditi devono incontrarsi. Naturalmente nessuno di questi grandi eroi si fida degli altri. Troppe volte nei loro proclami si sono reciprocamente dati del bugiardo, della canaglia, dell’usurpatore, del nemico dello Stato, del brigante e del ladro, per non conoscere perfettamente l’uno il cinismo degli altri. Ma a chi è assetato di potere importa solo del pote- re, non dei princìpi, solo del bottino, non dell’onore. Con tutta la cautela possibile i tre complici, raggiungono uno alla volta il luogo convenuto, poi, dopo essersi reciprocamente accertati che nessuno porti con sé armi per uccidere i nuovi alleati, i tre futuri signori del mondo si sorridono da buoni amici ed entrano insieme nella tenda in cui si darà vita al triumvirato. Antonio, Ottaviano e Lepido rimangono tre giorni in quella tenda, senza testimoni. Hanno tre cose di cui discutere. Sul primo punto, ovvero su come dividersi il mondo, trovano rapidamente un accordo. Ottaviano otterrà l’Africa e la Numidia, Antonio la Gallia e Lepido la Spagna. Anche la seconda questione, il modo in cui raccogliere il denaro per le paghe arretrate delle loro legioni e dei loro accoliti, li preoccupa poco. Il problema si risolve facilmente mediante un sistema che da allora sarà spesso adottato. Bisogna solo derubare gli uomini più ricchi del Paese dei loro averi ed eliminarli immediata- mente per impedire che protestino troppo. Placidamente seduti intorno al tavolo, i tre uomini stilano una lista di proscrizione con i due- mila cittadini più ricchi, tra cui cento senatori. Ciascuno nomina quelli di sua conoscenza, includendo nemici e avversari. Con un paio di rapidi tratti di stilo, il nuovo triumvirato, dopo la questione territoriale, ha già sistemato anche quella economica.

E adesso occorre affrontare il terzo punto. Chi intende instaurare una dittatura, per man- tenere saldamente il dominio deve innanzitutto ridurre al silenzio gli eterni avversari di ogni tirannia, gli uomini liberi che difendono un’inestirpabile utopia: la libertà di pensiero. Il primo nome di quest’ultima lista per Antonio dev’essere quello di Marco Tullio Cicerone. L’uomo che ha riconosciuto la sua vera natura e lo ha qualificato col nome che gli spetta. È il più pericoloso di tutti perché possiede forza di pensiero e volontà di indipendenza. Bisogna sbarazzarsene. Ottaviano si rifiuta, sgomento. Essendo giovane, il veleno della politica non lo ha ancora completamente contaminato e non vorrebbe inaugurare il proprio potere con l’eliminazione del più celebre scrittore del suo tempo. Cicerone è stato suo devoto sostenitore e lo ha sempre elogiato davanti al popolo e al Senato. Ancora qualche mese prima, Ottaviano ha chiesto umilmente aiuto e consiglio a quel venerabile anziano, de- finendolo con rispetto il suo «vero padre». Ottaviano avverte la vergogna e persiste nell’op- posizione. Per un giusto istinto, che gli fa onore, prova ripugnanza all’idea di consegnare quell’illustre maestro della lingua latina all’in- fame pugnale di un sicario. Ma Antonio insiste, sa che lo spirito e la violenza sono eterni nemici e che nessuno è più pericoloso per la dittatura del maestro di eloquenza. La conte- sa per la vita di Cicerone dura tre giorni. Infine Ottaviano si arrende e così il nome di Cicerone sigilla quello che forse è il documento più infame dell’intera storia romana. Questa proscrizione segna la definitiva condanna a morte della Repubblica.

Nel momento in cui Cicerone apprende che i tre acerrimi nemici di un tempo si sono accordati, capisce di essere perduto. Sa di aver sferzato troppo dolorosamente con le sue parole brucianti la mancanza di scrupoli e i bassi istinti di avidità, vanagloria, e crudeltà di una canaglia senza legge cui Shakespeare conferirà ingiustamente una nobile aura di spiritualità, che ora non può certo aspettarsi la magnanimità di Cesare da un individuo di questa risma. L’unica scelta logica, se volesse salvare la vita, sarebbe dileguarsi in fretta. Cicerone dovrebbe raggiungere Bruto, Cassio e Catone in Grecia, nell’ultimo avamposto della libertà repubblicana dove sarebbe al sicuro, quanto meno dai sicari che già sono stati inviati. E in effetti, per due o tre volte, il proscritto appare pronto alla fuga. Prepara ogni cosa, avverte gli amici, si imbarca, si avvia. Ma all’ultimo momento si arresta sempre; chi ha conosciuto una volta la tristezza dell’esilio, sente intensamente, anche nel pericolo, il piacere di stare sul suolo patrio e l’indegnità di una vita eternamente in fuga. Una volontà misteriosa, oltre la ragione e persino contro la ragione, lo spinge a consegnarsi al destino che lo attende. È stanco e alla sua esistenza già segnata chiede solo qualche giorno ancora di riposo. Un po’ di tempo ancora per meditare tranquillamente, per scrivere qualche lettera, leggere qualche libro, e poi accada pure ciò che gli è riservato. In questi ultimi mesi Cicerone si nasconde ora nell’uno ora nell’altro dei suoi poderi, fuggendo sempre non appena si profili un pericolo, ma senza mai mettersi davvero in salvo. Cambia riparo come un febbricitante cambia cuscino, né veramente deciso ad andare incontro al proprio destino, né d’altra parte a sfuggirgli, come se volesse, lasciando così aperta una possibilità alla morte, mettere inconsciamente in atto la massima da lui stesso formulata nel De senectute, secondo cui un vecchio non deve né cercare la morte né ritardarla, ma accoglierla serenamente quando si presenti: «neque turpis mors forti viro potest accidere», per l’uomo dall’animo forte non può esserci morte disonorevole.

Perciò Cicerone, già imbarcato per la Sicilia, ordina improvvisamente ai suoi uomini di invertire la rotta verso il suolo italico a lui ostile e approdare a Caieta, l’odierna Gaeta, dove possiede un piccolo podere. Lo ha assalito una stanchezza che non è solo del corpo e dei nervi, ma piuttosto della vita, una misteriosa nostalgia della fine, del ritorno alla terra. Desidera solo riposare ancora una volta. Respirare ancora una volta la dolce aria della patria e congedarsi, congedarsi dal mondo e poi ancora riposare, fosse solo per un giorno o un’ora!

Appena sbarcato saluta rispettosamente i sacri Lari domestici. Quest’uomo di sessanta- quattro anni è stanco, la navigazione lo ha stremato, così va nel cubiculum a distendersi e chiude gli occhi per anticipare nella pace del sonno il piacere del riposo eterno. Ma si è appena sdraiato che già irrompe nella stanza uno schiavo fedele. Nei dintorni sono stati visti aggirarsi degli uomini armati dai modi sospetti e un servo, che Cicerone ha sempre trattato con grande gentilezza, ha rivelato ai sicari, in cambio di una ricompensa, il luogo in cui si trova. Cicerone deve fuggire, fuggire in fretta; è stata già preparata una lettiga e loro, gli schiavi della casa, sono pronti a difenderlo con le armi in pugno lungo il breve tragitto fino alla nave, dove sarà infine al sicuro. Ma il vecchio, ormai esausto, rifiuta. «Che senso ha?», dice, «sono stanco di fuggire e stanco di vive- re. Lasciatemi morire qui, in questa terra che ho salvato». Tuttavia alla fine il vecchio servo fedele lo convince; degli schiavi armati con- ducono la lettiga per una via tortuosa, attraverso un boschetto, verso la nave che rappresenta la salvezza. Ma l’uomo che ha tradito Cicerone nella sua stessa casa non vuole perdere il suo vergognoso denaro e, radunati alla svelta un centurione e un paio di uomini armati, si lancia con loro all’inseguimento della lettiga, attraverso il bosco, e raggiunge la pre- da appena in tempo. Immediatamente i servi armati si schierano a difesa della lettiga, già pronti al combattimento. Ma Cicerone ordina di non fare resistenza. La sua vita è ormai compiuta, perché immolarne altre più giovani ed estranee a quella vicenda? In quest’ultima ora, ogni paura abbandona quest’uomo eternamente esitante, incerto e raramente coraggioso. Sente che in quest’ultima prova potrà dimostrarsi ancora un vero romano solo affrontando la morte a viso aperto: «sapientis- simus quisque aequissimo animo moritur». Dopo aver ordinato ai servi di allontanarsi, disarmato e senza opporre resistenza, offre il capo ai sicari con queste mirabili parole: «non ignoravi me mortalem genuisse». I sicari però non sanno che farsene della filosofia, vogliono la loro paga. Si sbrigano in fretta. Con un potente colpo il centurione abbatte l’uomo inerme.

Così muore Marco Tullio Cicerone, l’ultimo difensore della libertà romana, più eroico, vi- rile e determinato in questa sua ultima ora che nelle migliaia e migliaia che costituiscono la sua intera vita.

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Alla tragedia segue una farsa sanguinosa. In base all’urgenza con cui il delitto è stato commissionato da Antonio, gli assassini concludono che la testa dell’ucciso deve avere un valore speciale, ovviamente non quello che ri- vestirà nel mondo dello spirito presente e futuro, ma quello che il mandante del delitto le attribuisce. Per evitare che insorgano proble- mi sulla ricompensa, decidono di consegnare personalmente la testa ad Antonio, in modo da provargli la scrupolosa esecuzione dell’ordine. Così, il capo della banda taglia testa e mani al cadavere, le infila in un sacco che si mette in spalla ancora grondante del sangue dell’ucciso e accorre a Roma per portare al dittatore la bella notizia che il più strenuo difen- sore della Repubblica romana è stato elimi- nato con la procedura abituale. Il piccolo delinquente, il capo dei banditi, ha fatto bene i conti: il grande delinquente, il committente dell’omicidio, esprime la gioia per il misfatto compiuto con una ricompensa principesca. Ora che ha fatto depredare e uccidere i duemila cittadini più ricchi, Antonio può permettersi di essere generoso. Versa al centurione un milione di sesterzi sonanti per il sacco insanguinato con le mani mozzate e la testa martoriata di Cicerone. Ma la vendetta non si arresta qui e l’odio cieco per l’ucciso che anima quest’uomo spietato lo porta a ideare un oltraggio particolarmente efferato, senza rendersi conto che in questo modo la vergogna ricadrà eternamente sopra di lui. Antonio ordina che la testa e le mani di Cicerone siano inchiodate ai rostra, lo stesso pulpito da cui il grande oratore aveva incitato il popolo contro di lui, a difesa della libertà romana.

Uno spettacolo vergognoso attende il giorno seguente il popolo romano. Sullo stesso pulpito da cui Cicerone aveva tenuto i suoi immortali discorsi pende la testa mozzata dell’ultimo difensore della libertà. Un grosso chiodo arrugginito trapassa la fronte che ha albergato innumerevoli pensieri, le labbra che hanno saputo conferire la forma più elegante alle parole metalliche della lingua latina sono piegate in un’espressione amara, le palpebre livide ricoprono gli occhi che per sessant’anni hanno vigilato sulla Repubblica, le mani che hanno scritto le più belle lettere di quell’epoca si protendono impotenti.

E tuttavia nessun discorso pronunciato da questo stesso pulpito dal grande oratore con- tro la brutalità, la sete di potere, l’illegalità, ha mai accusato con tanta eloquenza l’eterna ingiustizia della violenza come adesso il suo capo muto: il popolo si avvicina ai rostra così profanati per poi allontanarsene oppresso dal- la vergogna. Nessuno protesta – c’è una dittatura! – ma tutti, sbigottiti, col cuore stretto dall’angoscia, abbassano gli occhi davanti a questa tragica rappresentazione del martirio della loro Repubblica.

Stefan Zweig – CICERONE – Traduzione di Massimo De Pascale

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